Da Castagna a Pozzuoli, ma sempre con i boschi della Sila nel cuore, Palmira Scalise intreccia vita e poesia restituendo voce alle sue radici profonde
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La donna della quale voglio raccontarvi è stata considerata sorella veggente dal Vate d’Italia. Sì, proprio lui, Gabriele D’Annunzio, il poeta soldato, al quale lei dedicò un saggio e che le inviò una fotografia con dedica.
Sto parlando della poetessa Palmira Scalise Fazio (1894-1984) che in novant’anni di vita - 43 di insegnamento e 70 di creatività - mantenne, fino alla morte, un legame viscerale con i boschi silani e la Calabria madre.
Come ha scritto Salvatore Piccoli, Castagna si riconosce sostanzialmente in due istituzioni: culturalmente e storicamente, oserei dire in due monumenti: Corazzo e la poetessa Palmira.
Corazzo, il cui monastero viene celebrato nel poema omonimo. Palmira, tra mito e realtà, ce ne narra la storia come fosse tutt’uno col suo paese, Castagna - poi fusa nel 1869 con Carlopoli. Perché, giovin pastore tessi il nido / presso il castagno? Perché i castagnesi vicino al monastero si sentivano al sicuro. Ma contro l’esercito napoleonico, più pericoloso di un terremoto, la protezione non era bastata. Palmira, in quel luogo dove venne Telesio a perseguire, in lunghe veglie, / le tormentate pagine, i fantasmi, / di belle verità, ha una visione: E te, nel vago mio fantasticare, / vedo errare fra queste erme ruine, / ombra nell’ombre grigie del crepuscolo, / in cui si spegne dolcemente il sole, te, Gioacchino da Fiore. Pare vi siano solo ruderi e abbandono: Tra quei severi ruderi non resta / che il deserto cortile tappezzato di muschio. Ma la memoria di Palmira è così intensa, profonda:… par che ancora / s’oda un fruscio di sandali su quelle /nude pietre e nell’aria un indistinto / salmodiare…
Palmira visse da giovanetta tutte le miserie e le contraddizioni del suo tempo: la grande guerra, i terremoti fisici e politici, l’emigrazione. La giovane contadina diventa il simbolo dell’emigrazione calabrese: Chi t’ha cresciuto. Il campo e la natura / Chi ti condusse? – L’ala della sorte / e il vento del mattino / … mi vuoi? Son giovane e robusta: / dalle feconde aie vengo al rumor degli opifici / e alle case operaie.
Diventa maestra come la madre, acquisisce competenze psicopedagogiche, è amata dai suoi scolari che considera sacri come figli.
Alla fine della prima guerra mondiale scrive ne Il dovere della donna nell’ora presente un messaggio a tutte le italiane, lei che avrà a cuore, sempre, la donna, e della quale, esperta conoscitrice dell’animo femminile, traccerà figure incisive nelle sue novelle silane, da Suor Celeste a Rosangela Mazza, dalla stella Radiosa alla filatrice Rosa.
Tutte le donne possono contribuire, anche le donne umili degli oscuri paeselli vogliono essere le piccole fiaccole nell’ombra. Un oscuro paesello come Castagna, il suo, rimasto nel cuore anche quando lo lascerà diventando figlia adottiva di Pozzuoli, dagli anni Cinquanta. Spesso sogno di trovarmi nel mio paesello natio, che nella sua rude bellezza selvaggia, mi diede l’ispirazione a scrivere. L’ho davanti, aggrappato alle falde silane con le casette basse e grigie, un presepe di fede e lavoro… Voci della mia terra. Voci delle campane mistiche e quelle delle greggi belanti, voci del vento, della pioggia , delle foglie, di amici e parenti, di emigrati… Le ho tutte qui dentro di me… E quel vento di transumanza così come quello della poesia ha attraversato tutta la sua vita con un afflato lirico in cui si rispecchiano i poeti che le furono cari.
Il fascino e le leggende partenopee la condurranno sul filo del viaggio visionario, presa per mano dalla Poesia, come una vagabonda che incontrerà l’ombra del maestro Pergolesi e di Maria Spinelli, nella plaga più strana del mondo. Un vagabondaggio virgiliano che la porta a nuove scoperte. Credevo di conoscer così a fondo questa bella Pozzuoli in cui dimoro / e, invece, nel mio andar lento, errabondo / vedo che ignoro / troppe cose e, scoprendole , ne provo / uno stupore, un godimento nuovo.
Le viene incontro la Sibilla Cumana: Non scrivere, o Sibilla, i tuoi presagi / sulle caduche foglie, il vento passa / e le disperde. Innumeri disagi… Sul libro aperto che tra l’era giace / son piovuti fragranti i gelsomini: / li ha lasciati cader, forse la Pace? Dopo due guerre ce ne sarebbe bisogno! Ma il pensiero costante è sempre lì, dove guizzavan le faville sugli alari / pel camin ruggian, gagliardi, i venti / della Sila, fra i tronchi secolari… Ai miei silani / monti io ripenso, all’adorata mamma / alla casa paterna e alla fiamma / scoppiettante dal ceppo / mentre innanzi / mi si schiude l’Averno.
La Sila, sempre. Ma perché? Perché, ci risponde Palmira:… son fatta di te / quante volte, frangendo una fertile zolla / fra queste mie dita tenaci / sorpresi la stessa sostanza.
Palmira ci ricorda che siamo fatti della stessa sostanza della nostra terra, la Calabria. E allora, quale migliore sepoltura?… È un’ampia sonorità chiusa risonante di voci ch’io resto in estasi ad ascoltare. I mormoranti rami s’abbassano su di me con lento amore e resto come sepolta nella massa del bosco. Nel raccoglimento delle piante adunate, sento, quasi, il respiro della terra…
E noi, Palmira, sentiamo ancora, come il vento della Sila, il tuo respiro.

