La donna della quale voglio raccontarvi è stata una poetessa nascosta in casa così come la poesia chiusa nel suo diario. Sto parlando di Francesca Loiacono, nata a Reggio Calabria nel 1931, ma che è vissuta a Roma, dove morì nel 1994. Laureata in Giurisprudenza, all’insegnamento preferì la famiglia costruita con il magistrato Cesare Ruperto, senza però rinunciare agli studi giuridici, filosofico-letterari e a varie collaborazioni.

Nella postfazione dell’unica sua opera, pubblicata postuma, a cura del marito come ultimo atto d’amore, Pasquino Crupi afferma che il titolo Memoria non deve trarci in inganno: non è una regressiva nostalgia, quella di Francesca, bensì un viaggio progressivo nella luce e nella bellezza; che i versi della Loiacono trascendono la poesia intesa come consolazione nel privato, comun denominatore delle poetesse calabresi e italiane: insomma, ci troviamo di fronte alla originalità e alla purezza. Bene. Ma… io mi chiedo, come spiegarci, allora, toccami luna di vetro / prima d’oltrepassarmi /poi che già sbianca il tuo lume / la lacrima nuova del giorno. Lacrime che ritornano in altre liriche, come resta / alla fragile foglia / tremulo un dono / di lacrime / per ogni giorno che nasce.

Traspare una lucida malinconia che solo la poesia può consolare, visto che si resta, come ferma la vita / in rassegnata attesa. Nella notte dorme, cieco di sogni / lo stanco cuore. Si insinua un dolore sottile, impercettibile, di una perdita, sottile ma tagliente come una lama. Un’ombra / nel sole / nel vento / nell’ampia campagna attonita e vuota.

La bellezza sì, muove la luce imprimendole una direzione, ma la bellezza non è assoluta, perfino le piaghe della Calabria si mostrano al sole, nella loro nudità. Già, la Calabria, luogo d’origine, dal volto ferito. Sulle coste della mia terra / affila i denti / il mare. Il bisogno di ricordare: dove la vecchia casa / pietrosa / come ossa bianche / al vento / sorgeva / sono tornata / a guardare dentro le mura arse. Di tornare nella terra dove sparge il vento sullo stretto / lacrime azzurre d’onda. Ancora lacrime.

Va bene che i versi non hanno nulla a che fare con la rivendicazione femminile nei confronti del maschile, come sostiene Crupi, ma, di certo, egli non approfondì i frammenti di un diario segreto, amorevolmente pubblicati da Cesare, marito amato come fiamma. Né tristezza mi coglie,/ s’io rammento / il dono che facemmo / entrambi d’ogni sorte / l’un l’altro. A lui, ricorda: Mio bruno e giovane Caesar, devo anche confessarti che spesso, nel mio segreto, ho ben sentito il privilegio di essere amata da te. Ma certo per altra via che non la soggezione al prezioso maschio dominatore.

E che dire della citazione di Euripide, io odio le donne intelligenti? Ecco la sua risposta: Ma per secoli si è creduto comunemente complice la religione, che l’intelligenza nella donna fosse di origine diabolica. Il che potrebbe anche interpretarsi come un timore ancestrale verso l’intelletto femminile che l’uomo ha sempre nutrito, forse temendo d’esserne dominato (e implicitamente, pertanto, riconoscendone il valore). L’uomo, insomma, deve incontrare l’intelligere femminile e non opprimerlo. La donna, non imitare l’uomo. Tale deve essere il Paradiso: essere con l’altro… e dunque Amore.

Mi sembra che la Loiacono avesse le idee ben chiare sulla condizione femminile! Questa si chiama compiutezza del sentire. Francesca non rivendica perché sa affermare e riconoscersi. E anche sul rapporto tra un uomo e una donna, come lei e Cesare: amicizia coniugale, compenetrazione e dono, reciprocità e devozione, nata e libratasi dall’amore e al di là di esso.

Una donna che sa convivere con il silenzio della casa vuota. Il mio sorriso di pietra / illanguidisce alla nebbia / degli anni, / nel vento che consuma / le parole e i ricordi. / Solo il silenzio adorna / la mia chiusa dimora. Per fortuna, il silenzio è stato rotto.

La poesia che dialetticamente ha consentito all’autrice di vivere nel suo presente permette a noi di conoscerla e ricordarla, nell’immortalità. Altra non v’è / immutevole / realtà che tu cerchi / inquieto viandante / cui sola puoi dire / sempre. E così, come chiese al figlio: Ora che l’oscenità della malattia e della morte si è dissolta nella perfezione dell’infinita pace, fa che ti rimanga di me solo la bellezza della vita compiuta. Perché bella è stata la mia vita von voi… Pensami talvolta, per non farmi ancora morire nell’oblio.

Anche noi, Francesca Loiacono, talvolta ti penseremo.