Ci sono arie che conquistano il pubblico attraverso la spettacolarità, altre attraverso il virtuosismo, altre ancora mediante quella misteriosa semplicità che sembra parlare direttamente alla parte più intima dell’animo umano.

«O mio babbino caro», la celeberrima aria di Lauretta dal Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, appartiene a quest’ultima categoria.

Poche battute sono sufficienti perché il mondo si fermi. Intorno, l’opera continua a essere una macchina teatrale vertiginosa, popolata da parenti avidi, inganni, testamenti falsificati e travestimenti; per qualche minuto, tuttavia, tutto scompare. Rimane una ragazza innamorata che si rivolge al padre e gli chiede di non ostacolare la propria felicità.

È una pagina di straordinaria immediatezza, tanto celebre da aver finito per vivere anche al di fuori dell’opera alla quale appartiene. Ed è precisamente questo il fenomeno che Le arie d’opera del popolo intende raccontare: il momento in cui una pagina nata per il teatro smette di appartenere soltanto al teatro e diviene patrimonio della memoria collettiva.

Puccini e l’ultimo grande volto del melodramma italiano

Quando Puccini si accinse a comporre Gianni Schicchi, era ormai uno dei compositori più celebri del mondo.

La stagione del grande melodramma ottocentesco era giunta al suo tramonto. Verdi era morto nel 1901; il teatro musicale europeo si stava trasformando sotto la spinta di nuove esperienze armoniche, nuove forme drammaturgiche e nuove sensibilità. Puccini, tuttavia, seppe raccogliere l’eredità della tradizione italiana e condurla dentro il Novecento.

Dopo La bohème, Tosca, Madama Butterfly e La fanciulla del West, il compositore cercava una forma teatrale nuova. Nacque così l’idea di un trittico di opere in un atto, tre vicende autonome da rappresentare nella medesima serata: Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi. Tre mondi diversissimi: il dramma cupo, la tragedia spirituale e la commedia. Gianni Schicchi rappresentava il volto grottesco e farsesco del progetto.

Il libretto fu affidato a Giovacchino Forzano, che trasse il soggetto dalla figura storica di Gianni Schicchi de’ Cavalcanti, ricordata da Dante nel XXX canto dell’Inferno. Il personaggio dantesco era collocato fra i falsari, accusato di avere contraffatto la volontà di un defunto per favorire i propri interessi. Puccini e Forzano trasformarono quella figura infernale in uno dei personaggi comici più irresistibili del teatro musicale novecentesco.

La prima rappresentazione avvenne al Metropolitan Opera di New York il 14 dicembre 1918, come parte del Trittico. Gianni Schicchi fu accolto con particolare entusiasmo e conquistò immediatamente il pubblico. E dentro questa commedia scatenata Puccini collocò una delle melodie più dolci che abbia mai scritto.

Firenze, 1299: la morte di Buoso Donati

La vicenda si svolge a Firenze nel 1299. All’inizio dell’opera la ricca famiglia Donati è raccolta intorno al letto del defunto Buoso Donati. Apparentemente i parenti sono immersi nel dolore; in realtà attendono con ansia di conoscere il contenuto del testamento. La notizia è terribile: Buoso ha lasciato il proprio patrimonio ai frati di un convento. Il lutto si trasforma immediatamente in avidità.

I parenti cercano una soluzione e chiamano Gianni Schicchi, uomo di origine plebea, noto in tutta Firenze per la propria intelligenza e capacità di escogitare soluzioni imprevedibili. I Donati, che poco prima lo disprezzavano proprio per la sua estrazione sociale, sono costretti a chiedere il suo aiuto.

Ma vi è un’altra vicenda, molto più tenera, che attraversa la commedia. Rinuccio, giovane della famiglia Donati, ama Lauretta, figlia di Gianni Schicchi. I due desiderano sposarsi, ma il loro amore è ostacolato dalle famiglie e dalle differenze sociali. Rinuccio sa che soltanto l’intervento di Schicchi potrà risolvere la situazione. Ed è proprio quando il contrasto sembra divenire insanabile che Lauretta entra in scena con la sua celeberrima supplica.

Il momento di «O mio babbino caro»

L’aria compare nell’atto unico, immediatamente dopo che Schicchi, irritato dalle vicende della famiglia Donati, sembra deciso ad abbandonare la casa. Lauretta comprende che, se suo padre se ne andrà, il matrimonio con Rinuccio potrebbe diventare impossibile. E allora cambia registro. Non ricorre all’astuzia. Non grida. Non trama. Supplica. Si rivolge al padre con un’espressione di tenerezza assoluta:

«O mio babbino caro, mi piace, è bello, bello».

È una delle situazioni drammaturgiche più intelligenti dell’opera.

Fino a quel momento abbiamo incontrato personaggi che mentono, manipolano, calcolano, desiderano il denaro. Lauretta introduce improvvisamente un sentimento puro: l’amore di una figlia e, contemporaneamente, l’amore di una giovane donna che vuole difendere la propria felicità.

La sua richiesta è semplicissima: vuole sposare Rinuccio. E, se il padre dovesse impedirglielo, preferirebbe morire. L’immagine del suicidio nell’Arno è naturalmente filtrata attraverso il linguaggio teatrale dell’epoca e attraverso la civetteria della giovane, ma produce un effetto drammaturgico decisivo: Schicchi cede.

La figlia ha trovato l’unico argomento capace di disarmare l’uomo più astuto di Firenze. Da quel momento il piano può cominciare. La semplicità come suprema raffinatezza.

Musicalmente, «O mio babbino caro» rappresenta uno dei casi più interessanti della scrittura pucciniana.

L’aria è breve. La linea melodica appare naturale, quasi spontanea. Il canto procede con una morbidezza che sembra non avere alcuna difficoltà tecnica. Eppure, dietro quella semplicità si nasconde una scrittura raffinatissima.

Puccini conosceva perfettamente il potere della melodia memorabile. La frase vocale sembra parlare prima ancora di essere cantata. Il ritmo segue con naturalezza l’andamento della parola; l’orchestra non sovrasta la voce, ma la avvolge e la sostiene, creando una sorta di alone sentimentale.

L’aria è in La bemolle maggiore, con andamento Andantino, e costituisce un momento musicale eccezionalmente autonomo all’interno di un’opera costruita prevalentemente attraverso recitativi, dialoghi, ensemble e rapide successioni sceniche. La sua struttura chiusa contribuisce enormemente alla sua fortuna come pagina indipendente.

Ma vi è un particolare ancora più interessante. Puccini aveva già fatto ascoltare musicalmente il sentimento di Rinuccio. La melodia dell’aria di Lauretta riprende infatti un motivo già comparso nel canto del giovane, legato alla celebrazione di Firenze. È come se l’amore dei due ragazzi avesse una propria identità musicale, che ritorna quando Lauretta prende la parola.

La musica, dunque, stabilisce un legame fra i due innamorati ancora prima che la vicenda possa compiersi. Una parentesi lirica dentro una commedia feroce.

Qui risiede forse la vera genialità di Puccini. Gianni Schicchi è una commedia spietata. I parenti non piangono veramente Buoso: pensano all’eredità. Sono pronti a ingannarsi reciprocamente, a manipolare il testamento e ad approfittare della morte. Quando Schicchi comprende di avere finalmente il potere nelle proprie mani, trasforma l’avidità dei Donati nella propria vittoria personale.

Eppure, nel mezzo di questa galleria di personaggi meschini, Puccini inserisce un sentimento autentico. Lauretta e Rinuccio si amano davvero. È questo amore a muovere l’intera vicenda. La farsa nasce dall’avidità; la soluzione nasce dall’amore.

E l’aria rappresenta precisamente il punto nel quale le due dimensioni si incontrano.

L’aria che conquistò il mondo

La fortuna di «O mio babbino caro» fu straordinaria.

Già nelle prime rappresentazioni la pagina si impose come uno dei momenti più attesi dell’opera. Al Metropolitan Opera, durante la prima rappresentazione del Trittico, il pubblico arrivò persino a pretendere il bis dell’aria, nonostante fosse stato disposto il divieto di ripetere i brani. Da quel momento la pagina iniziò una vita autonoma.

Fu registrata dai grandi soprani, inserita nei recital, trascritta, studiata nei conservatori e proposta come brano d’esame e da concerto. E qui torniamo al cuore della nostra rubrica. Come è diventata popolare un’aria così intimamente legata al teatro?

La risposta è la medesima che abbiamo incontrato con Verdi e Rossini, anche se il contesto storico è ormai diverso. Nel Novecento esistevano già il grammofono, il disco e la radio. Le registrazioni permettevano alla musica di oltrepassare definitivamente il luogo della rappresentazione. L’aria poteva essere ascoltata in casa, ripetuta, imparata a memoria.

Quando arrivò la radio, il processo divenne ancora più poderoso. Ma il punto essenziale rimane quello già osservato nelle precedenti puntate: l’opera italiana possedeva una straordinaria capacità di trasformare la melodia colta in memoria popolare.

Per questo Puccini poteva arrivare lontanissimo dal teatro. Le sue melodie venivano cantate nei salotti, nelle famiglie, nelle scuole di musica, durante le feste e nelle occasioni conviviali. Le grandi arie diventavano parte del repertorio spontaneo di chi aveva imparato a cantare ascoltando.

E «O mio babbino caro», con la sua melodia immediata e la sua vicenda sentimentale universalissima, possedeva tutte le caratteristiche per compiere questo viaggio. Non occorreva conoscere Dante. Non occorreva conoscere la Firenze del Duecento. Non occorreva nemmeno conoscere l’intero Gianni Schicchi.

Era sufficiente riconoscere una figlia che parla al proprio padre.

Dal teatro alla memoria collettiva

È questa, in fondo, la grande rivoluzione compiuta dall’opera italiana. Il contadino che intonava Verdi durante il lavoro, il barbiere che cantava Figaro nella propria bottega, l’artigiano che fischiettava una romanza, la famiglia che si riuniva attorno al grammofono o alla radio: tutti questi gesti apparentemente minimi costruirono una gigantesca memoria musicale collettiva.

La grande musica non era più soltanto quella ascoltata nei teatri. Era quella che si ricordava. E ricordare una melodia significava già appropriarsene.

«O mio babbino caro» possiede una qualità particolare rispetto alle arie affrontate nelle precedenti puntate. Non è un inno, non è una pagina comica, non è un canto patriottico. È una piccola confessione sentimentale.

Forse proprio per questo ha attraversato con tanta facilità le epoche. Perché cambia il mondo, cambiano i teatri, cambiano i mezzi di comunicazione, cambia persino il modo di ascoltare la musica.

Ma una figlia che dice al proprio padre «caro», chiedendogli di comprendere il proprio cuore, appartiene a una dimensione dell’esistenza che non ha bisogno di traduzioni.

Ed è qui che Puccini raggiunge uno dei suoi vertici. Con poche battute riesce a fare ciò che soltanto i grandi artisti sanno fare: trasformare una situazione particolare in un sentimento universale.

Lauretta vive nella Firenze del 1299. Noi viviamo in un altro secolo. Eppure, quando quella melodia comincia, riconosciamo immediatamente qualcosa che ci appartiene.

È la ragione per cui «O mio babbino caro» continua a vivere anche quando il sipario è calato. Perché l’opera finisce. La memoria, invece, continua a cantare.