Parla Emiliano Morrone, che con il suo volume riporta alla luce una pagina poco conosciuta della storia sociale e politica della Calabria
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Con Il coraggio di restare, lo scrittore e giornalista Emiliano Morrone riporta alla luce una pagina poco conosciuta della storia sociale e politica della Calabria. Al centro del racconto c’è la figura di Pietro Secreti, protagonista delle battaglie per il lavoro, la gestione delle risorse idriche e lo sviluppo della montagna silana negli anni Sessanta e Settanta. Attraverso questa vicenda, il libro propone una riflessione sul futuro delle aree interne italiane, dimostrando che lo spopolamento non è un destino inevitabile, ma una sfida che può essere affrontata con coraggio, visione politica e partecipazione delle comunità.
Come è nata l’idea di raccontare la storia di Pietro Secreti e perché ritiene che questa figura meriti oggi di essere riscoperta?
«Dalla curiosità. A Cotronei, che è il Comune in cui Secreti vive dagli anni Sessanta, avevo sentito parlare della necessità di redistribuire nel territorio la ricchezza prodotta dallo sfruttamento attuale degli impianti idroelettrici silani. Ho quindi cercato precedenti storici e ho bussato alla porta di Pietro, che, insieme al compianto senatore del Pci Pasquale Poerio, fu il primo a capire che le acque silane erano una grande risorsa, un bene comune che doveva avere ricadute economiche e sociali per tutti. Era una forma evoluta di comunismo. Oggi è rimasto il valore politico di quella intuizione, che però non è conosciuta nell’area silana e su più vasta scala. La figura di Secreti va riscoperta per la sua capacità straordinaria di coniugare memoria e futuro. Alle nuove generazioni bisogna insegnare che la storia non è finita, non è chiusa, non è elitaria, e che la politica è lo strumento per cambiare la realtà, rimuovere le ingiustizie e costruire spirito di comunità e progresso civile, economico e sociale. Pietro Secreti è un testimone vivente della politica come capacità di lettura della storia, come movimento collettivo che orienta le comunità e crea aggregazione, dà speranze, risposte e prospettive».
Nel libro emerge una straordinaria mobilitazione popolare attorno alla gestione delle acque della Sila. Quali insegnamenti può offrire quella stagione alle comunità montane di oggi?
«Il primo insegnamento è che non c’è niente di dato una volta per tutte. La coscienza, l’intelligenza e l’azione collettiva possono cambiare il corso della storia e il destino di una comunità, di un territorio. Il secondo insegnamento è che un territorio può e deve svilupparsi a partire dalle sue risorse e vocazioni. Lo sviluppo è vero se coinvolge tutta la comunità, altrimenti è una narrazione suggestiva e suadente del potere reale. Ciò significa, per esempio, che la storia delle lotte di Secreti e del popolo di Cotronei vale a smontare sul piano politico le narrazioni sull’utilità collettiva del Ponte o di opere non legate ai bisogni territoriali più impellenti. All’epoca, con un investimento di 750 miliardi di lire per realizzare impianti che garantissero l’uso plurimo delle acque, ossia idroelettrico, potabile e agricolo, poté crescere un intero territorio attraverso il lavoro degli operai, le assunzioni nell’Enel, la nascita sul posto di aziende specializzate, la creazione di villaggi turistici e il binomio vincente montagna silana-salute, che lì diede il via alla realizzazione di diverse cliniche, ora rinomate».
Pietro Secreti riuscì a unire lavoratori, agricoltori, istituzioni e cittadini attorno a un progetto comune. Quanto manca, nella politica contemporanea, una leadership di questo tipo?
«Oggi una leadership di questo tipo difficilmente potrebbe sorgere. Nell’era dei social, i contenuti politici e l’informazione sono filtrati a monte. Ciò significa che al pubblico arriva una lettura del reale e della politica estremamente semplificata, del tipo: «straniero uguale pericoloso», «calabrese uguale assistito», «il mondo al contrario» e simili. Le letture semplificate sono quasi sempre strumentali e negative, perché nascondono o sovvertono la verità e alimentano l’adesione inconsapevole dell’individuo al sistema economico e politico vigente, che esclude dal terreno dei diritti tutto ciò che è periferico, diverso, sconosciuto o disfunzionale alle logiche di mercato. Nella politica contemporanea manca soprattutto una collettività formata, attenta, selettiva, esigente e pronta a reagire. Secreti riuscì a trasformare un territorio – e Cotronei è uno dei pochi Comuni in equilibrio demografico – perché la popolazione, pur in molti casi povera e segnata da condizioni difficili, aveva una forte volontà di riscatto e di emancipazione».
Lei sostiene che lo spopolamento non sia un destino inevitabile. Ma intanto la Calabria si sta svuotando. Quali condizioni politiche, economiche e sociali sono indispensabili affinché i giovani possano davvero scegliere di restare?
«La prima condizione è che lo Stato investa. Oggi il regionalismo è diventato un pretesto politico per giustificare la mancanza di investimenti pubblici dove servono. Altro pretesto è, in questo senso, la ’ndrangheta, che non può essere più forte dello Stato. L’investimento per Cotronei fu di 750 miliardi di lire negli anni Settanta. Lo spopolamento continuerà, se i divari territoriali persisteranno e se si continuerà a dire falsamente che verranno coperti dall’autonomia differenziata. A Cotronei la battaglia fu condotta soprattutto dai giovani, che il 5 maggio del 1969 bruciarono in piazza le valigie di cartone, simbolo dell’emigrazione forzata. Oggi i giovani calabresi dovrebbero farsi protagonisti di una nuova stagione di lotta per la ripresa dei territori regionali. Per cause remote, siamo senza strade, senza ospedali, senza scuole, senza lavoro e senza diritti nel lavoro, senza tutele nella malattia e senza contributi previdenziali. Che cosa ci deve ancora mancare?».
La vicenda di Cotronei dimostra che investimenti pubblici mirati possono trasformare un territorio. Esistono oggi le condizioni per ripetere esperienze simili nelle aree interne calabresi?
«Nelle aree montane della Calabria, oggi non esistono le condizioni per ripetere esperienze simili. Il pressappochismo e la superficialità sono due tratti ricorrenti della contemporaneità. Anche alle nostre latitudini siamo immersi in una dimensione consumistica che dà spazio e luce alle banalità, al localismo spicciolo, al giustizialismo becero e a un isolamento autocompiaciuto che molte volte nasce dalla percezione della marginalità calabrese. Ma quelle condizioni possiamo e dobbiamo crearle: elevando il livello del dibattito pubblico e arginando i tentativi di ridurre la politica a rumore, scontro personale e spettacolo della vuotezza. Soprattutto, bisogna tornare a discutere di sviluppo territoriale, partendo dall’analisi delle risorse e delle potenzialità locali. Se guardiamo alle aree montane della Calabria, vediamo luoghi splendidi nei quali, tuttavia, manca ancora una visione d’insieme e una coscienza matura di appartenere a un territorio vasto. Siamo rimasti abbastanza al campanilismo dei Comuni».
Nel libro critica l’attuale impostazione delle politiche per le aree interne. Quali sono, a suo giudizio, le tre riforme più urgenti che Governo e Regione dovrebbero adottare?
«La prima riforma dovrebbe essere la modifica degli standard ospedalieri, nel senso di prevedere per le aree montane degli ospedali dotati dei reparti e professionisti necessari. Diversamente, bisognerebbe riscrivere una parte dell’articolo 3 della Costituzione e precisare che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, tranne quelli che risiedono nelle aree montane». La suddetta prima riforma dovrebbe, naturalmente, essere finanziata. Ma, se si comprano agilmente missili, caccia, droni e tank, vuol dire che si possono anche riattrezzare gli ospedali di area montana. La seconda riforma dovrebbe essere fiscale e andare molto al di là della Zes unica, in modo da consentire alle aree montane di recuperare gli svantaggi derivanti dalla geografia, dalla viabilità e dal clima. La terza riforma dovrebbe essere una legge nazionale e una legge regionale sulla montagna, volte a differenziare le aree montane su sanità, trasporti, scuola, fiscalità locale, servizi essenziali e pianificazione territoriale. La Costituzione riconosce alla montagna una posizione distinta, ma questo l’abbiamo bell’e dimenticato».
Al di là della ricostruzione storica, qual è il messaggio più importante che desidera lasciare ai lettori attraverso la figura di Pietro Secreti e il suo Il coraggio di restare?
«Che siamo artefici del nostro destino e corresponsabili di quello delle generazioni che verranno. Se Secreti non avesse avuto il coraggio e la costanza di inseguire il suo sogno di emancipazione collettiva, oggi potrebbe raccontare soltanto un rammarico, uno sconforto, una delusione personale. Invece, a 85 anni, può sorridere e continuare a inseguire il progresso della sua gente, della nostra terra. Pietro non si è mai arricchito, ma ha contribuito a determinare il futuro sereno di un’intera comunità. Ecco, ai più giovani dovremmo dare stimoli per sognare, partecipare, lottare, costruire e poi gioire. Questo è il messaggio che voglio lasciare con la figura di Secreti e con il mio libro».

