Tra emozioni, relazioni digitali e pressione sociale, la pedagogista analizza le difficoltà delle nuove generazioni e invita famiglie e scuola a riconoscere i segnali e ad ascoltare di più nel lavoro scritto insieme a Ilaria Pitti
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Crescere è sempre stato difficile. Ma oggi, forse, lo è ancora di più. È questa una delle domande di fondo di Prima che accada. Quando crescere diventa difficile, il libro scritto da Tiziana Iaquinta, pedagogista, docente presso UMG di Catanzaro, e Ilaria Pitti, sociologa, pubblicato da Il Mulino nel 2026. Un lavoro che prova a guardare adolescenti e giovani senza etichette e senza facili diagnosi, interrogandosi invece sulle condizioni sociali, familiari ed educative dentro le quali si costruiscono le loro vite.
Ansia, fragilità, solitudine, difficoltà nelle relazioni, rapporto con i social, violenza, ma anche il senso di inadeguatezza degli adulti e dei genitori: il libro mette insieme questi elementi per raccontare una generazione che si trova a crescere in un mondo profondamente cambiato.
Un passaggio particolarmente interessante è quello che invita a non considerare il disagio giovanile soltanto come un problema individuale. Le difficoltà dei ragazzi vengono infatti lette anche come il risultato di condizioni sociali ed economiche, di aspettative sempre più alte e di un futuro diventato incerto. I giovani, in qualche modo, giocano una partita nella quale le regole cambiano mentre stanno giocando.
Abbiamo intervistato Tiziana Iaquinta
Professoressa Iaquinta, partiamo dal titolo: “Prima che accada”. Prima che accada cosa? Qual è il momento nel quale genitori, educatori e adulti dovrebbero imparare a riconoscere i segnali di un disagio prima che questo diventi qualcosa di più grave?
«Il titolo gioca su un'ambiguità temporale che è la chiave interpretativa dell'intero volume. In italiano, come sappiamo, «prima che indica sia un'azione che ne precede un'altra, sia un'azione condizionata da ciò che segue. Nella Postfazione lo scriviamo esplicitamente; si tratta dell'agire educativo conun'estensione temporale che comprende sia il “prima che accada” sia il “già accaduto”, poiché quest'ultimo costituisce a sua volta il “prima che” di un eventuale, ulteriore accadimento. Un continuum di prevenzione-riparazione-prevenzione che accompagna l'intera vita del soggetto e degli adulti di riferimento. Il titolo, dunque, non è stato scelto per annunciare un evento catastrofico, sarebbe una lettura ansiogena e riduttiva, ma per indicare un continuum educativo che tiene insieme il prima, il durante e il dopo».
«“Prima che accada” non indica qualcosa da cui difendersi, ma suggerisce un modo di guardare gli adolescenti e le adolescenze. Uno sguardo capace di intercettare certi segnali e atteggiamenti, ma anche comportamenti, a cui si tende oggi a dare pocaimportanza. Quanto al momento in cui riconoscere i segnali, non esiste una soglia netta, un campanello d'allarme univoco che suoni per tutti allo stesso modo. Nel libro raccontiamo come il disagio si annunci quasi sempre attraverso micro-trasformazioni impercettibili. È significativo quanto emerge dalla testimonianza, a cui nel libro è dato grande risalto, quella di Marco (17 anni), ad esempio, riportata nel capitolo dedicato al «sentire». Marco a scuola si sforza sempre di apparire tranquillo mentre dentro “sente di affogare”; i genitori lo osservano e talvolta addirittura lo scrutano, ma non fanno domande. È esattamente in quello scarto, tra l'osservare e il domandare, che si gioca il “prima che accada”. Non si tratta della capacità impossibile di prevedere l'imprevedibile, ma nella disponibilità a interrogare ciò che si osserva, invece di limitarsi a registrarlo in silenzio».
«Riconoscere i segnali significa, in altre parole, rinunciare alla rassicurazione facile del «tutto ok» con cui adulti e adolescenti, per pigrizia reciproca o per timore, anche del conflitto, chiudono ogni scambio dialogico prima ancora che si apra. Questo significa anche accettare, è un punto su cui insistiamo molto, l'inciampo già avvenuto, così come l'errore o la crisi, che non fermano il processo educativo, ma ne segnano un nuovo inizio. L'educazione è il «prima che accada» della vicenda umana».
Nel libro sostenete che il disagio dei giovani non può essere considerato semplicemente un problema individuale o generazionale, ma anche un problema sociale e collettivo. Quanto delle difficoltà dei ragazzi di oggi è prodotto dalla società che noi adulti abbiamo costruito?
«Molto, e lo sosteniamo fin dalle prime pagine del primo capitolo. I discorsi ricorrenti sulle vite dei giovani, sia quando ne raccontano la fragilità, sia quando ne esaltano successi eccezionali e resilienze fuori dal comune, servono spesso al mondo adulto per compiacersi o assolversi. Si continua in tal modo a leggere le difficoltà giovanili come problemi individuali, come espressione di mancanze personali o, al più, come una presunta debolezza generazionale superabile con impegno e sacrificio. Così facendo gli adulti evitano di riconoscere che tali difficoltà sono invece l'esito di condizioni sociali, economiche e culturali che il mondo adulto stesso ha contribuito a produrre e su cui ha la possibilità di intervenire. Guardare i giovani come «eroi» da ammirare o come «vittime» da compatire, non fa che aumentare la distanza relazionale tra giovani e adulti, e non consente, molto spesso, di percepire la realtà che vivono i figli al di fuori delle mura domestiche».
«Per rendere concreta questa dinamica, nel primo capitolo, Ilaria Pitti usa la metafora del Gioco dell'Oca. Il percorso di crescita verso l'adultità, spiega, aveva un tempo regole chiare e condivise. Studiare, trovare un lavoro, uscire di casa, formare una coppia, avere figli erano caselle sequenziali, percorribili in tempi relativamente certi. Oggi quel percorso lineare si è rotto, e i giovani si muovono in un gioco le cui regole vengono continuamente riscritte da chi, paradossalmente, non ne è più il protagonista. Le difficoltà che i giovani incontrano nei percorsi di crescita non rappresentano un'anomalia individuale, ma una conseguenza delle stesse regole e dinamiche che governano il gioco. Se la riuscita personale viene percepita come un'impresa individuale, anche la crescita emotiva e relazionale finisce per essere solitaria, privata di quei legami e di quei riferimenti condivisi che un tempo la sostenevano».
«C'è poi la condizione di Homo existimatus, di cui ho parlato in alcuni saggi scientifici, cioè di un essere umano il cui pensare e agire è sottoposto a continua quantificazione e valutazione, sia professionale che personale. È una condizione che pesa oggi anche sulle relazioni familiari, e che la «società della prestazione» impone tanto ai giovani quanto agli adulti; in un clima in cui la pressione costante a performare lascia poco spazio all'ascolto di sé e degli altri, e alla manifestazione autentica delle emozioni e dei sentimenti. Quando la fragilità e la vulnerabilità vengono lette come debolezza e non come aspetti consustanziali della condizione umana, diventa difficile non sentire il peso delle aspettative».
Uno dei temi centrali è quello delle emozioni. Parlate di una vera e propria difficoltà nel “sentire” e nell’esprimere ciò che si prova. Perché oggi sembra così difficile per molti adolescenti riconoscere e raccontare le proprie emozioni? E quanto pesa l’assenza di una vera educazione emotiva?
«Il “sentire” è, nel nostro impianto teorico, una categoria ontologica prima ancora che psicologica. Non è possibile comprendere l'essere umano come soggetto relazionale e come persona, se si prescinde dai fenomeni della vita emotiva, che modulano il rapporto tra sensibile e spirituale, tra mente e corpo, tra intelletto e cuore. È proprio su questo terreno che oggi si consuma una difficoltà specifica delle nuove generazioni. Gli adolescenti dispongono di uno slang emotivo (crush, soft, para, trigger, ecc.) che funziona più come schermo che come strumento di comprensione autentica di sé. Ciò che gli manca è la sintassi e la semantica dei fenomeni della vita interiore. Capire come e cosa sentono gli adolescenti non è affatto un aspetto secondario o inoffensivo in un'epoca impaziente e rabbiosa come la nostra».
«Un'epoca in cui la dimensione emozionale, che un tempo apparteneva al mondo interno del soggetto, è sempre meno un luogo privato. Le continue sollecitazioni a pubblicizzare ciò che appartiene alla sfera più intima della persona, per la notorietà che deriva dal rendere virali certi contenuti, hanno prodotto un processo lento ma costante di de-pudorizzazione. Tutto è esposto eppure si fatica a condividere il proprio sentire autentico anche con gli amici più intimi. I social e le piattaforme di messaggistica sono diventati “confessionali digitali”; il cellulare un dispositivo di mutuo soccorso nelle ore notturne, il pronto soccorso dell'emotività ferita».
«Manca l’educazione emotiva, ed è una delle ferite più profonde nella crescita dei giovani contemporanei. Nonostante pedagogia, psicologia e neuroscienze insistano da tempo sulla suaimportanza, ogni progettualità educativa sul tema resta, nella pratica scolastica italiana, per lo più estemporanea ed episodica. Si parla di emozioni e di sentimenti molto più che in passato eppure cresce analfabetismo emotivo e disregolazione. L’educazione emotiva non è una hard skill, una competenza tecnica acquisibile attraverso manuali e applicazione, ma rientra nelle soft skills e nelle life skills, e deve essere promossa attraverso l'immersione in contesti educativi e formativi caratterizzati da un insegnamento-apprendimento emozionale, una dimensione curricolare e organizzata, che deve essere promossa a partire dalla famiglia».
Social network, solitudine e nuove forme di relazione sembrano convivere in un paradosso: siamo sempre connessi, ma possiamo sentirci sempre più soli. Quanto hanno modificato i social il modo in cui gli adolescenti costruiscono la propria identità e le proprie relazioni?
«Tantissimo, ma la chiave per comprendere la trasformazione non è la quantità di connessioni bensì la qualità percepita. Nel libro distinguiamo l' “essere soli”, condizione che il vivere online mitiga con efficacia, dal “sentirsi soli”, che permane e anzi si amplifica nonostante le infinite possibilità offerte dalla comunicazione digitale. È la differenza tra un isolamento sociale reale e un isolamento sociale percepito. Si può vivere una vita sociale ricchissima, cene, aperitivi, decine di chat aperte, e avvertire ugualmente un vuoto che nessuna notifica riesce a colmare. La testimonianza di Vittoria, diciannove anni, è in questo senso paradigmatica. Vittoria descrive una «solitudine abitata da presenze che non riempiono il vuoto» che avverte, il sabato sera, mentre gli amici, pur essendo fisicamente presenti, continuano a controllare lo smartphone. Si è insieme ma soli».
«Sul piano della costruzione identitaria, inoltre, i social hanno introdotto una logica di comparazione sociale costante che prima non esisteva con la stessa pervasività. La propria vita viene misurata minuto per minuto contro le vite degli altri, spesso costruite ad arte, generando un senso di inadeguatezza diffuso. Un cambiamento non meno importante riguarda il modo di instaurare e vivere le relazioni, che nel terzo capitolo sintetizziamo nel claim volutamente provocatorio: “sì, ma senza impegno”. Se la comunicazione digitale, per la sua immediatezza e informalità, ci ha resi più facilmente contattabili, non necessariamente ci avvicina. Le conversazioni tra amici tendono a scivolare su pochi temi sicuri, il tempo, le serie tv, mentre chi prova a condividere qualcosa di più personale, racconta Pietro, si sente spesso liquidato con un «dai su, non pensarci»».
«C'è infine una dimensione strutturale che raramente viene messa in relazione con il disagio emotivo, e che nel libro ci sembrava importante richiamare: la progressiva scomparsa di luoghi fisici di aggregazione, piazze, oratori, centri giovanili sottofinanziati o percepiti come poco sicuri, ha spinto gli adolescenti verso spazi commerciali o verso il ritiro domestico, riducendo le occasioni di socializzazione spontanea e gratuita, e penalizzando in particolare i ragazzi provenienti da contesti economicamente più svantaggiati. I social, in questo scenario, non sono la causa prima della solitudine adolescenziale, ma ne sono insieme sintomo e amplificatore in quanto colmano il tempo ma non la “fame di presenza”. E la presenza fisica dell'Altro, una pacca sulla spalla, camminare a braccetto per strada, resta, come scriviamo nelle pagine conclusive del capitolo, un'esperienza per cui non esiste sostituto digitale».
Nel libro emerge anche una forte critica al mondo degli adulti e alla cosiddetta “tirannia delle aspettative”. Chiediamo ai ragazzi di essere preparati, performanti, resilienti, di avere successo. Quanto della loro fragilità nasce proprio dalla pressione che esercitiamo su di loro?
«È questo un aspetto a cui ho già fatto riferimento. Se la nostra epoca è quella della “tirannia della valutazione”, in modo del tutto simmetrico è anche l'epoca della «tirannia delle aspettative». In ambito familiare questa tirannia riduce la relazione genitori-figli a una transazione funzionale, in cui la comunicazione si concentra sui risultati scolastici o sportivi e non sul piacere di studiare, sul benessere dell'attività fisica, sulla qualità delle amicizie. La comunicazione si incentra sul fare e non sull'essere, e questo, paradossalmente, rassicura sia i genitori sia i figli, perché consente di scambiarsi informazioni senza esporsi, senza rischiare il conflitto».
«La testimonianza di Mirella, ventitré anni, studentessa di Medicina, descrive il costo psicologico di questa dinamica. Racconta di essere svegliata ogni mattina con domande sugli esami e mai sul proprio stato d'animo, di essersi messa a piangere per un ventisei, temendo la reazione dei genitori sulla media per non aver preso almeno ventotto. Ritorna il concetto di Homo existimatus a cui ho già accennato. Gli adulti chiedono ai figli, così come fa la società, di essere sempre più funzionante e sempre meno “esistenti”. E non si tratta solo dei genitori più esigenti, è un sistema: la scuola, i pari, i social su cui ogni traguardo viene postato come un trofeo, che trasforma la genitorialità stessa in una performance sottoposta a valutazione».
«Ma vorremmo evitare una lettura colpevolizzante e unilaterale nei confronti degli adulti, perché il libro documenta anche la loro sofferenza speculare: i genitori sono spesso vittime di una contraddizione autentica, non ipocrita. Desiderano il benessere dei figli e insieme si sentono in dovere di chiedere loro risultati eccellenti, spinti dalla paura, spesso fondata, di un mercato del lavoro percepito come sempre più precario e competitivo. La testimonianza di Pierfrancesco, che osserva la figlia di nove anni disegnare felice mentre pensa ai compiti e alla lezione d'inglese, temendo che stia perdendo «tempo prezioso» rispetto ai compagni che fanno coding o sport agonistico, mostra bene questo smarrimento. Non sa più distinguere, dice, «ciò che voglio per lei» da «ciò che la società mi dice che dovrei volere». Non esiste, per questioni così complesse, una risposta univoca ma solo la capacità genitoriale di accogliere la singolarità di ogni figlio può orientare un equilibrio possibile tra il prepararlo al mondo e il permettergli di non rinunciare a sé stesso».
Infine, il vostro libro non vuole offrire ricette miracolose, ma invita gli adulti a non temere. Che cosa significa concretamente, per un genitore, un insegnante o un educatore, “non temere” un adolescente? E soprattutto: come possiamo tornare ad accompagnare i ragazzi senza giudicarli e senza pretendere di avere sempre la risposta giusta?
«“Non temere” è un'espressione che attraversa la storia dell'umanità, dalle Scritture alla filosofia stoica, dai poemi omerici a Dante, sempre a partire da un bisogno universale: essere guardati nella propria paura, essere accompagnati, non essere lasciati soli. Nel sesto capitolo, dal titolo “Non temere”,analizziamo questa espressione a partire dal piano linguistico.Non si tratta di un tranquillante verbale, della promessa dell’inesistenza del pericolo, non è la rimozione del rischio. È piuttosto il riconoscimento della legittimità della paura di fronte alle circostanze della vita, e insieme l'affermazione che quella paura può essere attraversata attraverso la presenza dell'Altro e la relazione».
«Concretamente, per un genitore o un insegnante, “non temere”significa anzitutto un lavoro interiore che precede qualsiasi intervento esterno. Significa fare i conti con i propri limiti, con la propria vulnerabilità, con l'incertezza che il ruolo educativo comporta, senza rifuggirla. Non fingere che il problema non esista, ma presidiarlo insieme agli adolescenti, ai giovani;seguendone l'evoluzione, senza sostituirsi a loro nell'affrontarlo. Un’espressione che nomina la paura invece di negarla, e nominarla, per riprendere Wittgenstein, significa condividerla, sottraendola all'isolamento interiore in cui l'adolescente altrimenti la vive da solo».
«Ampio spazio, nello stesso capitolo, è dedicato al tema dell'errore, che la ricerca neuroscientifica contemporanea descrive non come un'anomalia del sistema cognitivo ma come il suo principale combustibile; mentre Edgar Morin lo definisce “un maestro silenzioso della crescita intellettuale e personale”, un passaggio indispensabile verso la comprensione profonda. Non qualcosa per cui provare vergogna o senso di fallimento. Educare significa accompagnare senza giudicare e senza pretendere di avere sempre una risposta immediata o giusta. L’autorevolezza dell'adulto non deriva dal possesso di certezze granitiche, ma dalla capacità di ritrovare l’equilibro dopo averlo perduto, di restare accanto ai figli con umiltà, disponibilità e generosità, nella piena consapevolezza di essere, come ogni essere umano, fragili, imperfetti, fallibili e proprio per questo perfezionabili e dunque educabili».

