Dalla poesia prende avvio una riflessione sul Mezzogiorno, tra denuncia della condizione contadina, critica alla rassegnazione e ricerca di riscatto. Un'analisi che conservano ancora oggi una forte attualità
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Con il termine terronia, tra lo spregiativo e lo scherzoso, si indica l'Italia meridionale, più o meno quella che va da Roma in giù, fornitrice, come spiegava Bruno Migliorini, di burocrati e di poliziotti. Terronia, però, è anche il titolo di una breve poesia che Rocco Scotellaro scrisse nel periodo di forte mobilitazione politica e sociale che fece seguito alla dura sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni politiche del 18 aprile 1948.
Ecco i versi di Scotellaro:
Terronia
Noi siamo tutti un'anima d'un Dio
siamo gl'innocenti nocivi
e i penitenti ignavi.
E i nostri avi furono latini
che lasciarono i lupi far lamenti
padroni dei boschi recinti.
È facile notare come l'offesa razzista venga trasformata dal poeta in una dichiarazione di appartenenza culturale, quasi spirituale che si inscrive in una più ampia denuncia delle drammatiche condizioni dei lavoratori del sud. In particolare, colpisce il vibrante disprezzo per la principale pena dei terroni di allora, ignavi e dunque afflitti da inerzia morale, meschinità e mancanza di ideali, e dei loro avi, incapaci di far fronte comune contro lupi e padroni.
La dichiarazione di Scotellaro ha i toni dimessi e disperati propri del racconto della prolungata rassegnazione contadina e delle sue conseguenze così disastrose, ma trova la sua specificità in una tenace e accorata tensione di protesta e cambiamento e nella necessità di prendere coscienza di sé stessi. Sul piano linguistico questa specificità si traduce in uno sforzo di rappresentazione che non è mai decorativo, pur appoggiandosi sistematicamente sulla corrispondenza tra sostantivo e aggettivo (“innocenti nocivi”, “penitenti ignavi”, “boschi recinti”): è uno sforzo che porta direttamente sul piano della figurazione la speranza e il bisogno di giustizia del poeta di Tricarico, con quella naturalezza primaria, innocente, che, “dominata in parola” diceva Franco Fortini, gli ha consentito di attraversare la vertenza sociale e politica, anche quando ha preferito non affrontarne esplicitamente i contenuti.
Con la speranza e la giustizia, inoltre, arriva la percezione di quanto siano illimitate le possibilità aperte agli uomini per il tramite della poesia, di quel tremore quasi inconsistente che, se pure non fosse sufficiente, ancora oggi potrebbe restituirci un sorprendente simulacro della nostra perduta integrità.

