La donna della quale voglio raccontarvi è stata una vera cantora della Calabria, seguendo la tradizione omerica, non perché fosse cieca (era comunque claudicante) ma solo analfabeta… ciò non le impedì di poetare con ironia. Scrivo con / in mano una penna / perché di te / ragazza / ho perso ogni speranza.

Sto parlando di Raffaella Masci detta Rafja (1904-1980), creativa improvvisatrice di Santa Sofia d’Epiro. Grazie alla ricostruzione paziente di due parenti, i fratelli Francesco e Luigi Fabbricatore, possiamo leggere oggi le sue poesie.

Rafja ha un grande amore, il marito Vincenzo, dal quale ha otto figli, fra cui una sola femmina, e vive in un paese, ai suoi tempi, di duemila e cinquecento abitanti, svuotato dall’emigrazione, senza luce, senza acqua e senza fogne. La sua è una famiglia povera, soffre la fame e il freddo nella casa in largo Marco Botzaris, diventa tuttavia, nei suoi colorati abiti albanesi tradizionali, gli stoljit, il punto di riferimento della gjitonia, il vicinato, con il suo carisma, la sua saggezza, la sua forza di donna, così come con le profonde rughe che segnano il suo volto. Quando perde il marito deve farsi coraggio; il ricordo di lui, Vicè, le riempirà tutti i giorni dei tre anni che vivrà dopo la sua morte. Il soffio di una / brezza leggera / si è portato via / il mio Amore... E ora mi sembra che / su Santa Sofia / siano calate / le tenebre più nere / e ho la sensazione / che anche la chiesa / sia avvolta nella / più totale oscurità.

Rafja sa entrare nella testa degli uomini - caratteristica delle poetesse arbëreshë per rivendicare una autonomia personale. Ho indossato i miei pantaloni / e mi sono vestita / in gran fretta / e sono uscita / a vedere se / era ora che / suonassero le campane / per la messa festiva.

Novella Saffo, ci fa entrare nella Mexxanotta albanese. È la notte / di un po' di / tempo fa/ Giunge la mezzanotte / con uno sciame infinito / di stelle / come una pattuglia silenziosa. Così come nelle gioie dell’amore. Alto ciliegio / dal solitario / rosso / granello di frutto (che pende lì sopra) / Chi desideri / che baci il tuo viso?... quando gli oceani / si prosciugheranno / e quando si potrà / bere un fiore / Solo allora / potrò scordarmi di te / mia amata ragazza. E ancora: La tua unica salvezza / sarà di far l’amore / con me / per tornare a risplendere / come il sole al tramonto.

Rafia attinge al suo mondo interiore, di sentimenti e di ricordi, e al piccolo mondo circostante. La sua è una poesia senza regole né metrica, sembra che canti, rapita dalla sua ispirazione la melodia delle sue strofe. Canta della storia dello zoti Capparelli: Che bella giornata / è sorta stamane / è giunto in paese / un nuovo parroco. Per finire così: Perché te ne / stai andando / alla chetichella? La notizia / si è sparsa veloce / come lo snocciolare /delle ciliegie; perché non vuoi / più restare / con noi / a Santa Sofia?

Canta degli amici, della famiglia, dei fatti che accadono come una ragazza, Lucrezia Chiodi, che muore in strane circostanze. Ho sentito cinque colpi di fucile… / Oh no no no / Figlia mia / senza una storia / da vivere e da narrare… Brutta faccia da voltagabbana / l’ha riempita di sangue / come usa fare il macellaio!

Quello di Rafja è uno storytelling per immagini, d’altri tempi, intorno al calore del camino, nella purezza delle parole e della memoria che ha accompagnato l’intera esistenza dei sofioti. La vita domestica, la fede, gli affetti e i sentimenti, le amicizie, l’intero patrimonio di tradizioni, rendono il dialogo con Rafja familiare, popolare. Un talento innato, il suo. Le parole tessute nell’ordito della trama che si fa memoria celebrata perché vissuta.

Sembra di sentirla, la voce di questa poetessa speciale, mentre celebra e rimprovera, si rammarica e si rallegra, della vita intorno, scaturire dalla sua semplice ma profonda filosofia del quotidiano, del destino. Intensa e appassionata, pungente e ironica, saggia e forte. Sempre e comunque autentica.