Ogni legge di bilancio dice da che parte sta un governo. Quella per il 2027, l’ultima prima delle elezioni, lo dice con chiarezza.

Sono 26 miliardi di euro, 157 articoli. Ma dietro le cifre ci sono scelte precise: quanto destinare alla salute, alla scuola, a chi lavora e a chi è in pensione.

E il problema è proprio questo: mentre tante famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese, il governo chiede nuovi sacrifici proprio a chi avrebbe più bisogno di essere protetto.

Non è soltanto una questione di numeri. È una questione politica. E soprattutto umana.

La sanità: curarsi non può diventare un lusso

Il governo rivendica un Fondo sanitario nazionale da 146,3 miliardi di euro. Un record sulla carta.

Ma l’aumento effettivo è di 2,4 miliardi, oltre al miliardo già previsto. Meno della metà di quanto aveva chiesto il ministro della Salute e lontano dagli oltre 18 miliardi richiesti dalle Regioni per il triennio 2027-2029.

Le liste d’attesa restano interminabili. Mancano medici e infermieri. Le risorse per prevenzione, salute mentale e assistenza alle persone più fragili non bastano.

Chi può si rivolge al privato. Chi non può aspetta, rinuncia, rimanda una visita. E qualche volta scopre troppo tardi di essere malato.

Un Paese civile non può accettare che la possibilità di curarsi dipenda dal reddito.

La scuola: si risparmia sul futuro

Dal 2027-2028 la manovra prevede 4.925 posti in meno tra i docenti e 2.049 tra il personale Ata. Quasi 7.000 lavoratori in meno.

Il risparmio sarà di 84 milioni nel primo anno e di 252 milioni annui dal 2028.

Per lo Stato sono cifre contenute. Per le scuole possono significare meno sostegno, meno assistenza, meno servizi.

Si dice che nascono meno bambini. Ma il calo delle nascite dovrebbe essere un’occasione per avere classi meno affollate e una scuola migliore, non un alibi per tagliare.

E mentre si riducono gli organici, si conferma un contributo fino a 1.500 euro per alcune famiglie che scelgono le scuole paritarie.

La domanda è semplice: quale idea di scuola ha questo governo? Una scuola che offre opportunità a tutti o una scuola che lascia indietro chi ha meno?

Le pensioni: a pagare è ancora chi ha lavorato una vita

La manovra riduce la rivalutazione rispetto all’inflazione per molti assegni.

La rivalutazione piena resta fino a quattro volte il minimo Inps, circa 2.447 euro lordi al mese. Sopra questa soglia il recupero scende progressivamente, fino al 32% per le pensioni oltre dieci volte il minimo.

Il risparmio per lo Stato è di circa 1,48 miliardi nel 2027 e 14,2 miliardi in dieci anni.

Non parliamo soltanto di pensioni d’oro. Parliamo anche di ex insegnanti, impiegati, tecnici, lavoratori che hanno versato contributi per quarant’anni.

Persone che oggi vedono ridursi il valore della pensione mentre aumentano la spesa, le bollette e i costi della salute.

Il governo aveva promesso di difendere i pensionati. Ma ancora una volta chiede sacrifici a chi ha già dato tanto.

Le scelte del governo

L’aliquota Irpef al 33% viene estesa fino a 55.000 euro, con un beneficio massimo di 500 euro l’anno per circa 3,2 milioni di contribuenti.

Per gli autonomi, invece, il regime forfettario sale fino a 100.000 euro di ricavi.

Ai giovani under 30 viene promessa una tassazione all’1% sugli aumenti salariali fino a 2.500 euro, per redditi entro i 28.000 euro.

Misure che possono aiutare, ma non risolvono il problema di fondo: salari bassi, lavoro precario, affitti insostenibili. Come si può chiedere ai giovani di restare se un lavoro spesso non basta per vivere?

Nel frattempo, oltre 1,3 miliardi aggiuntivi vengono destinati alle missioni militari all’estero nel biennio 2027-2028.

Il governo dirà che le risorse sono poche e che bisogna scegliere. È vero. Ma proprio per questo le scelte contano.

Perché quando si tratta di sanità, scuola e pensioni i soldi sembrano non bastare mai, mentre per altre priorità si trovano.

Un’altra idea di Paese è possibile

Servono più risorse per la sanità pubblica, il ritiro dei tagli alla scuola, pensioni che non perdano valore e salari che permettano ai giovani di costruirsi una vita dignitosa.

Non è soltanto una questione di conti. È una questione di giustizia.

Un Paese non si misura da quanto risparmia sulla salute, sulla scuola e sulle pensioni. Si misura da quante persone riesce a non lasciare indietro.

E questa manovra sembra fare una scelta precisa: chiedere sacrifici a chi ha meno e proteggere chi ha già di più. Non è inevitabile. È una scelta politica.