Dal lavoro di muratore al Premio Campiello, l’autore ha raccontato la Calabria senza stereotipi né retorica, trasformando le storie degli ultimi in grandi romanzi capaci di parlare al mondo intero
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Ci sono scrittori che raccontano una terra. E poi ci sono scrittori che diventano quella terra. Senza di loro un luogo perderebbe una parte della propria memoria, della propria lingua, persino della propria coscienza. Saverio Strati appartiene a questa ristretta schiera. Leggerlo significa attraversare la Calabria più autentica, quella delle montagne dell'Aspromonte, delle campagne, dell'emigrazione, delle famiglie contadine, delle speranze e delle sconfitte. Ma sarebbe un errore considerarlo soltanto uno scrittore "calabrese". Strati è stato uno dei grandi narratori italiani del Novecento, capace di trasformare una vicenda locale in un racconto universale.
Prosegue con lui il viaggio di questa rubrica dedicata agli uomini illustri della Calabria. Figure diverse per formazione e sensibilità, ma accomunate dall'aver lasciato un'impronta profonda nella storia culturale della nostra regione. Se Don Luigi Nicoletti rappresentava la forza della coscienza civile, Saverio Strati incarna la dignità della parola letteraria. Perché nessuno, come lui, ha saputo raccontare il Mezzogiorno senza folclore, senza pietismo e senza retorica.
Nato a Sant'Agata del Bianco, nel cuore della Locride, il 16 agosto 1924, proveniva da una famiglia poverissima. Da ragazzo lavorò per anni come muratore accanto al padre. Sembrava un destino già scritto. E invece fu proprio lo studio a cambiare il corso della sua vita. Dopo la guerra riprese gli studi da privatista, conseguì la maturità classica, si iscrisse all'Università di Messina e conobbe Giacomo Debenedetti, uno dei più importanti critici letterari italiani del Novecento. Sarà lui a comprenderne immediatamente il talento e ad accompagnarne i primi passi nel mondo della letteratura.
L'esordio arrivò nel 1956 con La marchesina, ma fu soprattutto con La Teda, l'anno successivo, che la critica comprese di trovarsi davanti a una voce nuova. Da quel momento prese forma un percorso narrativo coerente e rigoroso, che avrebbe attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana. Romanzi come Tibi e Tascia, Mani vuote, Il nodo, Noi lazzaroni, Il selvaggio di Santa Venere, La conca degli aranci e L'uomo in fondo al pozzo raccontano un unico grande romanzo: quello dell'uomo meridionale alle prese con la povertà, con l'emigrazione, con il desiderio di emancipazione e con il difficile rapporto tra tradizione e modernità.
La Calabria di Strati non è mai cartolina. Non è mai paesaggio ornamentale. È un organismo vivo, attraversato da passioni, ingiustizie, conflitti, dignità e speranze. I suoi contadini, i muratori, gli emigranti, le donne, gli anziani, i bambini non sono personaggi costruiti per confermare stereotipi. Sono uomini veri, colti nella loro irriducibile complessità. Ed è proprio qui che risiede la grandezza della sua narrativa.
Molti hanno definito Strati uno scrittore meridionalista. La definizione è corretta, ma insufficiente. Egli non raccontava semplicemente il Sud: raccontava l'uomo. La Calabria diventava il laboratorio attraverso il quale osservare le grandi domande dell'esistenza: la libertà, la povertà, il lavoro, la famiglia, l'identità, il rapporto con la propria terra. Per questo le sue opere furono tradotte in numerose lingue e lette ben oltre i confini italiani. La sua era una letteratura profondamente radicata nei luoghi, ma capace di parlare ovunque.
Nel 1977 arrivò il riconoscimento più prestigioso con il Premio Campiello per Il selvaggio di Santa Venere. Un successo che avrebbe dovuto consacrarlo definitivamente tra i grandi della narrativa italiana. Eppure così non fu. Negli anni successivi il suo nome finì lentamente ai margini del dibattito culturale. Cambiarono gli editori, cambiarono i gusti letterari, cambiarono le logiche del mercato. Strati continuò a scrivere, ma fu progressivamente dimenticato, fino a vivere anche una difficile stagione di ristrettezze economiche che lo portò, nel 2009, a chiedere l'applicazione della cosiddetta "legge Bacchelli". Quel sostegno gli venne poi riconosciuto dallo Stato, mentre la Regione Calabria gli attribuì un vitalizio. Fu una vicenda che suscitò amarezza in tutto il mondo della cultura: era difficile accettare che uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento fosse stato lasciato quasi solo.
Eppure Saverio Strati non smise mai di credere nella letteratura. Continuò a scrivere con la stessa sobrietà che aveva caratterizzato tutta la sua esistenza. Non cercò mai la notorietà. Cercò la verità delle persone. La sua scrittura rimase essenziale, asciutta, priva di compiacimenti, capace di restituire sulla pagina il ritmo stesso del parlare popolare senza mai cadere nel folklore.
Che cosa insegna oggi Saverio Strati?
Insegna, anzitutto, che non esistono periferie quando esiste uno sguardo capace di raccontarle. Un piccolo paese dell'Aspromonte può diventare il centro del mondo se chi scrive sa cogliere ciò che nell'uomo è universale.
Insegna che la cultura rappresenta il più straordinario strumento di riscatto sociale. Lui, muratore fino a vent'anni, riuscì a diventare uno dei maggiori romanzieri italiani esclusivamente grazie allo studio, alla disciplina e alla forza della propria intelligenza.
Insegna che raccontare la propria terra significa anche amarla criticamente. Strati non nascose mai le contraddizioni della Calabria. Le denunciò con lucidità, ma senza mai smettere di riconoscerne la profonda umanità. La sua non era una letteratura dell'accusa. Era una letteratura della comprensione.
E forse è proprio questa la lezione più importante che ci consegna. Oggi viviamo in un tempo in cui i territori vengono spesso ridotti a slogan, a luoghi comuni, a narrazioni superficiali. Saverio Strati ci invita invece a rallentare lo sguardo, ad ascoltare le persone, a riconoscere che dietro ogni storia apparentemente marginale si nasconde una vicenda universale.
La Calabria continua ad avere bisogno di uomini come lui. Non soltanto di grandi scrittori, ma di intellettuali capaci di raccontarla senza indulgere né all'autocommiserazione né all'esaltazione retorica. Perché l'identità di un popolo non nasce dai miti che costruisce su sé stesso, ma dalla sincerità con cui riesce a guardarsi.
Saverio Strati ci ha lasciato nel 2014. Ma ogni volta che apriamo uno dei suoi romanzi, quella Calabria che lui ha saputo trasformare in letteratura torna a vivere. E con essa torna a vivere una verità che il tempo non ha saputo consumare: i grandi scrittori non appartengono soltanto alla storia della letteratura. Appartengono alla coscienza di un popolo.

