La donna della quale voglio raccontarvi ci ha lasciato, fra poesie in italiano e in vernacolo, fra testi editi e inediti, ben 100 scritti! Naturalmente tutti introvabili… Sto parlando di Teresa Augruso (1897-1968) di Curinga.

Non volere anima mia sentirti arida spugna in petto rude. Seguirà questo precetto per tutta la vita, l’anima ricca di Teresa, personalità poliedrica dagli interessi più svariati come il disegno, la storia locale, la critica letteraria e soprattutto il teatro: fin da ragazza a Curinga frequentava casa Bevilacqua dove si appassionò ad autori come Pirandello e Moliere, fino a fondare una piccola compagnia teatrale nel 1939.

Durante la Seconda Guerra Mondiale sarà crocerossina volontaria.

Da giornalista scrisse recensioni sui maggiori scrittori calabresi per Calabria Letteraria, Rassegna Calabrese, Arca di Piacenza, per la rivista USA in lingua italiana Divagando New York, sui quotidiani nazionali Il Tempo, Roma e Messaggero.

La scuola elementare è, nella Nazione, un dolce assillo a cui nessun cittadino può sottrarsi, e per cui, molti dedicano, in caro affanno, tutta una vita, intera! È il caso di Teresa, giovane maestra – lo divenne a soli 17 anni – che nel corso della sua carriera diede contributi innovativi alla pedagogia: inventò per i suoi alunni un metodo didattico moderno per semplificare l’apprendimento delle tabelline pitagoriche, la Tavola Totodita, che fu inserito nell’ Enciclopedia Fabbri e poi brevettato. Ma, soprattutto, il Sessirei – che sarebbe utile ancora oggi! – per facilitare l’uso del se con il congiuntivo

Amante pure dell’educazione fisica, dopo il diploma ISEF la insegnerà nelle scuole medie contemporaneamente al servizio nelle scuole elementari.

Esalterà nei suoi scritti i valori della famiglia, i principi religiosi, umani e nazionali e terrà appassionate conferenze di carattere scientifico nella ex Casa Municipale di Nicastro – dove si era trasferita e che considerò sua seconda culla del cuore – sul corso Numistrano. L’atmosfera del centro storico alimenterà, ispirandola, con le sue tradizioni, tutta la sua produzione.

Pubblicò in vita la raccolta poetica Canto degli Alberi e diverse canzoni ed inni, molti dei quali vinsero premi di carattere nazionale.

Nel 1939 fonda un gruppo folkloristico con canterini nicastresi; si appassiona alla storia delle tradizioni popolari soffermandosi soprattutto sul costume delle pacchiane.

U sugnu’na guagghijuna buntatusa, / ugnu ‘a cchiù fihgghija du paisi, / vaju circandu n’uamu mu mi spusa, / nu è rriccu assai e dammu ha pritisi, / dammu ha pritisi. / Quandu fhatigu dintra la campagna / mi fhannu fhesta di cca e di uà, / e chi fijgghija bella chi teni ha a mamma, e chi figghija buntusa, chi rarità. / Ntra ’a casa lavu, stiru e d’ogni cosa, / cucino. Vaiu alla chiijazza ppi la spisa; / i fhazzu tuttu senza mu ripuasu, / mi muastru ceti’ ogmmu assai curtisi, / assai curtisi… / mammana si chiama Angilarosa / e llu tata si chiama Sarvarisi / daveru a famigghija è priziusa, / appartena alla razza calavrisi, / è calavrisi.

Lo storico locale don Pietro Bonacci la definì l’ultima poetessa in vernacolo nicastrese, mentre il critico letterario Giuseppe Marzano la annoverò nel 1954 fra i grandi autori calabresi.

Il tribunale le riconobbe l’appartenenza della prima e ultima strofa de A Calabrisella, nel rifacimento del 1937.

Calabrisella mia, Calabrisella mia, Calabrisella mia, facimmu ammore. Trallallalleru llalleru llallà, sta calabrisella muriri mi fa… Quando sentiamo o cantiamo questo ritornello, il nostro pensiero vada anche a Teresa.