L’aria di Canio racconta la lacerazione di un uomo costretto a recitare mentre la sua vita va in pezzi, diventando nel tempo una delle pagine più celebri dell’opera italiana
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Ci sono momenti, nella storia dell'opera, nei quali la musica sembra smettere di essere soltanto musica e diventare una confessione umana.
«Vesti la giubba», l'aria di Canio dai Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, è uno di questi.
Non è soltanto il lamento di un marito tradito. Non è soltanto una pagina celeberrima del verismo italiano. È qualcosa di più radicale: è la rappresentazione di un uomo costretto a separare ciò che sente da ciò che deve mostrare. Canio è un uomo distrutto dalla gelosia, dall'umiliazione e dal tradimento. Eppure il pubblico lo attende. La compagnia deve andare in scena. Gli spettatori hanno pagato il biglietto. La commedia deve cominciare.
E allora arriva l'ordine più terribile che un artista possa ricevere:
«Vesti la giubba.» Indossa il costume. Truccati. Sorridi. Recita. Anche quando dentro di te non è rimasto più nulla da salvare. È qui che Leoncavallo compie uno dei gesti più moderni dell'intero teatro musicale italiano: trasforma il confine tra uomo e personaggio, tra realtà e finzione, in materia stessa del dramma.
Leoncavallo e la nascita del verismo musicale:
Quando Ruggero Leoncavallo compose Pagliacci, il teatro musicale italiano stava attraversando una profonda trasformazione.
L'epoca dei grandi affreschi storici e dei drammi romantici aveva cominciato a cedere il passo a una nuova concezione del teatro: una concezione più aspra, più immediata, più vicina alla vita quotidiana. Nel 1890 Pietro Mascagni aveva conquistato il pubblico con Cavalleria rusticana, tratta dall'opera di Giovanni Verga. Due anni dopo Leoncavallo avrebbe dato al nuovo indirizzo uno dei suoi manifesti più compiuti. Il verismo musicale cercava personaggi comuni, passioni elementari e violente, ambientazioni quotidiane, conflitti che non necessitassero di re, imperatori o eroi leggendari per produrre tragedia. La vita degli umili poteva diventare materia d'opera. L'amore, la gelosia, il tradimento, la vendetta e la morte potevano consumarsi in un piccolo paese con la stessa intensità di una tragedia shakespeariana. Treccani individua proprio in Cavalleria rusticana e Pagliacci due opere capitali di questa trasformazione, sottolineando l'impiego di elementi musicali popolari e quotidiani e la nuova attenzione per una realtà priva di idealizzazioni.
Leoncavallo era nato a Napoli nel 1857 e avrebbe composto quasi sempre personalmente i libretti delle proprie opere. Pagliacci fu scritto in un periodo brevissimo: il compositore ne realizzò testo e musica in circa cinque mesi. L'opera venne rappresentata per la prima volta a Milano, al Teatro Dal Verme, nel maggio del 1892, e il successo fu immediato. In brevissimo tempo Pagliacci attraversò l'Europa e l'Atlantico, approdando nei maggiori teatri internazionali.
Era nata una nuova maniera di raccontare la tragedia. Una tragedia senza palazzi. Una tragedia con il volto della gente comune.
Una storia vera dentro il teatro:
La vicenda di Pagliacci si svolge in Calabria, in un piccolo paese del Mezzogiorno, intorno al 1865. Una compagnia di attori girovaghi, i pagliacci, arriva in paese per rappresentare uno spettacolo. A capo della compagnia c'è Canio, marito di Nedda. Con loro vi sono Tonio e Beppe. La compagnia annuncia alla popolazione la rappresentazione serale. Tutto sembra appartenere alla consueta liturgia dello spettacolo popolare: il teatro ambulante arriva, la gente accorre, gli attori preparano la scena. Ma dietro il sipario la vita è già precipitata. Canio è tormentato dalla gelosia. Nedda ama un altro uomo, Silvio, un giovane del paese. Tonio, innamorato di Nedda e respinto da lei, scopre la relazione clandestina e decide di vendicarsi. Avverte Canio, che sorprende Nedda e Silvio insieme. Silvio riesce a fuggire. Canio rimane solo. E qui si consuma una delle scene psicologicamente più potenti dell'opera. L'uomo che fino a quel momento era stato un marito, un capocomico e un attore si ritrova improvvisamente svuotato. Ha scoperto che la donna che ama lo tradisce. Ma non può abbandonarsi al dolore. La compagnia deve recitare. Il pubblico aspetta. La vita privata e la vita teatrale si stanno ormai sovrapponendo. Ed è precisamente da questa lacerazione che nasce «Vesti la giubba».
«Vesti la giubba»: l'aria del dolore nascosto
L'aria si trova alla fine del primo atto, immediatamente dopo che Canio ha scoperto il tradimento di Nedda. La situazione è atroce. Canio vorrebbe piangere. Vorrebbe urlare. Vorrebbe affrontare il rivale. Vorrebbe smettere di essere un attore. Ma non può. Deve tornare in scena. Deve indossare il costume del pagliaccio. E Leoncavallo concentra tutta questa contraddizione in una pagina musicale di straordinaria potenza.
«Recitar! Mentre preso dal delirio,non so più quel che dico e quel che faccio!Eppur è d'uopo, sforzati!Bah! Sei tu un uom? Tu sei un pagliaccio!»
Il dramma è tutto qui.
Canio non sta soltanto parlando del mestiere dell'attore. Sta parlando della condizione umana. Perché quante volte l'uomo è costretto a recitare una parte che non corrisponde a ciò che sente?
Quante volte deve sorridere mentre soffre?
Quante volte deve continuare a lavorare, parlare, incontrare gli altri, mantenere una parvenza di normalità mentre dentro di sé sta vivendo una tragedia?
Leoncavallo trasforma questa esperienza in teatro.
Il significato di «Vesti la giubba»
Il titolo con il quale la pagina è universalmente conosciuta non coincide esattamente con l'intero testo dell'aria.
«Vesti la giubba e la faccia infarina. La gente paga, e rider vuole qua».
Sono parole terribili. Perché Canio non parla più soltanto a se stesso. Parla all'attore che è dentro di lui. La gente ha pagato. La gente vuole ridere. Il pubblico non conosce il suo dolore e non deve conoscerlo. Il dolore dell'artista deve rimanere dietro il trucco. Ed è qui che il termine "giubba" acquista un valore simbolico potentissimo. La giubba è il costume del clown. È la maschera. È l'identità pubblica. È ciò che separa Canio dall'uomo che soffre. Indossarla significa accettare di essere nuovamente il personaggio, anche quando l'uomo non riesce più a sopportare la propria realtà.
Il teatro nel teatro
L'idea è antichissima. Shakespeare aveva già fatto del teatro uno specchio della vita; la commedia dell'arte aveva costruito personaggi che vivevano dentro la maschera; la letteratura europea aveva spesso riflettuto sul rapporto fra identità e rappresentazione. Ma Leoncavallo porta questo conflitto dentro il cuore stesso dell'opera. In Pagliacci esistono infatti due teatri. C'è il teatro vero, quello in cui noi spettatori osserviamo gli attori. E c'è il teatro della compagnia di Canio, che vediamo rappresentare all'interno della stessa opera. La cosa sconvolgente è che, nel secondo atto, i due piani finiscono per coincidere.
Canio e gli altri devono recitare una commedia. Ma ciò che accade sulla scena non è più soltanto finzione. Canio sta vivendo realmente ciò che il personaggio che interpreta dovrebbe rappresentare. La finzione diventa realtà. La realtà diventa teatro. È una straordinaria intuizione drammaturgica che Treccani considera uno degli elementi decisivi della fortuna dell'opera: il gioco fra teatro e vita non è un semplice artificio, ma diventa il motore stesso della tragedia.
La musica di un uomo che si spezza.
Musicalmente, «Vesti la giubba» è una pagina costruita sul contrasto. L'orchestra accompagna il dolore di Canio con una tensione crescente. La voce passa dall'implorazione alla disperazione, dal canto quasi declamato alle grandi frasi liriche.
Leoncavallo non cerca la levigatezza astratta. Cerca il gesto. Il grido. Il respiro spezzato. L'esplosione emotiva. È precisamente ciò che il verismo musicale voleva ottenere: una musica capace di aderire al gesto teatrale e alla psicologia dei personaggi, utilizzando anche grida, richiami, lamenti e un'orchestrazione fortemente orientata alla tensione drammatica.
La celeberrima conclusione:
«Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto!Ridi del duol che t'avvelena il cor!»
È un ossimoro umano prima ancora che musicale. Ridi. Quando vorresti piangere. È una delle più crudeli ingiunzioni che il teatro abbia mai consegnato alla musica.
Enrico Caruso e la nascita del disco moderno
Se c'è un'aria che consente di raccontare anche la storia della nascente industria discografica, è proprio «Vesti la giubba».
Nel 1902 Enrico Caruso ne realizzò una celeberrima incisione a Milano. La sua interpretazione contribuì enormemente alla diffusione internazionale dell'aria e alla trasformazione del grammofono in uno strumento di consumo musicale di massa. La registrazione di Caruso è tradizionalmente ricordata come il primo disco a raggiungere il milione di copie vendute. Il Metropolitan Opera sottolinea proprio il ruolo dell'incisione del 1902 nella storia del nuovo mezzo e della fama internazionale dell'aria.
È un passaggio fondamentale per comprendere la storia delle arie d'opera del popolo. Perché qui il melodramma incontra per la prima volta, in maniera potentissima, la modernità tecnologica. L'aria non deve più necessariamente essere ascoltata a teatro. Può essere portata a casa. Può essere riascoltata. Può essere conservata. Può diventare una presenza domestica. Il grammofono compie dunque una rivoluzione silenziosa: trasforma la memoria musicale in oggetto. E Canio, attraverso la voce di Caruso, entra nelle case di persone che forse non hanno mai messo piede in un grande teatro. Quando il pagliaccio diventò popolo. Ed eccoci ancora una volta al cuore della nostra rubrica. Come accadde per Figaro, per il Duca di Mantova, per le grandi eroine di Puccini e per le melodie di Verdi, anche «Vesti la giubba» compì il viaggio più importante che un'aria potesse compiere: quello dal teatro alla vita quotidiana. Prima attraverso gli spartiti. Poi attraverso le bande. Attraverso i grammofoni. Attraverso le registrazioni dei grandi tenori. E, più tardi, attraverso la radio. L'aria diventò così familiare che il suo motivo poteva essere riconosciuto anche da chi non conosceva l'intero Pagliacci. È il fenomeno che abbiamo incontrato nelle precedenti puntate: l'opera italiana, pur essendo nata in ambienti aristocratici e nei grandi teatri, aveva sviluppato una straordinaria capacità di penetrazione nella società popolare. Il contadino poteva non conoscere il nome di Leoncavallo. Il barbiere poteva non sapere nulla della struttura drammaturgica dell'opera. L'artigiano poteva non distinguere un recitativo da un'aria. Ma tutti potevano riconoscere quella melodia. E soprattutto potevano comprendere ciò che raccontava. Perché il dolore di Canio non appartiene a una classe sociale. È umano.

