Il volume nasce dall’emergenza botulino in Calabria e raccoglie le testimonianze di pazienti, famiglie e sanitari. Al centro il valore dell’ascolto, della presenza e del lavoro di squadra
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“Voci dalla Rianimazione” è il libro di Barbara Modaffari, nato dall’esperienza drammatica dell’emergenza botulino che nell’agosto 2025 ha colpito numerose persone in Calabria. Ma non è soltanto il racconto di una grave intossicazione: è soprattutto un viaggio dentro la fragilità, la paura, la cura e la rinascita. Le testimonianze dei pazienti e delle loro famiglie si intrecciano con quelle di medici, infermieri e operatori sanitari, mostrando quanto, accanto alla competenza scientifica, possano contare l’ascolto, la presenza e l’umanità.
Abbiamo intervistato l’autrice Barbara Modaffari.
Barbara Modaffari, perché ha sentito il bisogno di raccontare queste storie?
«Ho iniziato un percorso di medicina narrativa già nel periodo del Covid. I ricordi delle sofferenze dei pazienti riaffioravano all’improvviso e ho sentito il bisogno di cristallizzarli attraverso la scrittura. Credo nell’efficacia della verbalizzazione del dolore: raccontare un’esperienza traumatica la “sminuzza” e la rende più lieve».
Tra le tante storie che ha raccolto, ce n’è una che l’ha segnata più delle altre?
«Le storie che ho avuto l’onore di trascrivere sono tutte preziose, come esempio della forza racchiusa in ognuno di noi. Forse la storia di Fabio, un ragazzo che dopo un grave incidente motociclistico è riuscito a ricostruirsi in un nuovo modo di vivere, è per me la più esemplare forma di resilienza».
Nel libro emerge anche la sofferenza delle famiglie. Quanto conta saperle ascoltare?
«Per una mia predisposizione ho sempre tentato di accogliere anche le famiglie dei miei assistiti, talvolta semplicemente ascoltando il loro dolore. Superata la malattia, mi hanno raccontato ogni loro paura e quanto una frase o il tono di un operatore sanitario potesse modificare il loro stato d’animo. Tra tanti aneddoti che mi hanno insegnato quanta attenzione occorra dedicare in alcuni momenti, mi viene in mente quello della consegna degli effetti personali ai familiari al momento del ricovero. In particolare, nella storia di Gaia, che ho voluto intitolare “La collana di Sumba”, proprio la disperazione della madre e della sorella nel ricevere quell’oggetto al momento del ricovero mi ha colpita. Era una collana che Gaia non aveva mai tolto e, per loro, in quel momento di angoscia, quel distacco rappresentava un segno di non ritorno».
Quanto può essere importante avere un familiare accanto in Rianimazione?
«La Terapia Intensiva è un luogo di grande tristezza, spesso di profonda disperazione. Un paziente in risveglio, o magari cosciente e vigile, che può avere accanto a sé un familiare viene riportato nella sua quotidianità, che non è quella dei monitor, delle luci al neon e della visione di malattia e morte. Un familiare, con la sua presenza e con il racconto della vita fuori dalla Rianimazione, può far deviare l’attenzione del suo caro dai pensieri più tristi e aiutarci nel percorso di cura intrapreso. Ho raccontato, tra gli altri, di Guglielmo, che era al buio a causa del botulismo che aveva compromesso la funzionalità muscolare delle palpebre. Sentire per tante ore al giorno, e successivamente anche di notte, la mano della madre che stringeva la sua è stato fondamentale per la sua stabilità psicologica. E questo è stato possibile grazie alla Rianimazione Aperta, inserita nel progetto di Umanizzazione delle Cure voluto dal professor Bruni».
L’emergenza botulino ha mostrato anche l’importanza del lavoro di squadra. Che cosa vi ha insegnato?
«Il lavoro di squadra e il confronto con gli specialisti ci hanno insegnato come l’individualismo non sia una soluzione vincente in ogni settore, e ancora di più in medicina. Le competenze altrui devono essere sempre considerate un valore aggiunto e una strategia efficace per l’obiettivo finale, che è la migliore assistenza dei nostri pazienti. Abbiamo affrontato una malattia letale e abbiamo avuto la fortuna di collaborare con il Centro Antiveleni di Pavia, che ci ha guidati in ogni fase. Ne siamo usciti un po’ più forti e più consapevoli dell’importanza del lavoro di squadra, fatto di professionalità che superano i confini calabresi».
Nel libro c’è anche una dimensione spirituale. La fede può diventare parte del percorso di cura?
«La spiritualità è una parte fondamentale della persona e in essa quasi tutti si rifugiano nei momenti più bui. Attraverso il racconto dei miei narratori ho scoperto una forte fede, che si trasforma non solo in sostegno emotivo, ma anche in affidamento, accettazione della malattia e accoglienza della cura. Ho trascritto come il rifugio nella preghiera sia stato salvezza per alcuni pazienti e, a prescindere dal credo, la presenza dei padri spirituali in tutte le case di cura diventa irrinunciabile per il percorso sanitario. Un padre spirituale può essere anche un mediatore tra l’assistito e l’assistente, sigillando l’alleanza terapeutica che occorre creare nel percorso di cura».
Voci dalla Rianimazione ci ricorda che curare non significa soltanto combattere una malattia. Significa anche ascoltare, accompagnare, comprendere la paura e restituire alla persona un senso di umanità e di speranza.

