Si ferma la rincorsa dei salari sull’inflazione. La crescita media delle retribuzioni contrattuali orarie si è fermata al 2,5%, mentre l'inflazione è salita al 3% su base annua.

Dopo dieci trimestri consecutivi di crescita, gli stipendi ora rallentano.

Lo dice l’Inps nel suo report di luglio.

A giugno 2026, le retribuzioni contrattuali orarie hanno mostrato un incremento dello 0,5% rispetto al mese precedente e del 2,4% su base annua.

I salari crescono nel comparto ambientale (+5,7%), nella chimica e nelle utilities (+5,2%). I contatti in agricoltura segnano un +3,2% mentre nei servizi la crescita si ferma al 2,2%.

Uno dei dati più allarmanti emersi dalle rilevazioni Inps riguarda la crisi della contrattazione collettiva. A fine giugno 2026, circa 3,9 milioni di dipendenti erano in attesa del rinnovo del contratto.

A giugno 2026, tutti i contratti della PA risultavano scaduti. Questo coinvolge ben 2,8 milioni di dipendenti pubblici. Il Governo ha già messo mano a una serie di provvedimenti, nella scuola e nella sanità, ma molti ancora ne mancano. Nel settore privato, i lavoratori in attesa sono 1,1 milioni.

Sebbene il tempo medio di attesa per i rinnovi nella PA sia sceso drasticamente (da 34,4 mesi a 18 mesi grazie ai rinnovi del triennio precedente), il fatto che nella gran parte del settore pubblico sia attualmente "scoperto" crea una tensione strutturale che rischia di paralizzare il motore burocratico del Paese.

Un’occupazione record ma fragile

Mentre l'Istat lancia l'allarme sui salari, il XXV Rapporto Annuale dell'Inps, presentato alla Camera dei Deputati, delinea un quadro di incertezza che parte da un dato positivo storico: l'Italia ha raggiunto la quota record di 24 milioni di lavoratori, spinta soprattutto dai contratti a tempo indeterminato. Mai così tanti.

La "debolezza strutturale" dei salari

Tuttavia, l'aumento della quantità di lavoro non coincide con un aumento della qualità salariale. La retribuzione media annua nel 2025 (dato base del rapporto) è stata di 27.649 euro, in crescita del 3,6% in un anno. Eppure, questo dato nasconde forti oscillazioni legate alla precarietà, all'intermittenza dei contratti (specialmente nei servizi) e alla differenza tra lavoratori full-time e part-time.

L'analisi dell'Inps sul periodo 2019-2025 indica che lo stacco dell’1,3% tra l’inflazione (+20,5%) e le retribuzioni nette (+19,2%).

Grazie a detrazioni e nuove esenzioni, il netto in busta paga si è avvicinato al dato dell'inflazione, ma senza mai pareggiarlo del tutto, confermando che il benessere dei lavoratori è oggi appeso a interventi fiscali temporanei piuttosto che a una crescita strutturale della produttività e dei salari lordi.

La sfida demografica e il ruolo dei lavoratori stranieri

L'Italia del 2026 si conferma un Paese che invecchia rapidamente, con conseguenze dirette sul sistema previdenziale. L'età media di pensionamento è salita di ben 7 anni dal 1995, attestandosi oggi a 64 anni e 10 mesi. Per le pensioni di vecchiaia, il limite si è stabilizzato sui 67 anni.

L'immigrazione come pilastro produttivo

In questo contesto di "inverno demografico", il supporto alla forza lavoro arriva dagli stranieri extra-Ue. L'Inps calcola che tra il 2019 e il 2025 il numero di lavoratori stranieri è cresciuto di oltre il 35%. Oggi, un lavoratore su sette in Italia è di origine straniera. La tenuta del sistema contributivo e della capacità produttiva nazionale dipende ormai in modo cruciale dalla capacità di governare questi flussi e integrarli nel mercato del lavoro regolare.

Il "gender gap", una piaga non ancora sanata

Il divario di genere rimane una delle criticità più profonde. Sebbene l'occupazione sia al massimo storico, il tasso di partecipazione femminile in Italia resta inferiore alla media europea.

Le conseguenze si trascinano fino alla vecchiaia: le donne rappresentano oltre la metà dei pensionati, ma percepiscono complessivamente 163 miliardi di euro, contro i 207 miliardi destinati agli uomini. L'Inps solleva inoltre un dubbio provocatorio: misure come l'assegno unico o i bonus natalità potrebbero paradossalmente frenare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, se non accompagnate da politiche di conciliazione efficaci.

Verso il "nuovo accordo quadro"

Di fronte a questo scenario complesso, le parti sociali hanno deciso di muoversi. Cgil, Cisl, Uil e 14 associazioni imprenditoriali (tra cui Confindustria e Confcommercio) hanno avviato un tavolo di confronto per un nuovo accordo quadro interconfederale da chiudere entro fine settembre 2026. Si parlerà di contrasto al dumping salariale e delle nuove priorità su formazione, sicurezza e partecipazione.