Produzione mondiale in calo di 8 milioni di barili al giorno. L’Italia ne libera quasi 10 milioni dalle riserve strategiche
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La guerra in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno provocando quella che l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) definisce «la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale». Una crisi che costringe i produttori di petrolio del Golfo a ridurre drasticamente la produzione e che sta spingendo i prezzi del greggio oltre la soglia dei 100 dollari al barile.
Nel suo ultimo report mensile, l’Aie indica che la produzione mondiale di greggio è attualmente in calo di almeno 8 milioni di barili al giorno, con ulteriori 2 milioni di barili quotidiani bloccati nei prodotti petroliferi, inclusi i condensati. Un volume che equivale a quasi il 10% della domanda globale.
Secondo l’agenzia con sede a Parigi, la produzione mondiale nel mese di marzo dovrebbe scendere a 98,8 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal primo trimestre del 2022. Si tratta di un calo del 7,5% rispetto alla valutazione sulla produzione mondiale di febbraio, pari a 106,9 milioni di barili al giorno.
«I mercati energetici globali si trovano ora in un punto di svolta critico», ha dichiarato il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, intervenendo in conferenza stampa a Istanbul. La decisione dell’agenzia di raccomandare un rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche globali rappresenta il più grande intervento di questo tipo nella storia e mira ad attenuare uno degli shock petroliferi più gravi dagli anni Settanta.
Il petrolio supera i 100 dollari al barile
Dopo aver superato nuovamente nella notte la soglia dei 100 dollari al barile, nonostante la messa in vendita di ingenti scorte per evitare una carenza globale, il prezzo del petrolio ha rallentato temporaneamente la sua corsa nelle prime ore della mattinata.
Nel pomeriggio, tuttavia, le quotazioni sono tornate a salire. Il Brent ha guadagnato oltre il 9% raggiungendo i 100,34 dollari al barile, mentre il Wti a New York è salito a 95,5 dollari con un aumento del 9,47%. Il prezzo del gas resta intorno ai 51 euro al megawattora, con un rialzo del 2,2%.
L’Italia rilascia quasi 10 milioni di barili
Nel quadro delle misure coordinate a livello internazionale, l’Italia rilascerà 9 milioni e 966 mila barili dalle proprie riserve petrolifere strategiche, pari a circa il 2,5% del totale dei barili messi a disposizione complessivamente dai Paesi dell’Iea.
In termini di prodotti effettivamente rilasciati si tratta di circa 1 milione e 605 mila tonnellate di petrolio equivalente (tep). Lo ha comunicato il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase).
Le scorte petrolifere di sicurezza italiane ammontano attualmente a 11.903.843 tep, equivalenti a circa 90 giorni di importazioni nette di prodotti petroliferi, in linea con gli obblighi previsti dalla normativa dell’Unione europea.
Di queste scorte, l’equivalente di 67 giorni di importazioni nette è detenuto dalle industrie petrolifere, mentre l’equivalente di 23 giorni è custodito dall’Organismo centrale di stoccaggio italiano (Ocsit). Il rilascio programmato nelle prossime settimane rappresenta circa il 13,5% del totale delle scorte di sicurezza del Paese.
Secondo il Mase, la situazione delle riserve italiane resta comunque soddisfacente anche dopo questo rilascio consistente concordato con l’Aie, garantendo il rispetto degli obblighi europei e adeguati livelli di sicurezza per gli approvvigionamenti energetici nazionali.
Borse europee in rosso
Le tensioni geopolitiche continuano intanto a pesare sui mercati finanziari. Le principali Borse europee si avviano verso una nuova chiusura negativa mentre le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno promesso di mantenere chiuso lo strategico Stretto di Hormuz, dopo l’appello del nuovo leader della Repubblica islamica, l’ayatollah Mojtaba Khamenei.
Madrid è la piazza peggiore con un calo dell’1,5%. Milano perde l’1,07% con il Ftse Mib a 44.307 punti. In flessione anche Parigi (-0,93%), mentre le perdite sono più contenute a Francoforte (-0,42%) e Londra (-0,57%).
Lo Stretto di Hormuz sotto pressione
Nel suo primo discorso alla nazione dopo l’elezione a Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei ha lanciato un appello a mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz, una delle rotte energetiche più importanti del pianeta.
L’intensificarsi degli attacchi iraniani e la decisione del governo degli Stati Uniti di sospendere le scorte militari alle petroliere che attraversano lo stretto stanno alimentando il timore di una chiusura prolungata capace di soffocare le esportazioni energetiche globali. La prospettiva è stata riportata anche dal Wall Street Journal.
La crisi nello stretto occupa una parte centrale del rapporto mensile dell’Aie, che ha intitolato uno dei capitoli «Dire Straits», un gioco di parole con il nome della celebre rock band degli anni Ottanta e un’espressione inglese che indica una situazione di grande difficoltà.
Secondo l’agenzia, «la guerra in Medio Oriente causa la più importante perturbazione nella storia del mercato petrolifero mondiale», anche se il rapporto non chiarisce perché la situazione sarebbe addirittura peggiore della crisi petrolifera globale del 1973.
Non solo petrolio: a rischio zolfo e acido solforico
Il blocco dello Stretto di Hormuz non riguarda soltanto il petrolio. Anche il transito di materie prime industriali fondamentali, come zolfo e acido solforico, risulta fortemente compromesso.
Secondo la Bbc, circa la metà dello zolfo trasportato via nave nel mondo attraversa proprio lo stretto. La regione del Golfo è uno dei principali produttori globali perché lo zolfo è un sottoprodotto di un particolare tipo di greggio, noto come petrolio acido.
Le ripercussioni si stanno già facendo sentire sui mercati internazionali: in Cina, che assorbe gran parte delle forniture mondiali di zolfo, i prezzi sono aumentati del 15% nell’ultima settimana, secondo gli analisti delle materie prime della società Argus.

