Il rapporto della Banca d’Italia racconta una regione in trasformazione, spinta da porto di Gioia Tauro, Pnrr e Zes Unica. Ma dietro la crescita restano le fragilità: fuga dei giovani e il rischio di una ripresa sostenuta dagli investimenti pubblici senza una vera autonomia strutturale
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Partiamo da un esempio. La darsena di Gioia Tauro puzza di gasolio mentre i bracci delle gru stridono sotto il peso di container che arrivano da Shanghai. A mille chilometri di distanza, nella campagna trevigiana, il silenzio di un capannone che ha appena dimezzato i turni di produzione fa un rumore quasi molesto. È tutta qui la faglia che si è aperta nell'ultimo rapporto della Banca d'Italia. Si tratta di un paradosso liquido, che demolisce decenni di certezze geografiche. Mi spiego. Nel 2025 il PIL della Calabria è scattato in avanti dell'1,1 per cento, mentre il Veneto si è arreso a uno spettrale 0,1. La locomotiva d'Europa ha il motore imballato, mentre la periferia dimenticata, invece, corre.
Per quarant'anni l'Italia si è specchiata nel mito del Modello Veneto, quella galassia di piccole imprese familiari nate nei garage e diventate giganti globali. Era l’apoteosi del localismo virtuoso, una società coesa che produceva ricchezza esportando merci e certezze. Ma quel modello oggi svela il suo peccato originale: la dipendenza assoluta dall'esterno. Il Veneto si scopre fragile, nudo di fronte alle tempeste geopolitiche e alla frenata del commercio mondiale. La sua iper-connessione con l'Europa centro-settentrionale, un tempo passaporto per il benessere, è diventata la catena che lo trascina a fondo nel momento in cui la Germania rallenta.
Al polo opposto, la Calabria sperimenta una modernizzazione, direi, paradossale. Per un secolo si è diffidato dello Stato nel Mezzogiorno, liquidando i flussi di denaro pubblico come benzina per il clientelismo o anestetici per la società civile. Oggi, la spinta brutale del Pnrrr e i vantaggi fiscali della Zes Unica impongono una correzione di rotta. Non siamo più di fronte all'assistenzialismo passivo. Questo è sviluppo guidato dall'alto, un capitalismo di Stato che apre cantieri, muove terra e scava gallerie. Eppure, la lente critica deve scorgere l'ombra dietro la luce. Questa crescita molecolare è reale o è solo l'effetto ottico di un enorme farmaco dopante? Quando la pioggia di miliardi pubblici cesserà, cosa resterà di questo tessuto sociale? Il rischio reale è quello di una crescita senza sviluppo, un'euforia statistica che non genera vera autonomia ma una nuova, sofisticata forma di dipendenza.
C’è poi la dimensione dei flussi mondiali. La Calabria ha smesso di essere l'archetipo dell'isolamento per trasformarsi, quasi a sua insaputa, in una piattaforma logistica globale. Il porto di Gioia Tauro, con il suo balzo del 14 per cento nel traffico merci, ragiona con i codici della globalizzazione marittima. Parla direttamente con Shanghai e Rotterdam, saltando a piè pari le mediazioni romane o milanesi. È quello che Manuel Castells definirebbe il trionfo dello spazio dei flussi sullo spazio dei luoghi. Intorno alle banchine, tuttavia, il territorio circostante fatica a digerire questa modernità aliena, che spesso rimane un corpo estraneo, un'enclave iper-tecnologica circondata da storiche fragilità.
Mentre l'immaginario turistico si sforza di ridefinire la regione come destinazione globale, celebrando il superamento dei quattro milioni di passeggeri negli aeroporti, l'antico cordone ombelicale dell'emigrazione continua a sanguinare. Dietro la retorica del riscatto economico si consuma una drammatica fuga dei giovani e uno spopolamento implacabile che sta letteralmente svuotando la terra. Negli ultimi vent'anni la Calabria ha perso 162mila giovani, quasi un terzo del suo futuro: per la precisione il 32,4 per cento dei 503mila residenti tra i 18 e i 34 anni censiti nel 2002. Oggi ne restano poco più di 340mila. È una ritirata demografica che piazza la regione sul terzo gradino del podio nazionale dell'emigrazione giovanile, superata solo dalla Sardegna con il suo 40,6 per cento e tallonata dalla Basilicata al 32,9 per cento. I corpi giovani partono ancora, non più solo per necessità industriale, ma per asfissia sociale.
Questa convergenza ironica, però, non cancella i divari storici di reddito, che restano profondi come faglie geologiche. Ma scardina un pregiudizio. Ci dice che la geografia del benessere non è un destino immutabile scritto sulla pietra. Resta da capire se questa accelerazione sia l'inizio di una reale metamorfosi sociale o soltanto una tregua passeggera, il sussulto di un malato che ha trovato una cura temporanea mentre il medico di famiglia, al Nord, ha finito le medicine. Staremo a vedere.
*Documentarista



