Dietro i numeri positivi dell'economia regionale c'è una realtà fatta di saracinesche abbassate, credito che si restringe e difficoltà a intercettare per tempo i segnali della crisi. Mentre uno strumento pensato per evitarla resta ancora poco utilizzato
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Se ci si ferma ai numeri del Registro delle imprese, la Calabria sta bene. Nel 2025 sono nate quasi novemila imprese e ne sono cessate poco più di settemila. Il saldo è positivo per 1.658 unità e il tasso di crescita è quasi doppio rispetto all'anno prima. La Banca d'Italia, nel suo rapporto annuale sull'economia regionale, aggiunge che il prodotto è cresciuto dell'1,1 per cento, che gli occupati sono ventimila in più e che i turisti sono aumentati di oltre un decimo. Poi però si attraversa il corso di uno qualunque dei nostri paesi, si contano le saracinesche abbassate, e si capisce che le medie nascondono una frattura.
Dentro quel saldo positivo c'è infatti un settore che arretra da anni, il commercio di vicinato. In Italia, nel solo 2025, il comparto ha perso quasi diecimila imprese mentre tutto il resto cresceva. In Calabria la Banca d'Italia parla, con la misura che le è propria, di un'attività ancora debole, soprattutto nel non alimentare. Non è difficile capire perché. Il reddito disponibile di un calabrese è di 16.800 euro l'anno, tra i più bassi del Paese, e una quota crescente della spesa viene finanziata a rate. Chi compra a rate raramente compra nel negozio sotto casa. Nel 2026 si è aggiunto il ritorno dell'inflazione, spinta dall'energia, che ad agosto l'ISTAT misura al 3,3 per cento. Per il piccolo esercente è la combinazione peggiore, perché salgono le bollette del negozio e insieme quelle dei suoi clienti. Le vendite al dettaglio di luglio lo confermano, con gli incassi che salgono di poco e le quantità vendute che scendono. Reggono la grande distribuzione e il commercio elettronico, chi sta nel mezzo resta schiacciato.
C'è poi un dato che da commercialista considero il più insidioso, perché è il meno visibile. Nel 2025 il credito alle imprese calabresi medie e grandi è cresciuto di oltre il 7 per cento, quello alle piccole è diminuito di quasi il 3. Chi ha più bisogno di liquidità ne riceve meno e la paga più cara, con tassi che restano sensibilmente sopra la media nazionale. Il resto della storia chi frequenta le aule dei tribunali lo conosce a memoria. Il piccolo imprenditore resiste finché può con il fido, poi smette di versare imposte e contributi, infine chiude. Quasi mai passa da una procedura, perché ha poco da liquidare. Le 220 procedure liquidatorie aperte in regione nel 2024 sono soltanto la parte che si vede. Il resto si consuma in silenzio, con una cancellazione dal Registro e un debito verso l'erario che seguirà la persona per anni.
Eppure l'ordinamento, da tempo, chiede all'imprenditore di non arrivare a quel punto senza accorgersene. Il secondo comma dell'articolo 2086 del codice civile impone a chi opera in forma societaria o collettiva di dotarsi di assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati alla natura e alle dimensioni dell'impresa, anche per rilevare tempestivamente la crisi. L'articolo 3 del Codice della crisi estende un dovere analogo all'imprenditore individuale, chiamato ad adottare misure idonee allo stesso scopo. Su questo tema ho già scritto e non mi ripeto, se non per dire ciò che l'esperienza insegna. Nella piccola impresa gli adeguati assetti non sono un organigramma né un manuale di procedure. Sono un prospetto di tesoreria aggiornato ogni mese, un conto economico che non aspetti la dichiarazione dei redditi per essere letto, la consapevolezza di quanto si deve al fisco e all'INPS e di quando scade. Sono, in altre parole, la differenza tra l'esercente che si accorge della crisi quando è ancora risanabile e quello che arriva in studio con tre anni di contributi non versati. Il Consiglio nazionale dei commercialisti ci lavora da tempo. Presentando le liste di controllo sugli assetti, il presidente Elbano de Nuccio parlò dell'auspicio di «valorizzare al meglio le competenze aziendalistiche e il ruolo del commercialista». È il punto. Nessuna norma renderà adeguata una bottega se accanto all'imprenditore non c'è un professionista che la norma la traduca in abitudini.
Lo strumento per intervenire prima esiste dal novembre 2021 ed è la composizione negoziata della crisi, regolata dagli articoli 12 e seguenti del Codice. È un percorso volontario e riservato, nel quale un esperto indipendente nominato attraverso la Camera di commercio affianca l'imprenditore nelle trattative con i creditori, fisco compreso dopo il decreto correttivo del 2024. I numeri dell'Osservatorio di Unioncamere, curato dal vice segretario generale Sandro Pettinato, dicono che lo strumento funziona e che cresce. Al 15 maggio 2026 le istanze erano 4.489, a fine agosto hanno superato quota cinquemila, e un caso su cinque si chiude con il risanamento. In Calabria però le istanze sono 49, l'1,1 per cento del totale, in una regione che ospita il tre per cento delle imprese italiane. Ogni diecimila imprese registrate, in Italia quasi otto hanno tentato questa strada, in Calabria meno di tre. Gli esperti iscritti negli elenchi regionali sono 98, due per ogni domanda presentata. La ragione è culturale, perché lo stigma del fallimento pesa da noi più che altrove, ma è anche strutturale. Le imprese uscite bene dal percorso hanno in media 66 addetti, quelle che non ce l'hanno fatta 39, mentre l'impresa calabrese ne ha meno di cinque. Le microimprese, ha ricordato Pettinato, sono appena il 4 per cento di chi accede, e il tasso di successo scende dal 27 per cento del Nord al 16,8 del Sud. C'è però un dato che dovrebbe far riflettere chi esita. Chi sceglie la composizione negoziata arriva in media dopo tredici mesi di sofferenza bancaria, chi finisce in liquidazione giudiziale dopo quarantasei. È la misura di quanto conti muoversi per tempo. Anche qui il Consiglio nazionale ha fatto la sua parte. Nel giugno scorso ha pubblicato i Principi di comportamento dell'esperto, che de Nuccio ha presentato come un modo per «fornire ai commercialisti un adeguato ausilio nello svolgimento del ruolo di Esperto», aggiungendo che quei principi «hanno una valenza trasversale». Le regole dunque ci sono, e le competenze anche. Manca chi bussi alla porta.
Per questo conta il lavoro delle istituzioni di prossimità, e in questa regione un esempio da citare c'è. La Camera di commercio di Cosenza, oltre a gestire la piattaforma della composizione negoziata e a mettere a disposizione il test pratico di autodiagnosi, ha varato per il 2026 dodici bandi per oltre due milioni di euro. Tra questi ci sono, per la prima volta, una misura dedicata alla crescita delle imprese commerciali e turistiche e una alle reti d'impresa. Il presidente Klaus Algieri ha parlato di novità pensate «per accelerare, per usare un linguaggio semplice, per andare davvero verso le imprese». La segretaria generale Erminia Giorno ha spiegato il metodo con una frase che chiunque abbia atteso un contributo pubblico apprezzerà. «Noi non liquidiamo al termine del periodo ma settimanalmente. Inoltre forniamo assistenza anche nella fase di preparazione della domanda». Per un esercente che vive di cassa, ricevere un contributo in una settimana anziché in un anno non è un dettaglio amministrativo, è la differenza tra un aiuto e una promessa. È un modello che le altre Camere calabresi farebbero bene a osservare da vicino, e che potrebbe compiere un passo ulteriore, legando una parte delle risorse all'adozione di strumenti minimi di controllo di gestione e sostenendo il costo dei percorsi di risanamento delle microimprese.
Non credo ai rimedi miracolosi, e il commercio di prossimità non tornerà quello di vent'anni fa. Ma un negozio che chiude senza che nessuno abbia provato a salvarlo è una sconfitta evitabile. Una via senza vetrine illuminate perde valore, sicurezza e ragione di essere abitata, e questa regione perde già ogni anno lo 0,7 per cento della sua popolazione in età da lavoro. La tenuta del piccolo commercio, non è una questione di categoria è una questione di sopravvivenza dei piccoli paesi.
Prospetto – La composizione negoziata in Calabria
| Voce | Calabria | Italia |
|---|---|---|
| Istanze presentate al 15.05.2025 (VII edizione) | 32 (1,2%) | 2.765 |
| Istanze presentate al 15.10.2025 (VIII edizione) | 39 (1,1%) | 3.483 |
| Istanze presentate al 15.05.2026 (IX edizione) | 49 (1,1%) | 4.489 |
| Imprese registrate al 31.12.2025 (Movimprese) | 180.532 (3,1%) | 5.849.524 |
| Istanze ogni 10.000 imprese registrate | 2,7 | 7,7 |
| Esperti iscritti negli elenchi | 98 (2,1%) | 4.677 |
| Esperti per ogni istanza presentata | 2,0 | 1,0 |
| Esiti favorevoli | 5 al 15.05.2025, dato regionale non più pubblicato | 594 (21% delle archiviate) |
| Tasso di successo per area | Sud 16,8% | Nord 27,0%, Centro 19,3% |
| Addetti medi, esito favorevole e sfavorevole | impresa media calabrese 4,9 addetti | 66,3 e 39,4 |
| Mesi di sofferenza prima dell'accesso | n.d. | 12,9 (liquidazione giudiziale 46) |
| Accordi transattivi fiscali conclusi | n.d. | 9 |
Elaborazione su dati Unioncamere, Osservatorio semestrale sulla composizione negoziata (VII, VIII e IX edizione), e Movimprese 2025. Le percentuali tra parentesi indicano il peso della Calabria sul totale nazionale. I rapporti per impresa sono calcoli dell'autore.
*Dottore commercialista e pubblicista

