In Italia i giovani che non studiano e non lavorano scendono al 13,3%, ma nel Mezzogiorno l'incidenza supera il 20%. Le donne restano le più penalizzate e la famiglia continua a fare da ammortizzatore sociale.
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Non studiano, non lavorano e non riescono a trovare una occupazione.
Si aggrava la situazione dei Neet italiani, i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che si ritrovano fuori dai circuiti scolastici, formativi o professionalizzanti, che non hanno un impiego e che neppure lo cercano.
In realtà sei su dieci sono impegnati attivamente nella ricerca di una occupazione ma i risultati sono insoddisfacenti.
Le più motivate ad aprirsi al mercato del lavoro sono le donne, soprattutto nel Mezzogiorno, ma paradossalmente risultano i soggetti con le minori possibilità di trovare un impiego.
Lo studio
Lo dice l’indagine realizzata dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche. L’Inapp ha allargato in campo di osservazione (con una indagine su 1.548 giovani) portandola fino a quota 34 anni. Le donne rappresentano il 59% dei casi e il Mezzogiorno, considerando Sud e Isole, raccoglie il 52,6% del campione. E tra le giovani donne, dice lo studio, la condizione Neet è più frequente e tende a intrecciarsi con transizioni adulte più complesse, carichi familiari e maggiori difficoltà di rientro nel lavoro.
Formazione e lavoro
I risultati dello studio arrivano nel giorno in cui l’Inps certifica 340mila assunzioni in più, a marzo, nel settore privato. Per i Neet è tutt’altra cosa. Di certo non aiutano il basso livello di scolarizzazione e di specializzazione che tra questi giovani è altissimo e si conferma uno dei principali motivi di esclusione in fase di selezione lavorativa.
L’Istat dice ancora che nel 2025 i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione rappresentano il 13,3% della popolazione di riferimento. Un dato in diminuzione: sono quasi la metà rispetto al 25,7% del 2015.
Il calo è significativo, ma il fenomeno resta concentrato nelle fasce più adulte della popolazione giovanile, tra le donne e nel Mezzogiorno: l’incidenza raggiunge il 20% tra i 25-29enni, il 14,9% tra le donne contro l’11,8% degli uomini, e il 20,2% nel Mezzogiorno, rispetto all’8,7% del Nord e all’11,8% del Centro.
Neet e lavoro
Se si guarda al dato relativo al rapporto con il mercato del lavoro, nel 2025 il 35% dei Neet è disoccupato, il 33,3% rientra nell’area della disponibilità non pienamente attivata e il 31,7% non cerca lavoro né si dichiara disponibile.
Il ruolo della famiglia
Nel campione Inapp, il 28,8% dei giovani indica la famiglia come unica fonte di entrata, mentre il 39% non dichiara alcuna fonte di entrata. La famiglia si conferma quindi un ammortizzatore sociale decisivo, capace di sostenere economicamente e materialmente molti giovani privi di fonti di sostentamento finanziario. Se non ci fosse la famiglia sarebbe un dramma. Ma questo sostegno che attenua l’urgenza economica immediata, può trasformarsi in una costante forma di "assistenzialismo".
I tempi di inattività
La ricerca dice che il 67,2% dei giovani è inattivo da meno di un anno, mentre il 32,8% lo è da più di un anno. La permanenza prolungata nella condizione Neet non dipende da un solo fattore: cresce con l’età, si riduce in presenza di livelli più elevati di istruzione e si associa alla fragilità delle esperienze lavorative pregresse. In molti casi, infatti, il problema non è soltanto non aver mai lavorato, ma aver attraversato lavori intermittenti, occasionali o non stabilizzanti, incapaci di trasformarsi in una traiettoria di autonomia.
Le politiche giovanili
L’Inapp evidenzia che i risultati dell’indagine suggeriscono che le politiche rivolte ai Neet non possono essere uniformi: occorrono strategie diverse per intercettare i giovani più invisibili. Occorre accompagnare chi è disponibile, ma non attivo. Bisogna sostenere chi cerca lavoro senza riuscire ad accedere alla prima esperienza. Infine risulta necessario valorizzare chi ha competenze ma incontra ostacoli, e rendere compatibile l’attivazione con i carichi di cura e le condizioni di salute.
L'analisi dell'Inapp
«La crescita dell’economia e dell’occupazione post Covid-19 – spiega il presidente dell’Inapp, Natale Forlani - hanno consentito di ridurre in modo consistente il numero dei giovani che non studiano e non lavorano. Con risultati interessanti anche nei territori meno sviluppati. Ma rimane lo zoccolo duro del fenomeno, particolarmente concentrato sulla componente femminile e residente nel Mezzogiorno. Questo richiede interventi differenziati: attrattività dei salari, conciliazione dei carichi familiari e lavorativi, formazione mirata con percorsi di inserimento post scolastici più rapidi per evitare la cronicizzazione della condizione di un’attività. Poco meno dei due terzi dei giovani neet under 35 anni conferma di essere attiva nella ricerca di lavoro o di essere interessata a farlo. È un patrimonio di risorse umane che non deve essere trascurato tenendo conto della domanda di lavoro delle imprese».

