«C’è una domanda che da tempo mi pongo quando entro in alcuni luoghi di lavoro: perché gli operai hanno smesso di sorridere?».

Parte da questa riflessione Francesco Napoli, consigliere del Cnel, intervenendo sul tema dei salari, del lavoro irregolare e delle condizioni occupazionali, con particolare attenzione alla Calabria e al Mezzogiorno.

«Non è una frase ad effetto. È una domanda che dovremmo porci tutti. Il lavoro occupa una parte enorme della vita di una persona. Se nei luoghi di lavoro incontriamo uomini, donne e soprattutto giovani che hanno perso serenità e fiducia nel futuro, abbiamo il dovere di cercarne le ragioni».

Salari e buste paga: «Dobbiamo rompere il silenzio»

Per Napoli una delle questioni sulle quali è necessario rompere il silenzio riguarda le situazioni in cui la busta paga non rappresenta il lavoro realmente svolto.

«Dobbiamo avere il coraggio di parlare delle buste paga che non raccontano la verità. Ci sono lavoratori formalmente assunti per un determinato numero di ore che, nella realtà, ne lavorano molte di più. Ore che non risultano, straordinari che scompaiono, rapporti part-time che nella quotidianità diventano di fatto lavori a tempo pieno. Questo significa sottrarre salario, diritti e dignità».

Una riflessione particolare, secondo Napoli, riguarda anche la grande distribuzione.

«Nella grande distribuzione possiamo trovarci di fronte a una delle piaghe più profonde del lavoro irregolare: turni che si allungano, ore effettivamente lavorate che non sempre coincidono con quelle riportate in busta paga e part-time che rischiano di trasformarsi, nei fatti, in tempo pieno. Naturalmente non si può generalizzare e ci sono tante aziende che operano correttamente, ma dove queste situazioni esistono dobbiamo avere il coraggio di intervenire. Perché dietro la normalità apparente di un contratto può nascondersi una condizione di sfruttamento».

Il peso sulla pensione e sul futuro dei giovani

Il problema, sottolinea Napoli, non riguarda soltanto lo stipendio percepito alla fine del mese.

«Quando una busta paga non rappresenta le ore realmente lavorate, il danno non finisce oggi. Riguarda la previdenza e quindi la pensione di domani. Meno ore dichiarate e meno retribuzione denunciata possono significare meno contributi versati. Dietro ogni ora di lavoro nascosta c’è anche un pezzo di pensione futura che rischia di essere sottratto al lavoratore».

Il tema diventa ancora più delicato quando coinvolge le nuove generazioni.

«Non possiamo chiedere ai nostri ragazzi di restare in Calabria e nel Mezzogiorno e poi offrire loro un lavoro che non permette di costruire una vita. Dopo anni di studio, formazione e sacrifici, un giovane deve poter trovare un’occupazione nella quale impegno, competenze e responsabilità siano riconosciuti».

E aggiunge:«Se la prima esperienza di un giovane nel mondo del lavoro è una busta paga che indica quattro o cinque ore mentre nella realtà ne lavora otto o dieci, quale fiducia possiamo pretendere che abbia nel sistema? Prima di domandare ai giovani perché lasciano la propria terra, dovremmo chiederci cosa abbiamo fatto per consentire loro di restare».

«Difendere i lavoratori significa difendere anche le imprese oneste»

Napoli respinge qualsiasi lettura che contrapponga lavoratori e imprese.

«Da imprenditore e rappresentante delle piccole e medie imprese conosco i sacrifici di migliaia di aziende che ogni giorno rispettano i contratti, pagano regolarmente stipendi e contributi, mantengono occupazione e affrontano costi sempre più pesanti. Sono proprio queste imprese ad essere danneggiate da chi utilizza l’irregolarità per ridurre artificialmente il costo del lavoro».

«Chi sfrutta un lavoratore produce almeno due vittime: il lavoratore, al quale vengono sottratti salario, contributi e diritti, e l’imprenditore onesto, costretto a competere con chi quelle regole non le rispetta. Questa non è competitività. È concorrenza sleale».

Un patto per la legalità nel lavoro

Per il consigliere del CNEL la lotta al lavoro irregolare deve diventare una battaglia comune.

«Le organizzazioni datoriali e le Forze dell’Ordine devono stare insieme dalla stessa parte: quella della legalità. Non deve esserci contrapposizione tra impresa e controllo. Datoriali, sindacati, Ispettorato del lavoro, Inps, istituzioni e Forze dell’Ordine devono costruire un fronte comune capace di prevenire gli abusi, rafforzare i controlli e, contemporaneamente, tutelare le aziende che rispettano le regole».

Secondo Napoli, però, la repressione da sola non basta.

«I controlli sono indispensabili, ma dobbiamo costruire anche una cultura nuova del lavoro. Pagare correttamente un lavoratore e riconoscere tutte le ore effettivamente svolte non rappresenta un costo inutile: significa investire nelle persone, nella produttività e nella stabilità dell’impresa».

Da qui la proposta di un nuovo patto tra istituzioni, imprese e lavoratori, fondato su legalità, responsabilità, produttività, formazione, salari adeguati e rispetto della persona.

«Il lavoro deve restituire dignità e speranza»

Napoli torna infine alla domanda dalla quale nasce la sua riflessione.

«Perché gli operai hanno smesso di sorridere? Forse perché troppo spesso abbiamo parlato di lavoro attraverso statistiche, percentuali e contratti dimenticandoci delle persone. Dietro una busta paga c’è una famiglia. Dietro ogni contributo c’è una pensione. Dietro un giovane che parte c’è un territorio che perde competenze, energie e futuro».

E conclude:

«Dobbiamo tornare a costruire luoghi di lavoro nei quali si possa essere orgogliosi di ciò che si fa, nei quali l’imprenditore possa crescere e il lavoratore possa sentirsi rispettato e partecipe di quella crescita. Il lavoro non può togliere il sorriso. Deve restituire dignità, autonomia e speranza. Perché un Paese nel quale chi lavora ha smesso di sorridere è un Paese che deve avere il coraggio di interrogarsi. E soprattutto di cambiare».