Importante incontro alla Mediterranea con esperti da tutta Italia che hanno analizzato il divario fra stabilità macroeconomica e condizioni reali, spiegando come la contrattazione ferma, il fiscal drag e la produzione industriale in affanno dimostrino l’erosione del reddito
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C’è una domanda che attraversa l’aula del Dipartimento DiGiES dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e resta sul tavolo anche dopo la fine degli interventi: perché, mentre i conti pubblici appaiono in ordine, le famiglie italiane avvertono un progressivo impoverimento?
È da qui che ha preso avvio la presentazione del volume “Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione” di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, un confronto che ha intrecciato analisi storica e attualità economica davanti a una platea di studenti che stanno iniziando il loro percorso universitario in economia. A moderare l’incontro è stata Elisa Barresi, giornalista de ilReggino.it e LaC News24, che ha guidato il dialogo dentro una cornice di forte concretezza.
Ad aprire i lavori è stato il direttore del Dipartimento DiGiES, Massimo Finocchiaro Castro, con i saluti istituzionali. Al dibattito, insieme ai due autori e professori Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, hanno quindi preso parte il senatore Nicola Irto collegato da remoto, il prof. Domenico Marino, docente di Politica Economica e componente del Comitato Consultivo Strategico di Sviluppo Lavoro Spa, con le conclusioni affidate a Domenico Nicolò, professore di Economia Aziendale dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
Il libro prende le mosse da una contraddizione che attraversa l’economia italiana recente: dopo la pandemia il Paese ha registrato crescita del PIL, aumento dell’occupazione, riduzione dello spread e una relativa stabilità finanziaria. Eppure, nello stesso arco temporale, milioni di lavoratori hanno visto ridursi il proprio potere d’acquisto.
È questa frattura che il professor Leonzio Rizzo, professore di Scienze delle Finanze e già membro del Comitato Cassese per la definizione dei LEP, porta al centro del confronto. «Cerchiamo di capire - afferma - come si è evoluta la dinamica dei salari dal passato fino a oggi e come quest’ultima fiammata inflazionistica abbia impattato molto sul potere d’acquisto». La prospettiva è di lungo periodo. Il volume ricostruisce il passaggio dagli anni Novanta alla stagione attuale, segnato dalla fine della scala mobile e dalla riforma della contrattazione collettiva. Un sistema che ha garantito stabilità dei prezzi in una fase di inflazione bassa, e che oggi mostra rigidità evidenti quando il costo della vita accelera. «I contratti ormai hanno una struttura che probabilmente è vecchia rispetto a quello che sta succedendo», osserva Rizzo, indicando la necessità di una revisione delle regole che governano i rinnovi nazionali e la tutela del salario reale.
Dentro questa cornice si inserisce l’analisi del prof. Marco Leonardi, professore di Economia Politica dell'Università di Milano e già capo del dipartimento Dipe di Palazzo Chigi, che amplia lo sguardo al quadro macroeconomico. «Dietro la facciata pulita dei conti in ordine, dello spread basso, l’Italia ha due problemi enormi: il calo dei salari reali e il calo della produzione industriale». La perdita di potere d’acquisto non è un’impressione diffusa, ma un dato misurabile. Tra il 2019 e il 2025 i salari reali in Italia hanno registrato una contrazione significativa, in controtendenza rispetto ad altri grandi Paesi europei dove l’impatto del picco inflazionistico è stato in buona parte riassorbito.
Leonardi collega questa dinamica alla fragilità del modello produttivo. «Mentre tutti gli altri paesi hanno un potere d’acquisto in aumento, noi abbiamo potere d’acquisto in diminuzione», e insieme «il calo della produzione industriale». Il sistema fondato su piccole e medie imprese esportatrici, che per anni ha sostenuto la crescita, si confronta oggi con pressioni esterne e cambiamenti strutturali che ne mettono in discussione la tenuta.
Un passaggio decisivo del confronto riguarda il fiscal drag, tema approfondito dal professor Domenico Marino, docente di politica economica. L’aumento dei prezzi ha fatto crescere i redditi nominali, senza che scaglioni e aliquote fiscali venissero adeguati in modo proporzionale. Ne è derivato un incremento della pressione fiscale effettiva sui lavoratori dipendenti, con un trasferimento silenzioso di risorse verso lo Stato. «L’impoverimento non è stato soltanto il frutto di uno shock esterno, ma anche l’effetto di scelte istituzionali», è la sintesi del suo intervento. Il meccanismo tecnico diventa così chiave di lettura politica, perché incide sulla distribuzione del reddito e sulla percezione di equità.
La riflessione si sposta allora sul rapporto tra stabilità macroeconomica e giustizia distributiva. Il volume invita a interrogarsi su quanto margine esista per recuperare salari reali senza un’accelerazione della produttività e su quanto il problema sia legato alla struttura stessa del sistema produttivo italiano, caratterizzato da dimensioni ridotte e bassa innovazione. «L’inflazione produce effetti distributivi persistenti», è uno dei punti ribaditi nel dibattito, con l’avvertimento che, in assenza di interventi tempestivi, le perdite di potere d’acquisto rischiano di diventare permanenti.
Le proposte avanzate dagli autori toccano la riforma della contrattazione collettiva, una maggiore rappresentanza, una revisione del mix fiscale e una diversa distribuzione della pressione tributaria. «Quando arriva l’inflazione bisogna proteggere i salari fissi», ricorda Leonardi, indicando dipendenti e pensionati come le categorie più esposte. E aggiunge: «Rimettere a posto la contrattazione nazionale e rimettere a posto il fisco per non penalizzare solo il lavoro salariato, per distribuire i costi su tutti».
Il confronto al DiGiES restituisce così una lettura complessa di una stagione economica segnata da indicatori positivi e tensioni sociali crescenti. Il “prezzo nascosto” evocato dal titolo non riguarda soltanto le dinamiche dei prezzi, ma la distanza tra stabilità formale e condizioni materiali. Quando l’inflazione rallenta e i salari non recuperano, il costo non resta confinato ai numeri: si traduce in effetti sociali e democratici che interrogano la politica economica e il modello di sviluppo del Paese.

