La Marina statunitense rafforza il blocco navale impedendo il transito delle navi della flotta ombra iraniana dirette in Asia. Mancano rifornimenti. L’Africa è allo stremo, tra razionamenti e prezzi alimentari alle stelle
Tutti gli articoli di Economia e lavoro
PHOTO
Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato che non rinnoverà l'esenzione temporanea dalle sanzioni che consentiva l'acquisto di petrolio iraniano in navigazione. Dall’inizio della guerra si stima che siano stati sbloccati 140 milioni di barili stipati in mare, per un valore di circa 15 miliardi di dollari.
La notizia dello stop ha riportato verso l’alto l’asticella delle quotazioni del petrolio e del gas. L’esenzione scadrà, come previsto, il prossimo 19 aprile. Il Dipartimento del Tesoro americano ha fatto sapere che «è pronto ad applicare sanzioni secondarie nei confronti di chi continua a sostenere le attività dell'Iran». Anche oggi da Washington sono partiti messaggi contrastanti sulla risoluzione del conflitto e questo ha infiammato i mercati e messo nuovamente sul chi va là le istituzioni finanziarie internazionali. A questo si è aggiunto il blocco navale attuato dalla Marina Usa che oggi ha intercettato e fermato 6 navi che avevano attraversato il corridoio a pedaggio aperto dai pasdaran nello Stretto di Hormuz.
Secondo il Centcom, il comando militare Usa nel Medio Oriente, farebbero parte della flotta ombra iraniana, forte di circa 70 tra petroliere, metaniere e cargo, che l’Iran utilizza, «con la complicità di altri paesi» per aggirare le sanzioni e vendere il proprio greggio. I principali porti di destinazione sono in Cina e in India. Lo sblocco del petrolio sanzionato era partito proprio da una richiesta di Nuova Delhi. La Cina, principale importatore mondiale di greggio, è anche il maggior acquirente di petrolio dall’Iran. Pechino acquista circa l’80% del greggio in partenza dai porti iraniani. Secondo la società di analisi Kpler lo scorso anno la Cina ha acquistato 1,38 milioni di barili al giorno.
Il prezzo della guerra
Lo stop del traffico marittimo a Hormuz costa alle compagnie di navigazione 1,8 milioni di dollari al giorno. Costa inflazione e aumento senza controllo dei prezzi nei paesi che dipendono da queste forniture.
In Asia lo shock energetico causato dai mancati approvvigionamenti di gas e carburanti sta avendo effetti devastanti. Nelle Filippine, in Thailandia, Vietnam e Bangladesh sono stati razionati il consumo della benzina e dell’energia elettrica. Giappone e Corea del Sud, fortemente dipendenti dai commerci di prodotti energetici con i paesi del Golfo, hanno adottato misure straordinarie facendo ricorso alle riserve strategiche.
La crisi di Hormuz si abbatte sull’Africa
L’Africa subsahariana importa circa il 50% del grano che consuma e il 70% di scorte di altro genere. La Fao chiede un corridoio umanitario per far passare i carichi di grano e cereali, medicinali e fertilizzanti diretti in questi paesi. Senza fertilizzanti spariscono i raccolti. Per effetto dello stop dei commerci dal Golfo Persico il Programma alimentare mondiale ha già ridotto del 20% gli approvvigionamenti in Somalia, Sudan, Tanzania e Kenya. Nel Sudan devastato dalla guerra civile che importa circa il 60% del grano mancano gas e carburante ed il prezzo del sorgo, il principale alimento locale, è salito del 250% nelle ultime tre settimane. Sempre la Fao denuncia che in Mauritania, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mali i prezzi del miglio, alimento base per circa cento milioni di persone, sono raddoppiati. Non si trovano fertilizzanti e prodotti per l’agricoltura, tutti importati dal Golfo, e le stime parlano di un crollo della produzione vicina al 50%. Altro paese duramente colpito dalla crisi energetica scatenata dalla guerra in Medio Oriente è l’Egitto, il primo importatore mondiale di grano, con una popolazione di 118 milioni di abitanti, che ha scorte per 8 settimane. La principale rotta di approvvigionamento per tutti è il Mar Rosso. I paesi del Nord Africa hanno bloccato, come hanno fatto India e Cina, le esportazioni delle risorse energetiche strategiche. L’Algeria ha sospeso le vendite all’estero di grano duro, Marocco e Tunisia hanno razionato scorte alimentari e carburante. Meno scorte alimentari più ricorso alle centrali a carbone. Nei paesi più poveri si torna a scavare la torba nelle miniere.


