Niente più vincoli di produzione e di prezzo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro decisione di uscire dall'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e dall'alleanza Opec+, il gruppo di paesi produttori che comprende anche la Russia.

Lo ha riferito l'agenzia di stampa emiratina Wam riportando il comunicato diffuso su X dal ministro dell'Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail Al Mazrouie.

«Questa decisione riflette la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati Arabi Uniti, nonché l'evoluzione del loro profilo energetico, in particolare l'accelerazione degli investimenti nella produzione energetica nazionale» si legge nel comunicato. Gli Emirati Arabi usciranno dall’Opec e da Opec+ il 1º maggio prossimo.

La svolta ridisegna il mercato mondiale del greggio

Si tratta di un vero e proprio terremoto all’interno dell’organismo che da più di 60 anni coordina la gestione dei livelli di produzione di greggio dei Paesi membri, attraverso un sistema di quote, che consentono di controllare i prezzi globali del petrolio ed assicurare la stabilità del mercato. Una decisione, quella di Abu Dhabi, che apre nuovi scenari economici e commerciali, destinati a mutare profondamente gli equilibri politici e finanziari tra i paesi del Golfo Persico. La trasformazione del mercato petrolifero, spinta dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dallo shock energetico che ne è derivato, è solo all'inizio. Molti analisti credono che altri paesi potrebbero seguire l'esempio degli Emirati Arabi.

Cosa succederà adesso

Gli Emirati Arabi hanno infatti annunciato che «dopo l’uscita dall’Opec aumenteranno gradualmente e deliberatamente la produzione, in linea con la domanda e le condizioni di mercato». Questo perché, scrive Al Mazrouie «è giunto il momento di concentrare gli sforzi su ciò che richiede l'interesse nazionale degli Emirati Arabi Uniti, e sul suo impegno verso partner, investitori, importatori e bisogni di mercato». Questa decisione «non cambia l'impegno degli Emirati per la stabilità dei mercati globali né il suo approccio basato sulla cooperazione con produttori e consumatori, ma - dice il ministro dell’Energia - migliora piuttosto la sua capacità di rispondere alle esigenze di mercato in evoluzione».

Non una decisione politica ma una scelta strategica

In una intervista alla Cnn il ministro dell'Energia emiratino ha voluto sgombrare il campo da qualsiasi interpretazione fuorviante sul perché dell'uscita dall'Opec. «Il tempismo è giusto - ha detto Al Mazrouei - perché non avrà un impatto significativo sul mercato e sul prezzo dal momento che lo Stretto di Hormuz è chiuso. Quindi tutti sono limitati, compresi noi. Ma prendere questa decisione ora aiuterà tutti i nostri amici a non sentire la pressione sui prezzi». Le tensioni con i partner del consorzio, specie negli ultimi anni, però non sono mancate. A partire dai limite di produzione imposti, a fronte, ad esempio, della quota gestita dall'Arabia Saudita, 9,3 milioni di barili al giorno, tre volte quella emiratina.

Petrolio e fonti energetiche rinnovabili

Una decisione senza precedenti presentata come un’evoluzione della politica energetica nazionale, pensata per rafforzare la capacità di risposta a uno scenario globale in rapida trasformazione. In futuro ci saranno più investimenti in energie rinnovabili e a base emissioni di gas serra. L’annuncio di Abu Dhabi è arrivato nel giorno del vertice consultivo del Consiglio di cooperazione del Golfo che si è tenuto ieri a Gedda, in Arabia Saudita. Ministri e capi di governo di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar hanno discusso degli sviluppi regionali della crisi economica ed energetica causata dalla guerra in Iran e di sicurezza.  

Opec più debole, cambiano gli equilibri internazionali

L’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec rappresenta un duro colpo sia per l’organizzazione sia per il suo membro di punta, l’Arabia Saudita. Non si parla di aperti contrasti ma la guerra in Medio Oriente ha accentuato le distanze tra i due Paesi con Riad più vicina alla posizione interventista Usa per mettere un freno agli appetiti degli ayatollah nel Golfo.  

Produzione e riserve di greggio

Secondo l'Agenzia statunitense per l'informazione energetica lo scorso anno l'Opec ha incassato 455 miliardi di dollari. I guadagni degli Emirati Arabi ammontano a 77 miliardi, il 17% del totale.L’Opec detiene il 36% della produzione mondiale di petrolio e controlla quasi l'80% delle riserve mondiali. È una pessima notizia anche per i produttori e gli esportatori che non fanno parte dell’organizzazione, Stati Uniti in testa. In primo luogo perché l'Opec assicura l'equilibrio tra produzione e prezzo del greggio. Poi perché gli Usa sono relativamente indipendenti e per il proprio fabbisogno importano ancora circa un terzo del petrolio che consumano. Ed in futuro, nel gioco tra domanda ed offerta, con nuovi competitor sul campo potrebbero risultare perdenti.

L'impatto della decisione sul mercato globale

Gli Emirati Arabi hanno tessuto negli anni una fitta rete di contatti economici e diplomatici con Europa ed Asia e potrebbero puntare a ritagliarsi un ruolo di spicco sul fronte degli scambi commerciali basati sui prodotti energetici. Gli Emirati sono il terzo produttore dell’Opec, dopo Arabia Saudita (9,32 milioni di barili al giorno) e Iraq (4,33 milioni di barili al giorno). Sono il settimo produttore di petrolio al mondo con 3,36 milioni di barili al giorno, il 6,4% della quota di produzione globale. Sono inoltre il sesto paese al mondo per riserve possedute: 113 miliardi di barili. Il fabbisogno giornaliero occupa meno di un quarto della produzione che finisce nelle riserve strategiche. Abu Dhabi fin da subito potrebbe mettere sul mercato oltre 1 milione di barili in più al giorno.

Vecchi e nuovi accordi commerciali

I principali acquirenti del petrolio degli Emirati Arabi Uniti sono concentrati principalmente in Asia, con alcune nazioni chiave che assorbono la maggior parte delle esportazioni. Nel 2025 gli Emirati Arabi sono stati il primo fornitore di greggio del Giappone, coprendo circa il 45% delle sue importazioni totali. Corea del Sud, India e Cina sono gli altri maggiori importatori di greggio emiratino. La crisi energetica globale causata dal conflitto in Medio Oriente apre nuove opportunità. E non solo sul fronte dell’export di petrolio dove Abu Dhabi promette più petrolio e prezzi contenuti. Gli Emirati Arabi stanno insistendo molto sulla transizione energetica. Con investimenti di centinaia di miliardi di dollari in progetti e in tecnologia. I paesi occidentali e l’Italia sono già partner designati di questo processo di cambiamento su cui il paese del Golfo ha deciso di puntare per il futuro.