Una presidente del Consiglio che definisce «vergognosa» la decisione di una giudice. Un ministro che, davanti all'arresto di un sindaco calabrese, lo dà per colpevole a prescindere. Un amministratore che riceve un avviso di garanzia e grida al complotto. Il copione è sempre lo stesso: «Mi vogliono fermare. Non mi faccio intimidire». Salvo poi non spiegare mai chi, come e perché.

Episodi diversi, un solo clima: le istituzioni non si rispettano più, si combattono. E lo Stato dimentica che i suoi poteri sono chiamati a collaborare, ciascuno nel proprio perimetro.

I magistrati non sono infallibili. Possono sbagliare, adottare provvedimenti discutibili, e nessuno deve sottrarli alla critica. Ma contestare una decisione nel merito è legittimo; delegittimare chi l'ha presa no. Soprattutto in un Paese, e in un Sud, dove magistrati e investigatori hanno pagato con la vita la lotta alla mafia e alla corruzione, e dove ancora oggi molti lavorano con organici ridotti all'osso e mezzi insufficienti.

Del resto, gli strumenti per correggere gli errori esistono e funzionano. Il sindaco dato per colpevole è tornato libero dopo una settimana: dopo averlo ascoltato, lo stesso giudice che aveva disposto i domiciliari li ha revocati, esprimendo dubbi sull'impianto dell'accusa. Non è servito un video sui social. È bastato che le garanzie facessero il loro corso.

Il governo ha un compito preciso: far funzionare la giustizia. Coprire i posti vacanti, investire negli uffici, garantire processi in tempi ragionevoli. Ha preferito concentrarsi sulla riforma costituzionale della magistratura, che gli italiani hanno respinto nel referendum di marzo. Un verdetto chiaro. E invece di dare ai tribunali gli strumenti che mancano, si sceglie di gridare allo scandalo a ogni decisione sgradita.

C'è poi il rovescio della medaglia. Un avviso di garanzia non è una condanna, un arresto non è una sentenza: la presunzione d'innocenza vale per tutti, anche per chi amministra. Nessun ministro può anticipare un verdetto. Ma nessun amministratore può trasformare un'indagine in una persecuzione per sottrarsi alle proprie responsabilità. E una scarcerazione non è la prova di un complotto: è la prova che le garanzie funzionano.

Garantismo e rispetto della magistratura non sono in contraddizione: sono i due pilastri dello Stato di diritto. Non si può essere garantisti con gli amici e giustizialisti con gli avversari. Né invocare l'autonomia della politica per sfuggire al controllo di legalità.

Resta una domanda più grande, che in Calabria non si può più rinviare: mentre i poteri si fanno la guerra, chi risponde ai cittadini che vivono in una situazione molto difficile?

Lo spopolamento svuota i paesi, il lavoro manca, le infrastrutture restano insufficienti, la povertà avanza, migliaia di giovani partono ogni anno e non tornano più. Non bastano dichiarazioni, inaugurazioni e campagne di comunicazione. Servono lavoro, collegamenti, una sanità che funzioni, scuole, opportunità vere per chi vuole restare e costruire qui il proprio futuro. La Calabria non può continuare a perdere pezzi mentre chi ha responsabilità pubbliche si consuma in battaglie di potere.

Serve una tregua. A Roma come in Calabria. Non un patto di convenienza, non un silenzio sulle responsabilità: ognuno faccia il proprio mestiere. La magistratura indaghi e giudichi senza condizionamenti, la politica governi, le istituzioni garantiscano servizi e diritti.

Lo Stato non può fare la guerra a se stesso. E una terra che vede partire il proprio futuro non può più aspettare.