Uno studio sugli effetti dell’ingresso di nuovi Paesi nell’Unione europea stima per la regione una riduzione delle sole risorse di coesione vicina al 30% nello scenario che comprende anche l’Ucraina, senza contare le diverse ripartizioni degli altri fondi
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L’allargamento dell’Unione europea verso i Balcani e l’Europa orientale viene generalmente raccontato attraverso la geopolitica, la sicurezza e la necessità di rafforzare il peso di Bruxelles nello scenario internazionale. Molto meno spazio viene riservato a una domanda destinata, però, a diventare decisiva: chi pagherà l’ingresso dei nuovi Stati membri?
Per la Calabria la risposta potrebbe tradursi in centinaia di milioni di euro in meno. Nello scenario più ampio preso in considerazione da uno studio dedicato alle prospettive del processo di allargamento, la regione rischierebbe infatti di perdere il 28,61% delle risorse comunitarie oggi teoricamente assegnabili attraverso la politica di coesione. Rapportato alla dotazione attuale del Programma regionale 2021-2027, il taglio potenziale sfiorerebbe gli 850 milioni di euro nell’arco di sette anni, ai quali si aggiungerebbero le diverse ripartizioni (che lo stesso studio definisce non attualmente calcolabili) che porterebbero la cifra a sfiorare o addirittura superare il miliardo di euro.
Lo studio sulle conseguenze economiche dell’allargamento dell’Ue
Il rapporto si intitola “Prospettive e limiti del processo di allargamento europeo” ed è stato realizzato da Stefano Fantacone, coordinatore del lavoro, Marco Capone, Elena Dell’Endice e Massimiliano Parco, con la supervisione scientifica del professore Lelio Iapadre. Il documento porta il marchio di The Left al Parlamento europeo e le elaborazioni economiche sono attribuite al Centro Europa Ricerche. Un lavoro importante, che pur tenendo al centro gli scenari geopolitici pone il focus sul vil denaro: in che modo verrebbero divise economicamente le risorse dell’UE? Al netto del maggior budget a disposizione, quanto perderebbero quelle regioni che adesso considerano vitali quelle risorse che spesso vengono utilizzate anche per le spese correnti?
La ricerca è divisa in due parti. La prima affronta gli aspetti strategici, politici e istituzionali dell’allargamento; la seconda analizza le conseguenze economiche, dalla maggiore integrazione commerciale fino agli effetti sulla distribuzione del bilancio europeo e dei fondi regionali.
Il punto di partenza è il ritorno dell’allargamento al centro dell’agenda comunitaria dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Secondo gli autori, tuttavia, alla nuova centralità geopolitica non corrisponde ancora una strategia altrettanto chiara su confini, tempi, riforme istituzionali e soprattutto risorse necessarie per sostenere l’ingresso di economie molto più fragili rispetto alla media europea.
I due scenari dello studio: con e senza l’Ucraina
Per misurare le ricadute finanziarie, lo studio costruisce due simulazioni. Nella prima vengono considerati nove nuovi Paesi: Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Kosovo, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia e Ucraina. La Turchia viene invece esclusa perché le sue prospettive di adesione sono considerate ormai impraticabili.
Nel secondo scenario viene eliminata anche l’Ucraina, riducendo a otto il numero dei nuovi ingressi. In entrambi i casi gli autori ipotizzano che i candidati accedano subito al sistema comunitario, senza un periodo graduale di entrata nei finanziamenti, il cosiddetto phase-in.
Non si tratta di una previsione sul futuro bilancio europeo 2028-2034, la cui consistenza non è ancora definita, ma di un esercizio controfattuale: lo studio prende le regole e le risorse del ciclo 2021-2027 e calcola cosa sarebbe accaduto se i nuovi Stati fossero già stati membri dell’Unione.
Perché la Calabria perderebbe risorse anche restando tra le regioni più povere
Il meccanismo può apparire paradossale. L’ingresso di Paesi economicamente più deboli non rende realmente più ricca la Calabria. Abbassa però la media europea, modificando la distanza statistica tra il Pil pro capite calabrese e quello dell’intera Unione. Oggi la Calabria si trova al 59% della media dell’Ue a 27 ed è classificata come regione “meno sviluppata”, insieme a Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Sicilia e Sardegna. Con l’ingresso dei nove Paesi, Ucraina compresa, il valore calabrese salirebbe statisticamente al 68% della nuova media europea. La regione resterebbe sotto la soglia del 75% e quindi continuerebbe a essere considerata “meno sviluppata”, ma la distanza dalla media comunitaria diventerebbe più contenuta.
È proprio su questa distanza che si basa una parte fondamentale del calcolo dei fondi. Maggiore è il divario rispetto alla media europea, più elevato è il sostegno teorico. Se la media si abbassa e il divario si restringe, l’assegnazione diminuisce, anche senza che le condizioni economiche e sociali del territorio siano realmente migliorate.
In altre parole, la Calabria non diventerebbe più ricca: risulterebbe semplicemente meno povera rispetto a una nuova Unione composta da Paesi con redditi molto più bassi.
Calabria, taglio fino al 30% se Kiev entra nell’Unione Europea
Nell’ipotesi più ampia, con nove nuovi Stati e la partecipazione dell’Ucraina, lo studio stima per la Calabria una riduzione del 28,61% rispetto alla dotazione che le sarebbe riconosciuta con l’attuale configurazione europea.
Il ridimensionamento coinvolgerebbe tutto il Mezzogiorno. La Campania perderebbe il 31,85%, la Puglia il 31,66% e la Sicilia il 29,41%: ancora più pesanti sarebbero le conseguenze per Basilicata, Molise e Sardegna, che passerebbero dalla categoria delle regioni “meno sviluppate” a quella delle regioni “in transizione”, con tagli superiori addirittura al 58%. Anche l’Abruzzo subirebbe una contrazione del 50,22%, più della metà delle risorse a sua disposizione.
La presenza dell’Ucraina è determinante per le dimensioni dell’impatto. Senza Kiev, infatti, la perdita stimata per la Calabria scenderebbe al 10,79%. Nello stesso scenario Campania e Puglia perderebbero circa il 12%, la Sicilia l’11,09%, il Molise il 15,40% e la Sardegna il 15,03%. La Basilicata rimarrebbe il territorio più penalizzato, con una contrazione del 48,99%.
Lo studio e le simulazioni: un confronto con il PR Calabria 2021-2027
Per comprendere la portata di queste percentuali è possibile confrontarle con l’attuale Programma regionale Calabria FESR FSE+ 2021-2027. Dopo le ultime riprogrammazioni, il PR dispone complessivamente di 2 miliardi e 962 milioni di euro (una riduzione già importante figlia di tagli e nuove scelte), dei quali 2,307 miliardi sul Fesr e 654,6 milioni sul Fondo sociale europeo Plus. La sola quota finanziata dall’Unione europea ammonta a 2,221 miliardi. La dotazione originaria era invece pari a 3,173 miliardi.
Applicando in maniera proporzionale la riduzione del 28,61% all’intera dotazione attuale, il programma calabrese perderebbe circa 847,4 milioni di euro, scendendo da 2,962 a poco più di 2,114 miliardi.
Considerando soltanto la quota europea, la contrazione sarebbe invece di circa 635,5 milioni, con un finanziamento comunitario che scenderebbe da 2,221 a circa 1,586 miliardi. La differenza è importante perché il valore complessivo del PR comprende anche il cofinanziamento statale e regionale, mentre lo studio simula direttamente l’allocazione iniziale dei fondi europei Fesr e Fse+.
Nello scenario senza l’Ucraina, il taglio del 10,79% equivarrebbe a circa 319,6 milioni sull’intero programma e a poco meno di 240 milioni sulla sola quota Ue. La dotazione complessiva teorica resterebbe quindi intorno ai 2,642 miliardi. Se il calcolo fosse effettuato sulla dotazione originaria del PR, pari a 3,173 miliardi, la perdita massima arriverebbe a circa 908 milioni di euro: se a queste risorse aggiungiamo le ripartizioni per le altre forme di finanziamento e supporto, si capisce come la cifra alla fine della fiera potrebbe addirittura superare il miliardo di euro in un periodo abbastanza ristretto.
Il rischio per tutte le regioni del Mezzogiorno
La dimensione complessiva della partita è enorme. Nel ciclo 2021-2027 al Mezzogiorno sono destinate risorse per la coesione pari a circa 96,5 miliardi di euro, considerando non soltanto i programmi regionali Fesr e Fse+, ma anche cofinanziamenti nazionali, Fondo sviluppo e coesione, programmi complementari e altri strumenti. Questa cifra non può essere ridotta automaticamente delle percentuali indicate dallo studio, perché comprende fondi regolati da meccanismi differenti. La simulazione riguarda in maniera specifica le assegnazioni iniziali dei fondi strutturali europei e non tiene conto di correttivi, premi, reti di protezione nazionali o aggiustamenti successivi. Sono gli stessi autori, in via prudenziale, a definire il risultato un “calcolo grezzo”.
Allargamento UE, i fondi che spariscono e la muta politica che ignora il problema
Il segnale politico ed economico resta però netto: se il bilancio comunitario non crescesse in misura proporzionale al numero e alle necessità dei nuovi membri, l’allargamento si trasformerebbe in una redistribuzione della stessa quantità di risorse. Una torta divisa tra più territori, con i Paesi dell’Est e dei Balcani destinati ad assorbire una parte maggiore dei finanziamenti perché molto più distanti dalla media europea.
Per la Calabria, tra lo scenario con l’Ucraina e quello che non comprende Kiev, ballano in questo momento oltre 527 milioni di euro. Una differenza che mostra come la composizione futura dell’Unione non riguardi soltanto i confini, la sicurezza o gli equilibri internazionali, ma possa incidere direttamente sulle risorse disponibili per imprese, occupazione, formazione, infrastrutture, servizi pubblici e contrasto ai divari territoriali.
Un rapporto così importante, immaginerete, imporrebbe un alert enorme nelle segreterie dei partiti, negli uffici regionali, nelle stanze di chi dovrebbe lavorare al governo: il lavoro di lobbyng e pressioni in casi come questi è fondamentale per poter richiedere meccanismi compensativi, maggiori finanziamenti, periodi di transizione per poter programmare al meglio questi nuovi equilibri. Eppure, finora nessuno ha attualizzato o sollevato il problema: si sa, in politica è meglio l’uovo oggi che la gallina domani. Il rischio, però, è che stavolta dopo l’uovo della gallina restino a terra solo le piume, pur se a sfondo blu e con più stelline gialle intorno.

