Alcune esistenze assomigliano a romanzi d’altri tempi. Quella di Michele Vallone, che lo scorso 31 marzo ha tagliato il traguardo straordinario dei cento anni, non è semplicemente la storia di un compleanno centenario: è il racconto vivente di un secolo di dedizione, lavoro e amore profondo. Il sindaco di Parghelia, Antonio Landro, consegnandogli la targa celebrativa a nome dell'amministrazione comunale, ha colto l’occasione per sottolineare come tutta la comunità di Parghelia sia una “famiglia allargata” per Michele. E così, al bar non ha bisogno di ordinare perché le sue abitudini lo precedono. C’è anche chi lo definisce «il perno di Parghelia». Una definizione che racchiude l'essenza di un uomo che, arrivato a una simile vetta, sorride e dice con naturalezza: «Io sono a disposizione di tutti».

Al suo fianco, a condividere l'emozione e i ricordi, c’è la sua lei: Adele Desiderata Loiacono. Novantasette anni, lo sguardo ancora lucido e complice di chi ha attraversato indenne quasi tre quarti di secolo camminando mano nella mano e che ancora oggi non esita a chiedere un bacio al suo sposo.

Il 25 luglio del 1953 si giurano amore eterno. Un amore solido, antico, nato in un'epoca in cui le scelte sarebbero pesate per la vita. Dal racconto di Michele alle telecamere di Saverio Caracciolo (qui la puntata), si percepisce che fosse desiderato da tante ragazze del paese, ma lui ha scelto lei. Per la vita.

I settantatré anni insieme si specchiano nei volti dei figli Maria Rosaria, Andrea e Pasqualino, e nei passaggi generazionali che portano lo stesso nome, come nel caso della nipotina Adele, che riconosce la fortuna immensa di avere accanto i nonni. Nella loro casa c'è un oggetto che profuma di memoria e dedizione: una vecchia macchina da cucire Singer. È lo strumento con cui nonna Adele ha ricamato, rammendato e cucito una vita intera per le persone del posto, per pura generosità, senza mai ricevere denaro in cambio, trasformando il lavoro in un dono d'amore per il prossimo.

Il percorso di Michele Vallone inizia in salita, sotto il segno della mancanza e del sacrificio più duro. Il padre emigra in Argentina, in un viaggio transoceanico senza ritorno che lo priva della figura paterna prima ancora di poterla conoscere. È la madre, rimasta sola, a farsi carico del destino della famiglia, faticando come lavandaia per garantire un futuro ai suoi figli.

È in questo scenario di miseria dignitosa che Michele impara presto a conoscere il peso del dovere. Verso i 12-13 anni varca la soglia buia della miniera sopra Parghelia. Ci entra a piedi scalzi, sentendo la terra fredda e cruda sotto la pianta, con il compito di trasportare all’esterno il caolino e il quarzo estratti dai minatori. Fatica, polvere, buio. Ma nel cuore di quel ragazzino arde un fuoco diverso.

La svolta arriva prima di compiere diciassette anni, quando Michele riesce a entrare nelle Ferrovie dello Stato come operaio. Con un sacrificio fuori dal comune, una dedizione assoluta al lavoro e una fame inesauribile di crescita professionale, quel ragazzo che aveva abbandonato gli studi in quinta elementare decide che il suo cammino non deve fermarsi lì. Riprende i libri in mano da adulto, studia anche di notte, supera i concorsi e scala con orgoglio tutti i livelli della carriera fino a raggiungere il ruolo di capostazione. «Da manovale a capostazione, e così ha fatto anche mio figlio» riconosce con meritato orgoglio il nostro protagonista.

Per anni ha guidato e presieduto i viaggi dei treni tra il Lametino e il Vibonese, garantendo la sicurezza di binari e passeggeri, lui che era partito da una galleria buia e scalzo. Oggi Parghelia lo celebra come un monumento di saggezza, l'esempio vivo che la determinazione può piegare anche il destino più avverso. Cento anni e il cuore ancora aperto al mondo, pilastro intramontabile di una Calabria generosa e indomita. Perché c’è chi viaggia e chi assicura il viaggio. E Michele sarà sempre quel faro di sicurezza che assicura alla comunità di Parghelia di stare sul giusto binario.