Dopo la cattura del presidente più longevo del Venezuela, la Capitale è quasi deserta mentre i cittadini temono arresti e la repressione dello Chavismo. Dietro l’intervento degli Usa un lungo lavoro di intelligence che ha aperto la strada alla Delta Force
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C’è un silenzio irreale nelle strade di Caracas. È il mattino successivo al blitz aereo e alla cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, e la capitale venezuelana appare come sospesa, trattenendo il respiro. I negozi che di sabato dovrebbero animare i quartieri restano con le serrande abbassate, il traffico è quasi inesistente, i pochi passanti camminano in fretta, senza parlarsi, evitando di incrociare sguardi.
A tenere la popolazione chiusa in casa non è solo lo shock per quanto accaduto, ma la paura. La paura di una repressione che negli ultimi dodici mesi ha già riempito le carceri di oltre mille detenuti, molti senza processo. Nei pressi del palazzo di Miraflores e delle principali installazioni militari – Fuerte Tiuna, La Carlota – la presenza di polizia e soldati è visibile, anche se limitata a pattugliamenti discreti e alla sorveglianza dei punti sensibili. È una calma apparente, fragile.
A Petare, una delle favelas più grandi dell’America Latina, una donna racconta sottovoce: «Sono uscita presto per comprare il pane, ma le strade erano vuote. La gente cammina veloce, senza parlare». Nel centro, un lavoratore informale conferma la stessa sensazione: «Poliziotti agli angoli, come sempre. Ma oggi è diverso. Meglio non uscire inutilmente».
Dalle finestre di diversi quartieri, durante la notte, si sono visti fiamme e pennacchi di fumo levarsi dal Cuartel de la Montaña, il mausoleo di Hugo Chávez. Un luogo simbolico, quasi sacro per il chavismo, colpito nel cuore. Gli attacchi statunitensi si sono concentrati su obiettivi militari a Caracas e negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Si parla di morti e feriti, ma non esistono dati ufficiali. Il silenzio è anche informativo.
Fuori dalla capitale, a Barquisimeto, Maracaibo e Puerto Ordaz, la vita scorre quasi normalmente. Ma anche lì, dopo la notizia della cattura di Maduro, si sono formate lunghe code ai distributori di carburante e nei supermercati. «Bisogna prepararsi, non si sa cosa succederà», dice un automobilista mentre attende il suo turno.
Intanto Diosdado Cabello, numero due del regime, compare in un video sui social, armato. Un segnale. «Se lo chavismo non ha potuto rispondere agli Stati Uniti con le armi, è probabile che le userà contro il popolo», spiega un attivista per i diritti umani, chiedendo l’anonimato. «Serve a mostrare forza, a prevenire qualsiasi protesta».
Sulle televisioni e sulle radio, però, va in onda un’altra realtà: musica, balli, normalità forzata. La censura completa il quadro di una città che sembra vivere in due dimensioni parallele.
L’operazione invisibile
Il blitz che ha portato alla cattura di Maduro non nasce nella notte dei bombardamenti. Secondo fonti giornalistiche statunitensi, la CIA aveva dispiegato in Venezuela una piccola squadra clandestina già da agosto. Un gruppo capace di ricostruire con precisione le abitudini quotidiane del presidente, i suoi spostamenti, i punti deboli del sistema di sicurezza. Un lavoro silenzioso, durato mesi, che ha reso l’operazione delle Delta Force quasi priva di ostacoli.
Dietro le quinte, a Washington, il dossier venezuelano era seguito quotidianamente ai massimi livelli: il consigliere presidenziale Stephen Miller, il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, il direttore della CIA John Ratcliffe. Riunioni continue, telefonate costanti, un coordinamento serrato con la Casa Bianca. La cattura di Maduro non è stata un’improvvisazione, ma l’atto finale di una strategia di pressione iniziata mesi prima.
Maduro, da autista a uomo forte
Nicolás Maduro, 63 anni, è stato il presidente più longevo della storia venezuelana. Nato nel 1962 a Los Chaguaramos, quartiere popolare di Caracas, da una famiglia di origine colombiana, ha iniziato a fare politica da bambino, seguendo il padre, economista e militante socialista. A cinque anni partecipava già a manifestazioni. La madre lo avrebbe voluto sacerdote, ma al liceo si avvicinò alla Teologia della Liberazione e poi al marxismo.
Autista di autobus, sindacalista, militante della Lega Socialista, Maduro si forma politicamente anche a Cuba. La svolta arriva nei primi anni Novanta, con la campagna per la liberazione di Hugo Chávez dopo il fallito golpe del 1992. Da lì l’ascesa: deputato, ministro degli Esteri, vicepresidente. Nel 2012 Chávez lo indica come suo successore.
Quando assume la presidenza, nel 2013, insieme alla moglie Cilia Flores – l’avvocatessa conosciuta negli ambienti bolivariani, diventata “prima combattente” – eredita un Paese già fragile. Ma sotto i suoi mandati il Venezuela precipita: Pil crollato dell’80% in dieci anni, inflazione oltre il 500%, milioni di persone costrette a emigrare.
Il potere di Maduro si consolida attraverso la repressione. Le proteste studentesche vengono soffocate nel sangue. Le elezioni del 2018 e del 2023 sono giudicate illegittime da gran parte della comunità internazionale. L’esclusione della principale leader dell’opposizione, María Corina Machado, segna l’ultimo strappo. Maduro si presenta come “gallo pinto”, ma governa sempre più isolato.
L’epilogo con l’intervento di Washington
Negli ultimi mesi Washington aveva alzato il livello dello scontro: la portaerei Gerald Ford nel Mar dei Caraibi, una taglia da 50 milioni di dollari su Maduro, accusato di essere il capo del Cartello dei Soli. Secondo fonti venezuelane in esilio, la cattura sarebbe avvenuta attraverso un’“uscita negoziata” con la Casa Bianca.
Dietro di sé, Nicolás Maduro e Cilia Flores lasciano un Paese stremato e oltre mille prigionieri politici, molti senza accusa formale. Tra loro anche l’italiano Alberto Trentini.
A Caracas, intanto, il silenzio continua. È il rumore di un potere che si è spezzato, ma anche di un futuro ancora tutto da decifrare.

