Quanto pesa un aquilone a Gaza?

E quanto pesa, per un bambino a Gaza?

Probabilmente poco più di un pezzo di carta, un filo e qualche minuto di spensieratezza.

Ma per Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, per Israel Katz, ministro della Difesa, e per il governo israeliano, sembra essere diventato qualcosa di molto più pesante: una minaccia da trattare come un drone, «con o senza esplosivi».

Un aquilone proveniente da Gaza e fatto volare nel territorio di Israele riceverà la stessa pena prevista per il lancio di un drone. Netanyahu e Katz qualificano tale gesto come una minaccia alla sicurezza nazionale e alla sovranità territoriale di Israele.

Il resto del mondo, gli alleati di Israele, le fabbriche di armi restano inerti dinanzi a questa linea politica e militare, apparentemente inoffensiva quanto pericolosa e invasiva. L’ennesima avanzata israeliana nei confronti di una popolazione civile, principale vittima di un conflitto che sembra non avere una reale fine.

In guerra ci sono ragioni che si intrecciano e si scontrano con la realtà e con il senso di umanità, sino ad arrivare a legittimare persino l’impensabile: sparare direttamente contro il volto, il corpo, il cuore di un bambino.

In guerra anche un aquilone può rappresentare una minaccia da eliminare, insieme a chi lo ha fatto volare. Almeno così ha stabilito Netanyahu, nel silenzio degli altri. Nonostante i numerosi mandati d’arresto internazionali, il primo ministro israeliano decide ancora cosa sia giusto o sbagliato per la sicurezza nazionale di Israele, cosa sia giusto per la sicurezza del popolo israeliano. Un popolo stanco di conflitti e di morti che vorrebbe la pace mentre intorno tutto brucia tra macerie, crisi economiche e umanitarie.

Dopo aver perso il presente, buona parte delle proprie famiglie, dopo aver visto le mani di fratelli e sorelle lacerate dalla polvere e dal sangue amaro, dopo essersi ritrovati con un futuro imposto, i bambini di Gaza non possono far volare nemmeno un aquilone. Perché anche un aquilone strappato e un filo spezzato sono considerati pericolosi e, quindi, vietati.

Viene da chiedersi: a chi può fare paura un aquilone? E dove può arrivare il delirio di onnipotenza dell’essere umano? Interrogativi ai quali sembra non esserci una risposta concreta. Eppure, forse, basta osservare le azioni, le parole e i volti dei cosiddetti «signori della guerra» per trovarla.

Probabilmente, la caccia all’aquilone è il punto di arrivo in un mondo spezzato in più parti, dove la guerra e il potere prevalgono sulla vita e sulla morte delle persone. Un mondo in cui gli esseri umani sono soffocati senza nemmeno accorgersene. Un mondo in cui morire per essere liberi lascia spazio all’illusione di un futuro migliore, di una terra benevola per chi verrà e di una degna sepoltura per chi è stato. Un mondo, una vita, un sogno raccontati dal poeta palestinese Refaat Alareer prima di essere ucciso il 6 dicembre 2023. Tutto in pochi versi, in pochi istanti di libertà.

Se devo morire di Refaat Alareer

Se devo morire,

tu devi vivere

per raccontare la mia storia,

per vendere le mie cose,

per comprare un pezzo di stoffa

e qualche filo (fallo bianco, con una lunga coda),

così che un bambino, da qualche parte a Gaza, fissando il cielo negli occhi,

aspettando suo padre che è partito tra le fiamme - senza dire addio a nessuno, neanche alla sua

carne, neanche a sé stesso - veda l'aquilone, il mio aquilone che hai fatto tu, volare alto e pensi, per un momento, che lassù ci sia un angelo che riporta l'amore.

Se devo morire, che porti speranza, che sia una storia.