La firma dell’intesa tra Washington e Teheran apre una nuova fase in Medio Oriente. Trump rivendica il successo sulla questione nucleare e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre l’Iran ottiene concessioni diplomatiche. Israele esce indebolito, mentre Pakistan e Qatar rafforzano il proprio peso internazionale
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Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu attends a press conference, amid the U.S.-Israel conflict with Iran, in Jerusalem, March 19, 2026. //COHENMAGENGIL_sipa.8032/Credit:Ronen Zvulun/POOL/SIPA/2603192014
La firma del memorandum di Islamabad segna il primo vero punto di svolta nel lungo confronto tra Stati Uniti e Iran. Dopo mesi di tensioni militari, attacchi incrociati e timori per una possibile escalation regionale, Washington e Teheran hanno scelto la strada della diplomazia, aprendo una fase nuova che però lascia ancora molte questioni irrisolte.
Mentre il presidente americano Donald Trump celebra l'intesa come una vittoria strategica, analisti e osservatori internazionali si interrogano su chi abbia realmente guadagnato terreno e chi, invece, sia uscito ridimensionato dal negoziato.
Trump ottiene una tregua politica ma non la resa dell'Iran
Per Donald Trump il memorandum rappresenta senza dubbio un successo politico.
Il presidente americano può rivendicare due risultati simbolicamente importanti: la riapertura dello Stretto di Hormuz e l'impegno iraniano a non dotarsi di armi nucleari. Due temi che erano diventati centrali nel dibattito interno statunitense e che rischiavano di trasformarsi in un problema alla vigilia delle elezioni di midterm.
Tuttavia, il quadro appare più sfumato rispetto alla narrazione della Casa Bianca.
L'obiettivo iniziale di parte dell'amministrazione e dell'ala più dura del Partito Repubblicano era infatti lo smantellamento completo del programma nucleare iraniano. Questo risultato non è stato raggiunto. Il futuro delle attività nucleari di Teheran sarà infatti oggetto di ulteriori negoziati nei prossimi sessanta giorni.
In sostanza, Trump porta a casa un accordo che ferma il conflitto ma non risolve definitivamente la questione iraniana.
L'Iran salva il regime e conquista aperture diplomatiche
Se sul piano militare la Repubblica islamica ha subito colpi pesanti, sul fronte politico e diplomatico il bilancio appare più favorevole.
Teheran esce dal confronto con il proprio sistema di potere ancora in piedi, nonostante la perdita di importanti figure militari e i danni subiti dalle infrastrutture strategiche.
L'intesa apre inoltre la strada a possibili sviluppi che fino a poche settimane fa sembravano irraggiungibili: allentamento delle sanzioni internazionali;
sblocco di parte dei fondi congelati all'estero; riconoscimento del ruolo iraniano nella gestione dello Stretto di Hormuz; mantenimento di una parte significativa delle capacità missilistiche.
Il regime può inoltre rivendicare di non aver ceduto completamente sulle proprie infrastrutture nucleari.
L'accordo ha però provocato forti tensioni interne. I settori più radicali del sistema politico iraniano hanno criticato duramente il memorandum, aprendo una frattura che potrebbe avere conseguenze sul futuro equilibrio del potere a Teheran.
Netanyahu tra i grandi sconfitti della crisi
Tra coloro che escono più indeboliti dal nuovo scenario c'è il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Israele aveva sostenuto con forza la necessità di una linea dura contro Teheran e aveva puntato a un indebolimento strutturale del regime degli ayatollah.
L'accordo va invece in direzione opposta.
Il memorandum consolida infatti la sopravvivenza della leadership iraniana e introduce un cessate il fuoco in Libano che limita ulteriormente la libertà d'azione delle forze armate israeliane contro Hezbollah.
La de-escalation regionale rischia inoltre di favorire un riavvicinamento tra Iran e monarchie del Golfo, riducendo il margine diplomatico di Israele nella regione.
Pakistan e Qatar protagonisti della mediazione
Tra i vincitori del negoziato figurano sicuramente il Pakistan e il Qatar.
Islamabad e Doha hanno svolto un ruolo chiave nel mantenere aperti i canali di comunicazione tra Washington e Teheran durante tutta la crisi.
La firma del memorandum rafforza il loro prestigio internazionale e conferma il crescente peso diplomatico dei due Paesi negli equilibri mediorientali.
Per il Pakistan, in particolare, l'intesa rappresenta uno dei più rilevanti successi diplomatici degli ultimi anni.
L'Europa resta ai margini
Il Vecchio Continente appare invece tra gli attori meno influenti della vicenda.
Le principali capitali europee non hanno avuto un ruolo centrale nelle trattative e hanno assistito da spettatrici all'evoluzione del negoziato guidato da Stati Uniti, Iran e mediatori regionali.
Bruxelles e gli alleati europei cercano ora di ritagliarsi uno spazio attraverso la cosiddetta coalizione per Hormuz, che si è detta pronta a sostenere eventuali missioni internazionali per garantire la sicurezza della navigazione nello stretto.
Ma il peso politico dell'Europa nella crisi appare nettamente inferiore rispetto a quello mostrato in precedenti negoziati sul dossier nucleare iraniano.
I mercati festeggiano la riapertura di Hormuz
Tra i beneficiari immediati dell'accordo ci sono i mercati finanziari e i Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche.
L'annuncio della riapertura dello Stretto di Hormuz ha generato una reazione positiva delle Borse e una riduzione delle quotazioni petrolifere, allontanando il rischio di una nuova impennata dei prezzi dell'energia.
Gli analisti invitano però alla prudenza.
La normalizzazione dei flussi commerciali e delle forniture energetiche richiederà tempo e il pieno ritorno alla stabilità potrebbe richiedere ancora diversi mesi. Molto dipenderà dall'esito dei prossimi negoziati sul programma nucleare iraniano, vero nodo irrisolto dell'intesa di Islamabad.
Per questo motivo il memorandum viene visto come un importante passo verso la pace, ma non ancora come la conclusione definitiva della crisi che ha tenuto il Medio Oriente con il fiato sospeso.

