Washington e Teheran sarebbero a un passo da un accordo provvisorio per congelare il conflitto nel Golfo Persico. Secondo le indiscrezioni rilanciate da Axios e ricostruite dal Corriere della Sera, Stati Uniti e Iran starebbero definendo un memorandum d’intesa da sessanta giorni che avrebbe due obiettivi immediati: riaprire lo Stretto di Hormuz e creare una finestra negoziale per affrontare il dossier nucleare e le altre crisi regionali.

Donald Trump, intervenendo sul suo social Truth, ha già anticipato che “c’è un accordo sulle linee generali, Hormuz sarà riaperto”, mentre dalla Casa Bianca filtra la volontà di chiudere le ultime divergenze entro poche ore. Sul tavolo, però, restano nodi enormi: dallo sblocco dei fondi iraniani congelati alle sanzioni petrolifere, fino alla gestione delle scorte di uranio arricchito.

Hormuz torna al centro del mondo

Il primo punto dell’intesa riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui, prima dell’escalation militare del 28 febbraio, transitava circa il 20% del petrolio mondiale e il 19% del gas naturale liquefatto.

Secondo la bozza del memorandum, Teheran si impegnerebbe a consentire nuovamente il traffico marittimo senza pedaggi e a bonificare le mine piazzate nelle settimane scorse dai Pasdaran. In cambio, Washington allenterebbe il blocco sui porti iraniani e concederebbe deroghe temporanee alle sanzioni petrolifere, permettendo la ripresa delle esportazioni di greggio.

Dietro la riapertura dello Stretto si muove una gigantesca partita economica globale. Oltre al petrolio e al gas, da Hormuz passano fertilizzanti, semiconduttori, carburanti e materie prime fondamentali per l’industria farmaceutica e tecnologica. Gli Emirati Arabi stimano che il blocco abbia già provocato danni vicini ai 30 miliardi di dollari.

Gli Stati Uniti avrebbero già predisposto una flotta di dragamine al largo dell’Oman per avviare le operazioni di bonifica. Secondo alcune ricostruzioni, anche la marina italiana potrebbe essere coinvolta in eventuali missioni di sicurezza navale, dopo le richieste avanzate da Francia e Regno Unito durante il vertice Nato di Helsingborg.

Il vero nodo resta il nucleare iraniano

Se Hormuz rappresenta l’urgenza immediata, il dossier che può far saltare tutto resta quello nucleare.

Il memorandum prevederebbe un impegno iraniano a non sviluppare armi atomiche e ad avviare un negoziato sulla sospensione dell’arricchimento dell’uranio e sulla gestione delle scorte già accumulate.

Secondo il New York Times, citando fonti iraniane, l’accordo includerebbe anche lo sblocco di almeno 25 miliardi di dollari di beni congelati all’estero, cifra che altre fonti internazionali stimano addirittura tra i 100 e i 120 miliardi.

La questione centrale riguarda i circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% che, secondo l’Aiea, l’Iran possiede già. Una soglia tecnicamente molto vicina al 90% necessario per costruire un ordigno nucleare.

Le opzioni sul tavolo restano divergenti. Trump vorrebbe che le scorte fossero trasferite negli Stati Uniti. Teheran propone invece una diluizione interna del materiale sotto supervisione internazionale. La Russia, dal canto suo, si è detta disponibile a custodire temporaneamente l’uranio iraniano.

Secondo Al Arabiya, gli iraniani avrebbero proposto di congelare per dieci anni l’arricchimento oltre il 3,6%, chiedendo però il riconoscimento formale del diritto iraniano ad arricchire uranio a fini civili.

Hezbollah, Libano e le paure di Netanyahu

Uno dei passaggi più delicati riguarda il fronte libanese.

L’intesa, secondo Axios e il New York Times, prevederebbe la sospensione delle ostilità anche tra Israele e Hezbollah. Un punto che avrebbe creato forti tensioni tra Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Israele teme che una tregua possa offrire tempo prezioso a Hezbollah per riorganizzarsi e riarmarsi. Per questo nel memorandum sarebbe stata inserita una clausola che consentirebbe comunque a Tel Aviv di intervenire militarmente qualora emergessero tentativi di riarmo o nuove minacce operative.

Per Teheran, invece, il congelamento simultaneo di tutti i fronti rappresenta una condizione fondamentale per avviare il negoziato strategico sul nucleare e sulle sanzioni.

I 60 giorni decisivi e il fattore Trump

Anche nel caso di una firma imminente, il memorandum non rappresenterebbe una pace definitiva ma soltanto una tregua temporanea e altamente fragile.

Le forze militari statunitensi schierate nella regione resterebbero operative per tutta la durata dei sessanta giorni previsti dall’intesa e verrebbero ritirate soltanto in presenza di un accordo definitivo verificabile sul nucleare e sulla sicurezza regionale.

Restano inoltre aperte le questioni sul controllo del traffico nello Stretto di Hormuz e sulla gestione futura dei pedaggi marittimi. Teheran sarebbe pronta a sospenderli temporaneamente, ma chiede un futuro sistema condiviso con gli altri Paesi del Golfo.

Su tutto pesa poi il fattore Trump. Fino a poche ore fa il presidente americano continuava a evocare apertamente l’opzione militare, valutando nuovi raid contro infrastrutture e uomini del regime iraniano. Resta da capire quanto quelle minacce fossero reale preparazione alla guerra e quanto invece parte della pressione negoziale costruita attorno all’accordo.

Per ora il memorandum appare più come un congelamento della crisi che una soluzione definitiva. Ma dopo mesi di escalation e il rischio concreto di un conflitto regionale aperto, anche una tregua di sessanta giorni potrebbe cambiare gli equilibri del Medio Oriente e dei mercati energetici globali.