Nella sera del 15 agosto, mentre la città celebrava la Vara, ignoti sono entrati nel museo e hanno sottratto tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, realizzato da Antonello da Messina nel 1473, insieme alla preziosa tavoletta bifronte con la Madonna col Bambino e un francescano e, sul verso, il Cristo in pietà. Due delle tavole inizialmente asportate sono state successivamente abbandonate durante la fuga; quattro opere, tuttavia, risultano ancora sottratte. La Procura ha aperto un'inchiesta e gli investigatori stanno ricostruendo dinamica, responsabilità e modalità attraverso le immagini della videosorveglianza e le testimonianze del personale.

È una ferita che va assai oltre la pur ingentissima valutazione economica delle opere. Il Polittico di San Gregorio appartiene alla storia stessa di Messina: eseguito per il monastero di San Gregorio, è una delle testimonianze capitali della maturazione artistica di Antonello e del Rinascimento italiano. Ed è precisamente qui che dovrebbe cominciare una riflessione che, in Italia, continuiamo colpevolmente a rimandare.

Noi siamo la nostra cultura.

Lo siamo prima ancora di essere un'economia, un sistema produttivo, una potenza industriale, una destinazione turistica. Siamo ciò che abbiamo saputo creare, conservare, tramandare. Siamo le pietre delle nostre città, i manoscritti delle nostre biblioteche, le architetture delle nostre piazze, la musica delle nostre chiese, i dipinti custoditi nei nostri musei. Siamo Dante, Michelangelo, Caravaggio, Leonardo, Bellini, Piero della Francesca. Siamo anche Antonello da Messina.

Eppure la cultura continua troppo spesso a essere considerata una voce ancillare del bilancio pubblico, una decorazione prestigiosa da esibire nelle occasioni solenni, una materia nobile finché non arriva il momento di decidere quanto investirvi davvero. Questa concezione è miope. Ed è persino pericolosa.

Un'opera d'arte non è un bene qualsiasi. Non è semplicemente una cosa che possiede un prezzo. Il suo valore è stratificato: è storico, estetico, civile, identitario, educativo. Un capolavoro sopravvive agli uomini che lo hanno dipinto e alle generazioni che lo hanno contemplato. Attraversa guerre, terremoti, mutamenti politici, catastrofi naturali. Diventa una forma di continuità fra chi siamo stati e chi saremo.


Il Polittico di San Gregorio:

Il Polittico di San Gregorio è sopravvissuto per oltre cinque secoli. È sopravvissuto persino al terremoto del 1908. E oggi siamo costretti a domandarci come sia stato possibile che, nel tempo della tecnologia, della videosorveglianza e dei sistemi elettronici di sicurezza, qualcuno potesse entrare in un museo, raggiungere opere di valore incalcolabile, asportarle e riuscire a fuggire. Qui emerge il secondo scandalo.

Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha dichiarato che allarme e videosorveglianza hanno funzionato regolarmente, aggiungendo che è stata avviata un'ispezione interna per accertare eventuali responsabilità del personale. È una dichiarazione che, francamente, lascia sconcertati.

Perché se un sistema di sicurezza “funziona regolarmente” e, contemporaneamente, quattro capolavori vengono sottratti da un museo, allora bisogna avere il coraggio di chiedersi che cosa intendiamo esattamente per funzionamento.

È un po' come dire che l'operazione è andata bene, ma il paziente è morto.

Un allarme che suona dopo che il ladro ha raggiunto l'opera, l'ha rimossa e ha iniziato la fuga può anche aver assolto tecnicamente la propria funzione; evidentemente, però, qualcosa nella catena della tutela non ha funzionato. E questo qualcosa dovrà essere accertato con rigore, senza processi sommari e senza capri espiatori preventivi, ma anche senza l'illusione che basti certificare il corretto funzionamento di un dispositivo elettronico per considerare impeccabile un sistema di sicurezza.

La tutela del patrimonio non può coincidere con l'esistenza di un allarme. La tutela è prevenzione, controllo, vigilanza, formazione, tecnologia, organizzazione. È una responsabilità complessiva. E proprio per questo questa vicenda deve diventare una battaglia nazionale. Una battaglia che rivendico. Perché mi ostino a pensare che la cultura non sia un capitolo ornamentale dell'identità italiana, bensì la sua architrave. Mi ostino a pensare che investire in un museo significhi investire nella coscienza civile di un Paese; che proteggere un quadro significhi proteggere la memoria collettiva; che restaurare una chiesa, catalogare un archivio, salvare un manoscritto, custodire una partitura significhi impedire che una parte di noi venga consegnata all'oblio.

Non possiamo indignarci soltanto quando un capolavoro viene rubato. Dobbiamo indignarci ogni volta che la cultura viene considerata secondaria. Perché un Paese che perde le proprie opere d'arte perde progressivamente la capacità di riconoscersi. E un popolo che smette di riconoscersi nella propria storia diventa inevitabilmente più fragile, più manipolabile, più povero.

Antonello da Messina non appartiene soltanto a Messina. Non appartiene soltanto alla Sicilia. Appartiene all'Italia e, attraverso l'Italia, alla storia universale dell'arte. Le sue opere sono patrimonio di tutti noi. Per questo quelle tavole devono tornare a casa.

E, insieme a esse, deve tornare anche una consapevolezza: la cultura non è ciò che un Paese possiede in più. È ciò che un Paese è. Difenderla non è una concessione alla nostalgia. È un dovere verso il futuro.