Nei file estratti dall’archivio del Ris di Parma le analisi genetiche sulla bicicletta di Alberto Stasi: il profilo attribuito a Chiara Poggi, le date, gli username e i risultati negativi diventati centrali diciannove anni dopo
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I raw data Garlasco sono diventati uno dei nuovi nodi dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. LaCapitale ha potuto visionare i file estratti dall’archivio del Ris di Parma, relativi alle analisi genetiche effettuate nel settembre 2007 sul materiale biologico prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi. Dentro quei dati grezzi ci sono il profilo genetico attribuito allora alla vittima, le date e gli orari delle lavorazioni, le utenze utilizzate dagli operatori e soprattutto i tracciati con esito negativo diventati, diciannove anni dopo, uno dei punti più controversi dei nuovi accertamenti della Procura di Pavia.
Non parliamo quindi soltanto di ricostruzioni giornalistiche, dichiarazioni o interpretazioni formulate a posteriori. I raw data Garlasco sono i dati prodotti dagli strumenti utilizzati dal Ris e conservati nei suoi archivi. È dalla loro rilettura che nasce uno dei confronti più delicati della nuova stagione giudiziaria sul delitto del 13 agosto 2007: da una parte il profilo genetico attribuito nel 2007 a Chiara Poggi, dall’altra i risultati negativi emersi da ulteriori analisi e, soprattutto, la questione della loro esatta collocazione temporale.
Diciannove anni dopo, dunque, la storia del Dna sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi torna al centro del caso Garlasco. E questa volta la sequenza delle operazioni effettuate nel laboratorio del Ris di Parma potrebbe diventare importante quanto i risultati stessi.
Raw data Garlasco: cosa mostrano i file del Ris sulla bici di Stasi
Il reperto al centro della vicenda viene identificato con la sigla BU_P e riguarda il materiale biologico prelevato dai pedali della bicicletta.
Il 19 settembre 2007 il Ris ottenne da quell’estratto un profilo genetico che il consulente tecnico del pubblico ministero attribuì «oltre ogni ragionevole dubbio» a Chiara Poggi. Le successive consulenze disposte dalla Procura di Pavia hanno ricostruito la presenza di un profilo parziale compatibile con quello della vittima e di due profili completi sovrapponibili per 15 marcatori al Dna di Chiara Poggi.
La documentazione visionata da LaCapitale consente di entrare direttamente nella cronologia informatica delle analisi. In uno dei file compare una corsa effettuata il 19 settembre 2007 alle 18.37, associata allo username “port”. In un altro compare la data del 20 settembre 2007 alle 17.33, con lo username “marino”. Proprio questi elementi sono oggi sottoposti a una nuova lettura investigativa, perché intorno alla successione delle lavorazioni si concentra il confronto tra accusa, difesa e consulenti.
Il punto, quindi, non consiste semplicemente nello stabilire se il Dna di Chiara Poggi fosse presente sui pedali. Il nodo riguarda l’intera successione delle analisi effettuate dal Ris, i risultati ottenuti, la loro registrazione nei raw data e ciò che entrò materialmente negli atti dell’indagine e del processo contro Alberto Stasi.
Il Dna di Chiara Poggi e quei tracciati negativi ritrovati diciannove anni dopo
La questione più delicata riguarda proprio i risultati negativi. I consulenti incaricati dalla Procura di Pavia hanno scritto che ulteriori tentativi di acquisire profili genetici dai campioni prelevati dai pedali fornirono «nessun profilo genetico» e che due tracciati mostravano l’assenza di picchi elettroforetici utili alla comparazione.
È su questi dati che le interpretazioni divergono radicalmente.
Secondo la lettura sostenuta dalla difesa di Alberto Stasi, quei risultati negativi arrivarono dopo l’esito positivo attribuito a Chiara Poggi e avrebbero quindi avuto un peso potenzialmente enorme nella valutazione del reperto. La Procura di Pavia ha avviato accertamenti anche per comprendere perché di quelle risultanze non si trovi traccia negli atti del procedimento celebrato all’epoca contro Stasi.
Una ricostruzione diversa arriva invece dai consulenti della famiglia Poggi. Secondo questa interpretazione, la data di modifica dei file non corrisponderebbe necessariamente al momento nel quale venne effettuata l’analisi. Ed è qui che i raw data Garlasco diventano essenziali per ricostruire ciò che accadde realmente nel laboratorio del Ris.
Raw data del Ris, il nodo delle date che può cambiare la lettura delle analisi
La distinzione tecnica riguarda soprattutto due indicazioni contenute nei file: la “run date”, cioè la data nella quale lo strumento eseguì materialmente la corsa, e la “date modified”, che può indicare invece una successiva modifica o un aggiornamento del file. Non è una differenza formale, perché dalla corretta collocazione cronologica delle analisi dipende la lettura dell’intera sequenza.
Secondo i consulenti della famiglia Poggi, almeno uno dei risultati negativi deriverebbe da una lavorazione precedente al profilo positivo del 19 settembre e non costituirebbe quindi una controanalisi successiva capace di smentirlo. La difesa di Stasi sostiene invece una lettura differente della successione degli accertamenti e attribuisce ai risultati negativi un peso ben diverso.
La questione da chiarire diventa quindi molto precisa: quando furono effettivamente prodotti quei tracciati negativi? E soprattutto, quale rapporto temporale hanno con il risultato che attribuì il profilo genetico a Chiara Poggi? È su questa cronologia che si concentra una parte decisiva dei nuovi accertamenti.
Garlasco, lo username “port” nei file e la spiegazione di Giorgio Portera
Un altro elemento che emerge dai file visionati riguarda lo username “port”, associato a una delle lavorazioni del campione. Il genetista Giorgio Portera, che lavorò al Ris di Parma dal 2005 al 2009, ha spiegato agli inquirenti di non avere personalmente effettuato l’analisi genetica né interpretato il profilo relativo al caso Garlasco.
Portera ha ricondotto la presenza della propria utenza alla fase tecnica di caricamento del campione sul sequenziatore, precisando di non poter stabilire oggi se l’operazione fosse stata eseguita materialmente da lui oppure da un collega al quale aveva consentito di utilizzare la sua user. Ha inoltre chiarito di non aver svolto sopralluoghi né firmato verbali o referti relativi al delitto di Chiara Poggi.
La distinzione è importante: l’utilizzo di un’utenza informatica collegata allo strumento non equivale automaticamente alla responsabilità scientifica dell’analisi e dell’interpretazione del Dna. La Procura sta quindi cercando di ricostruire anche attraverso questi elementi chi effettuò materialmente le diverse operazioni all’interno del Ris di Parma nel settembre 2007.
Il Ris difende le analisi sui pedali: «Il Dna di Chiara c’era»
L’ex comandante del Ris di Parma, Luciano Garofano, ha respinto con forza qualsiasi ipotesi di manipolazione o depistaggio e continua a sostenere la validità del risultato ottenuto all’epoca.
La sua posizione è netta: il Dna di Chiara Poggi sui pedali della bici c’era e il Ris non avrebbe nascosto né alterato alcun risultato.
Garofano sottolinea inoltre che le attività tecniche dell’epoca si svolsero nel contraddittorio tra le parti e affida la propria ricostruzione al lavoro dei collaboratori che materialmente eseguirono gli accertamenti. La nuova indagine dovrà dunque confrontare questa posizione con quanto emerge dall’archivio digitale e con la documentazione effettivamente confluita nel procedimento contro Stasi.
Il problema giudiziario non riguarda quindi soltanto l’esistenza di uno o più risultati negativi. Occorre stabilire quando vennero prodotti, che cosa significassero scientificamente, chi ne fosse a conoscenza e perché determinati dati grezzi non compaiano nel fascicolo processuale dell’epoca. Domande che trasformano una questione apparentemente tecnica in uno dei capitoli più delicati della nuova inchiesta su Garlasco. Continua a leggere su La Capitale.


