C’è qualcosa di profondamente grottesco nella linea seguita dall’Unione europea sulla Groenlandia. L’idea di accordarsi con un Paese extra Ue (la Gran Bretagna) per “presidiare” un territorio che, formalmente, rientra nella sfera giuridica europea attraverso la Danimarca è il riassunto perfetto di una governance che non distingue più tra sovranità, influenza e autoillusione.

La Groenlandia non è una colonia dimenticata. È un territorio con ampia autonomia, circa 56.000 abitanti, un Pil di poco superiore ai 3 miliardi di euro e un dato decisivo: può scegliere. Gli accordi firmati con la Danimarca consentono a Nuuk di gestire risorse naturali e relazioni economiche in modo crescente e pragmatico. Tradotto in linguaggio semplice: decide chi paga meglio e offre più ritorni concreti.

Ed è qui che l’Unione perde la partita. Non per colpa degli Stati Uniti, che fanno esattamente ciò che una potenza fa da sempre, ma per l’assenza totale di una proposta europea credibile. Terre rare, uranio, grafite, potenziale minerario artico: per la Groenlandia contano royalties, infrastrutture, occupazione e trasferimento tecnologico. Non dichiarazioni di principio o documenti strategici scritti a Bruxelles.

Nel frattempo, gli Usa investono, firmano accordi bilaterali, garantiscono sicurezza e soprattutto cash flow. Percentuali chiare, tempi rapidi, decisioni esecutive. La Groenlandia guarda lì perché lì arrivano i soldi. Fine del romanticismo geopolitico.

Carta Limes
Carta Limes

Lo schema è lo stesso già visto con il Mercosur. Dopo anni di negoziato, l’impatto stimato sul Pil Ue è attorno allo 0,1 percento. Un guadagno marginale, distribuito in modo asimmetrico, a fronte di costi politici, industriali e agricoli molto concreti. Anche in quel caso, molta retorica e pochissima visione strategica.

Il problema non è la Groenlandia. Il problema è un’Unione che non riesce più a decidere. Una governance pensata per la mediazione infinita non è in grado di reggere sfide di potenza, risorse e sicurezza. Il risultato è un baraccone istituzionale che produce regolamenti mentre il mondo gioca a scacchi.

O si cambia radicalmente il modello decisionale, introducendo un vero direttorio politico capace di assumersi responsabilità e rischi, oppure l’Ue continuerà a essere spettatrice di partite che la riguardano direttamente ma che altri vinceranno. Groenlandia compresa. La geoeconomia non aspetta. E, soprattutto, non fa sconti a chi confonde i valori con le percentuali.

*Giornalista, docente, analista economico