L’ipotesi che la Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, stia preparando una via di fuga verso Mosca nel caso di un crollo del regime segna un punto di non ritorno nella percezione della stabilità della Repubblica islamica. La notizia, riportata nelle scorse ore dal quotidiano britannico Times e ripresa dai media israeliani, descrive uno scenario che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile: l’86enne leader religioso che governa l’Iran da oltre tre decenni pronto a lasciare Teheran se l’apparato repressivo non dovesse più reggere l’urto delle proteste.

Secondo quanto riferito, il piano prevederebbe l’evacuazione di Khamenei insieme a circa venti familiari e collaboratori stretti. Un’operazione che scatterebbe qualora le manifestazioni di piazza, cicliche ma sempre più pervasive, dovessero trasformarsi in una minaccia sistemica, capace non solo di paralizzare il Paese ma di incrinare la fedeltà delle forze di sicurezza. Il timore più grande, infatti, non sarebbe tanto la protesta in sé, quanto l’eventualità che reparti della polizia o dei Pasdaran possano disertare o schierarsi con i manifestanti.

In questo quadro, Mosca emerge come l’unico approdo possibile. Non solo per ragioni geopolitiche, ma anche per affinità politiche e culturali. Il leader iraniano avrebbe sempre guardato con ammirazione a Vladimir Putin, considerandolo un interlocutore affidabile e un esempio di gestione autoritaria del potere. Secondo alcuni analisti israeliani, non ci sarebbero molte alternative: pochi Paesi sarebbero disposti ad accogliere la massima autorità religiosa di un regime sotto pressione internazionale, mentre la Russia rappresenterebbe una sorta di porto sicuro, già sperimentato da altri alleati in difficoltà.

Il precedente che pesa come un macigno è quello siriano. La fuga dell’ex presidente Bashar al-Assad verso Mosca dopo la caduta del suo regime nel dicembre 2024 viene indicata come modello operativo. Un’uscita di scena rapida, organizzata con largo anticipo, che avrebbe consentito al leader siriano di evitare una fine violenta. Secondo fonti d’intelligence citate dalla stampa, anche nel caso iraniano sarebbe già stata predisposta una rete logistica: raccolta di beni, disponibilità finanziarie all’estero, contatti per garantire un passaggio sicuro fuori dal Paese.

Il cosiddetto “Piano Bincluderebbe anche il figlio Mojtaba, considerato da molti il possibile successore di Khamenei. Un dettaglio che rafforza l’idea di una strategia non improvvisata ma meditata, costruita nell’ombra mentre il regime continua a mostrarsi compatto all’esterno. La discrepanza tra la narrazione ufficiale – fatta di controllo e fermezza – e queste indiscrezioni contribuisce ad alimentare l’idea di una leadership meno solida di quanto appaia.

A rendere il quadro ancora più inquietante è il patrimonio attribuito alla Guida Suprema. Secondo stime già emerse in passato, Khamenei disporrebbe di una rete di beni e fondazioni dal valore enorme, distribuiti tra Iran ed estero. Risorse che, in uno scenario di collasso, potrebbero facilitare una fuga ordinata e garantire protezione e agi anche lontano da Teheran. Un paradosso per un regime che fonda la propria legittimità sulla retorica della resistenza e del sacrificio.

Resta da capire quanto queste valutazioni siano concrete e quanto facciano parte di un’analisi preventiva, tipica di ogni potere che si sente sotto assedio. Ma il solo fatto che si parli apertamente di un’eventuale fuga della Guida Suprema segnala una crepa profonda. Non è solo una questione di ordine pubblico o di proteste represse: è la percezione, interna ed esterna, che l’Iran possa non essere più impermeabile al cambiamento.

Se davvero Khamenei sta guardando a Mosca come ultima ancora di salvezza, significa che il regime degli ayatollah, pur mantenendo il controllo, avverte per la prima volta la possibilità concreta di perdere il monopolio della forza. E quando un sistema di potere inizia a pensare alla via d’uscita, il messaggio che filtra è chiaro: la stabilità non è più data per scontata, nemmeno ai vertici assoluti.