Quarantamila persone in città, quasi 20mila biglietti venduti e oltre cento camper prenotati. Numeri che certificano il successo dello storico appuntamento. Eppure, mentre gli organizzatori celebrano l’evento, si riaccende l’interrogativo: per festeggiare è davvero necessario colpirsi in faccia a colpi di arancia?
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Tradizione. Identità. Folklore. Parole pesanti, parole che in Italia hanno quasi valore sacrale. Ma ogni tanto andrebbero messe sul banco degli imputati. Perché nella giornata di ieri, domenica 15 febbraio 2026, alla prima battaglia delle arance dello storico Carnevale di Ivrea, il bilancio sanitario parla chiaro: 138 feriti soccorsi dalla Croce Rossa e da Ivrea Soccorso. Nessuno in pericolo di vita, per carità. Tutti contusi. Però 138.
Diciassette persone hanno dovuto essere trasportate in ospedale. La maggior parte degli altri è stata medicata nel posto medico avanzato allestito per l’occasione. E qui c’è il primo cortocircuito: il posto medico avanzato. Per una festa. Per un carnevale. Per un momento che dovrebbe essere sinonimo di leggerezza, maschere, coriandoli. E invece servono protocolli sanitari, coordinamenti interforze, infermieri del 118 in cabina di regia.
Circa un centinaio di interventi sono stati per traumi agli occhi. Agli occhi. Non a una spalla slogata giocando a pallone, non a una distorsione in una gara podistica. Agli occhi per arance lanciate con forza. Il resto sono soprattutto cadute, scivolate, urti nella calca. Il dato, viene fatto notare, è migliore rispetto alla prima giornata della scorsa edizione, quando i contusi furono 174. Bene, direbbe qualcuno: stiamo migliorando. Ma migliorando cosa? L’efficienza dei soccorsi o la mira?
Gli organizzatori parlano di numeri “che raccontano da soli la portata dell’evento”. Poco meno di 20mila biglietti venduti, quasi 7.500 online. Oltre 40mila persone stimate in città nell’arco della giornata. Più di 100 prenotazioni nell’area camper. Un successo, indiscutibile. Una macchina organizzativa che funziona, con la sala di coordinamento interforze attiva per tutta la durata della rassegna: forze dell’ordine, polizia locale, vigili del fuoco, sanitari, organizzatori. Monitoraggio costante, gestione tempestiva delle criticità.
E allora la domanda diventa inevitabile: possibile che per festeggiare il Carnevale, nel 2026, si debba accettare come fisiologico un bollettino di contusi? Possibile che il prezzo della tradizione sia un centinaio di persone con problemi agli occhi in un pomeriggio? Non si tratta di demonizzare Ivrea, né di ignorare la storia che c’è dietro la battaglia delle arance, simbolo di una rivolta popolare contro la tirannia. Si tratta di chiedersi se il rito, così com’è, sia ancora l’unico modo per tenere viva quella memoria.
Perché la linea è sottile. Da una parte c’è il patrimonio culturale, l’orgoglio locale, un evento che richiama turisti, muove economia, riempie alberghi e ristoranti. Dall’altra c’è un modello di festa che prevede, strutturalmente, l’impatto fisico. Non metaforico: fisico. Un’arancia lanciata a distanza ravvicinata può fare male. Lo sappiamo tutti. E lo dimostrano i numeri.
Qualcuno dirà: chi partecipa sa a cosa va incontro. È vero. Ma in una città invasa da oltre 40mila persone, quanti sono partecipanti consapevoli e quanti spettatori trascinati dall’entusiasmo collettivo? Quanto pesa la pressione del gruppo, il clima di euforia, il desiderio di “esserci” anche a costo di tornare a casa con un livido?
Il Carnevale di Ivrea resta uno degli appuntamenti più iconici d’Italia. È organizzato, presidiato, monitorato. I soccorsi funzionano, la collaborazione tra 118, Croce Rossa e Ivrea Soccorso è strutturata, l’infermiere in sala operativa coordina in tempo reale. Tutto vero. Ma il punto non è l’efficienza dell’ambulanza. È la necessità dell’ambulanza.
Forse la domanda è scomoda. Forse suona irrispettosa verso una tradizione secolare. Ma resta lì, sospesa sopra le piazze piene e sopra le cassette di agrumi: nel 2026, per sentirsi parte di una comunità in festa, dobbiamo davvero prenderci a colpi di arancia in faccia? O possiamo immaginare che la storia sopravviva anche senza farsi male?

