Niente “messa alla prova”: respinta la richiesta degli avvocati del nipote di Agnelli per il caso Marella Caracciolo: gli atti tornano alla Procura di Torino. Prescrizione ad agosto 2027
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Sfuma la messa alla prova e, con lei, sfuma soprattutto l’idea di una via d’uscita “rapida” per archiviare almeno una parte dei conti con la giustizia. Per John Elkann la partita sul caso della residenza svizzera di Marella Caracciolo non si chiude: si riapre. E si riapre nel modo più concreto possibile, cioè con un procedimento che torna nelle mani della Procura di Torino e che, nei prossimi mesi, potrebbe evolvere verso la richiesta di rinvio a giudizio.
La decisione è della gip Giovanna Di Maria, che ha respinto la richiesta di messa alla prova presentata dai difensori del presidente di Exor, Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi. Gli atti tornano ai pm e, di conseguenza, si riparte dall’avviso di chiusura indagine. Il passaggio successivo, per prassi e logica del procedimento, è quello che in queste ore pesa davvero: l’eventuale richiesta di processo che il procuratore aggiunto Marco Gianoglio e i sostituti Mario Bendoni e Giulia Marchetti potrebbero depositare tra marzo e aprile.
La “messa alla prova”, per Elkann, non era un dettaglio tecnico. Era una strategia processuale con un obiettivo chiaro: estinguere il reato di truffa allo Stato attraverso dieci mesi di lavori sociali svolti in ambito salesiano, con mansioni indicate come docente e tutor per gli studenti. In altre parole, un modo per chiudere una fetta del fronte penale senza arrivare al dibattimento. La gip, però, ha sbarrato la strada e ha rimesso la palla ai pm.
Che la vicenda non fosse destinata a spegnersi facilmente lo si intuiva già da un altro snodo: il 21 gennaio, lo stesso ufficio del giudice aveva rigettato la richiesta di patteggiamento presentata per il commercialista Gianluca Ferrero, coindagato con Elkann. La proposta, così come era stata formulata, prevedeva un anno di carcere convertibile in pena pecuniaria di 73 mila euro. Anche lì, niente da fare. E quel rigetto, letto insieme alla decisione sulla messa alla prova, segnala un orientamento preciso: la qualificazione dei fatti, e dunque la gravità dell’impianto accusatorio, per il giudice non è negoziabile nei termini in cui la difesa sperava.
Il cuore dell’inchiesta, per come emerge dagli atti riepilogati, ruota attorno a una presunta “articolata strategia” che gli indagati avrebbero messo in atto per rappresentare, “sotto il profilo strettamente formale”, la residenza svizzera di Marella Caracciolo. Una residenza, secondo l’impostazione investigativa della Guardia di finanza, costruita in modo da sottrarre a tassazione redditi per un miliardo di euro tra il 2016 e il 2020 e da evitare anche il pagamento della tassa di successione. È da questo quadro che discendono le contestazioni di truffa allo Stato e frode fiscale, e anche gli strumenti cautelari già citati nelle carte, come i sequestri preventivi nei confronti dei nipoti dell’Avvocato Agnelli e dello stesso Ferrero.
In questa storia, però, c’è un secondo livello, più tecnico ma decisivo: la battaglia sulla qualificazione giuridica del reato fiscale. Nel settembre 2025 Elkann ha versato all’Agenzia delle Entrate 183 milioni di euro per sanare l’evasione fiscale. Nel momento in cui la Procura aveva espresso parere favorevole alla messa alla prova, aveva anche derubricato il reato: da dichiarazione “fraudolenta” a “infedele”. Nella ricostruzione riportata, quella scelta aveva prodotto conseguenze pratiche immediate: richiesta di archiviazione per gli anni 2016 e 2017 e assorbimento dell’evasione 2018 e 2019 nella truffa.
Ma qui arriva lo strappo. La riqualificazione è stata respinta. Il primo a intervenire è stato Antonio Borretta, che ha ritenuto che le dichiarazioni dei redditi «false» fossero frutto di «artifizi e raggiri» messi in atto «per l’esterovestizione» della residenza svizzera di Marella Caracciolo e ha ordinato l’imputazione coatta. A cascata, Di Maria ha respinto il patteggiamento di Ferrero proprio perché «non condividendosi la riqualificazione giuridica dei fatti» e ritenendo che «la pena finale, come determinata, non sia congrua e proporzionata alla gravità dei fatti». La motivazione, nella sua sostanza, è lineare: il reato da contestare non è la «dichiarazione infedele» ma la «dichiarazione fraudolenta».
Questo passaggio, oltre a essere un nodo tecnico, è anche la chiave politica e processuale della vicenda. Perché la dichiarazione fraudolenta è considerata più grave e, soprattutto, non consente la messa alla prova. In altre parole: non è solo una questione di etichette. È la differenza tra avere una porta aperta per chiudere un capitolo con un percorso alternativo e trovarsi invece su un binario che conduce dritto all’udienza preliminare e, potenzialmente, al processo.
Nei prossimi mesi, inoltre, l’intero procedimento potrebbe cambiare ancora forma. Il fascicolo, ora suddiviso «in più rivoli», secondo quanto riportato, è destinato a una riunificazione in udienza preliminare. È lì che si capirà se le diverse posizioni degli indagati verranno trattate come un corpo unico e quali scelte difensive verranno messe sul tavolo.
Sul fronte delle strategie, una possibilità viene citata esplicitamente: Ferrero potrebbe riprovare la strada del patteggiamento. Per Elkann, invece, la questione viene descritta come più complessa, anche per gli effetti sulla “onorabilità” legata alle cariche sociali ricoperte in Olanda, dove hanno sede legale Stellantis ed Exor, e negli Stati Uniti, dove Elkann siede nel consiglio d’amministrazione di Meta. È un elemento che non attiene al processo in senso stretto, ma che in casi di questo tipo pesa come un secondo processo: quello reputazionale e societario, con regole e conseguenze diverse, spesso più rapide e meno prevedibili.
Intanto, mentre si discutono opzioni e contromosse, c’è un avversario che non fa sconti: il tempo. La prescrizione incombe sul reato di truffa allo Stato, con termini che scadono nell’agosto 2027. Per la frode fiscale, invece, la finestra è molto più lunga: si parla di prescrizione dopo il 2030. Due scadenze diverse, due velocità diverse, due pressioni differenti sull’andamento del procedimento. E proprio su questo punto i legali di Elkann scelgono una linea netta, almeno nelle dichiarazioni: «Non facciamo calcoli di prescrizione, difendiamo una persona che non ha fatto niente». E ancora: «Per noi non cambia niente, andremo avanti sul merito e dimostreremo che John Elkann non ha fatto nulla».
In sintesi, la giornata giudiziaria non chiude, ma rilancia. Elkann non ottiene la messa alla prova, gli atti tornano alla Procura, e l’ipotesi di un processo diventa più concreta, incardinata su un’impostazione che per il giudice resta quella della «dichiarazione fraudolenta». Sullo sfondo resta il caso Marella Caracciolo, la presunta costruzione formale della residenza svizzera e una partita che, tra scadenze, riqualificazioni respinte e decisioni dei giudici, appare tutt’altro che archiviata.

