L’annunciata esecuzione in streaming di Nidal Malik Hasan riapre il dibattito sulla pena di morte e sui limiti del potere. Punire i crimini più atroci non significa trasformare la morte in un evento mediatico né rinunciare ai principi dello Stato di diritto
Tutti gli articoli di Italia Mondo
PHOTO
Donald Trump
Quando lo Stato mette in scena la giustizia, la democrazia rischia di cedere il passo alla forza.
Ci sono decisioni che non si limitano a punire: indicano quale idea di società si vuole affermare. L’amministrazione Trump ha annunciato che l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, condannato per la strage di Fort Hood, sarà trasmessa in streaming. Hasan è stato giudicato colpevole nel 2013 per l’uccisione di tredici persone e il ferimento di altre trentadue; l’esecuzione è prevista per il 3 dicembre.
Non è soltanto una questione di pena di morte. È una questione di civiltà: quando la giustizia diventa spettacolo, il confine con la vendetta si fa più sottile.
Nessuno dimentica le vittime, il dolore delle loro famiglie, le vite spezzate e quelle segnate per sempre. La gravità del crimine non è in discussione. Ma proprio davanti ai delitti più atroci si misura la capacità dello Stato di esercitare la propria autorità senza trasformare la morte in un messaggio da esibire.
La giustizia non dovrebbe avere bisogno di un pubblico per essere giusta. Uno Stato democratico non diventa più forte mostrando di saper uccidere. E trasmettere un’esecuzione in diretta aggiunge alla pena una dimensione ulteriore: la trasforma in una rappresentazione, potenzialmente accessibile a milioni di persone.
Si torna così, in una forma nuova, alle esecuzioni pubbliche di un tempo: non più nelle piazze, ma davanti agli schermi. La platea non è fisicamente raccolta attorno al patibolo, ma può assistere da qualunque luogo. La tecnologia cambia la scena; non cancella il suo significato.
La storia delle democrazie moderne è anche la storia del progressivo allontanamento della giustizia dalla piazza e dalla spettacolarizzazione del supplizio. La civiltà giuridica ha riconosciuto che il potere dello Stato deve essere sottoposto a limiti, anche quando punisce chi ha commesso il più grave dei crimini. Restituire alla morte una platea digitale significa riaprire una porta che sembrava chiusa.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che il pubblico dovrebbe poter assistere all’esecuzione e vedere le conseguenze di azioni simili. Ma quale lezione si vuole impartire attraverso una fucilazione trasmessa in streaming? Il rischio è che il messaggio non sia soltanto quello della responsabilità per un crimine, ma anche quello di una violenza esercitata dal potere e offerta alla visione pubblica.
Quanto è stato annunciato negli Stati Uniti pone domande politiche e morali che riguardano ben oltre la società americana. Donald Trump si inserisce in una linea politica che attribuisce grande rilievo alla forza, alla punizione esemplare e alla rappresentazione pubblica dell’autorità. Sarebbe improprio ridurre l’intera storia degli Stati Uniti a questa vicenda; sarebbe altrettanto sbagliato ignorarne il significato.
Gli Stati Uniti sono una democrazia dalle istituzioni profonde, attraversata da battaglie per i diritti civili e da contrappesi costituzionali, ma anche da contraddizioni mai risolte. Proprio per questo, ogni scelta che avvicina il potere alla spettacolarizzazione della coercizione merita un esame rigoroso.
Il pericolo non sta soltanto nella singola esecuzione, ma nell’assuefazione. Quando la morte viene presentata come prova di efficienza e forza dello Stato, quando la punizione diventa una scena da consumare davanti a uno schermo, il confine tra autorità democratica e culto della forza rischia di assottigliarsi.
Una democrazia si giudica anche dalle garanzie che conserva quando si trova davanti a chi ha violato la legge nel modo più terribile. È allora che il diritto dimostra di essere qualcosa di più della volontà del vincitore, della rabbia collettiva o della richiesta di una punizione esemplare.
Questo non significa dimenticare le vittime. Significa sottrarne la memoria alla logica dello spettacolo. Il dolore dei familiari merita rispetto: non dovrebbe diventare l’argomento con cui si trasforma un’esecuzione in un evento mediatico.
Le decisioni di Washington hanno un peso che oltrepassa i confini nazionali. Contribuiscono a definire ciò che il mondo considera compatibile con lo Stato di diritto e con la dignità umana. Rendere pubblica un’esecuzione non riguarda soltanto i cittadini americani: comunica quale rapporto una grande potenza intenda stabilire tra giustizia, autorità e violenza.
Una fucilazione trasmessa in diretta non rende meno terribile il crimine per cui è stata decisa. Rischia, invece, di rendere più familiare l’idea che la morte possa essere usata come messaggio politico.
Una democrazia può punire un colpevole senza celebrare la sua morte. Può difendere la società senza trasformare la violenza in una cerimonia. Può essere forte senza rinunciare alla propria umanità.

