Il presidente del Senato prova a raffreddare le opposizioni a palazzo Giustiniani, ma l’affondo di Piantedosi e la conta in maggioranza fanno saltare l’intesa
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Ce l’ha messa tutta, Ignazio La Russa. Fino all’ultimo ha provato a lisciare le opposizioni pur di arrivare al suo obiettivo: una risoluzione unitaria “di principio”, un voto comune capace di regalare alla premier l’immagine che più le serve in questa fase, quella di un Paese che si stringe attorno alle istituzioni mentre fuori, nelle piazze, la temperatura sale. E così la seconda carica dello Stato ha giocato la carta più antica e più italiana: il pranzo a palazzo Giustiniani. Tutti a tavola, tutti insieme, al piano nobile. Un banchetto apparecchiato come un frigorifero emotivo: raffreddare il clima, limare gli spigoli, creare le condizioni per “votare insieme un testo che non anticipasse in alcun modo eventuali contenuti del decreto sicurezza, ma fosse di principio”. Parole sue, pronunciate a fine giornata, quando ormai il tentativo era già diventato una foto sbiadita.
Perché il problema è che la politica italiana non è un pranzo di gala: è un ring, e il gong suona sempre quando qualcuno alza la voce. Qui l’ha alzata il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, con un intervento alla Camera sugli scontri di sabato che ha avuto, nel racconto delle opposizioni, “accenti incendiari”. La sintesi sta tutta in una frase: «Centri sociali e violenti, complice chi sfila con loro». È una linea dura, muscolare, che non si limita a condannare le violenze ma amplia il bersaglio fino a sfiorare chi sta in piazza, chi contesta, chi si mette in mezzo. Il contrario esatto di un invito all’unità.
E infatti, mentre La Russa mette il testo tra una portata e l’altra per “scongiurare la battaglia della maggioranza contro la minoranza”, a tavola i capigruppo del centrosinistra rifiutano di discutere la bozza. La rimandano “alla sede deputata”. Tradotto: non ci si fa ammansire con un antipasto. Si vedono alle 15, quando il pranzo non c’è più e resta soltanto la politica nuda, quella che graffia e non profuma.
Da lì in poi è una scivolata controllata verso lo scontro. «Questa destra strumentalizza quanto avvenuto a Torino per avallare scorciatoie autoritarie», accusano Pd, M5S, Avs e Iv dopo un pomeriggio alla pugna. E aggiungono un colpo laterale: così, dicono, si “salva dalle loro responsabilità Musumeci e Schifani”, rei della «tragica situazione di Niscemi, Sicilia e Calabria». La Russa incassa e registra il fallimento: «Purtroppo non c’è stata la possibilità di trovare un’intesa».
Nel mezzo, però, c’è la partita vera: il calendario e la conta. Le opposizioni decidono la contromossa e cercano di ribaltare lo schema proposto dal centrodestra, che vuole trasformare l’informativa di Piantedosi in comunicazioni per arrivare al voto in aula su una risoluzione. Il campo progressista chiede di fare lo stesso con il ministro per il Sud, Nello Musumeci, sulle devastazioni dell’uragano Harry. L’idea è semplice e politicamente velenosa: se la sicurezza diventa l’asse su cui la maggioranza vuole mettere all’angolo la minoranza, allora la minoranza porta dentro lo stesso ring un’altra parola: emergenza.
E domanda, con la voce più tagliente possibile, se “sicurezza” valga solo quando ci sono scontri e caschi, oppure anche quando ci sono famiglie sfollate e territori in ginocchio. La risposta di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega è una serrata che sa di porta sbattuta: «Non è il momento, se ne parlerà in una delle prossime sedute».
Il dibattito si accende, volano parole grosse, e il Parlamento torna per qualche ora a essere quello che è quando la tensione sale davvero: non un luogo di liturgie, ma un campo di battaglia a colpi di regolamento. Si arriva alla conta: le comunicazioni di Piantedosi si faranno, la proposta passa a maggioranza, anche se dovrà essere ratificata in aula. Quelle di Musumeci possono aspettare. Non è solo una scelta procedurale: è un messaggio politico.
Oggi si vota su ciò che la maggioranza vuole chiamare “ordine”, domani (forse) sul resto. Elly Schlein porta la miccia in tv, da Floris, e la trasforma in accusa diretta: «Abbiamo chiesto di votare su Niscemi, sulle duemila persone fuori dalle loro case e ci hanno detto di no. Non è sicurezza anche questa?». È una domanda retorica che punta dritta al cuore della narrazione meloniana: se la sicurezza è “protezione”, allora non può essere selettiva.
E Schlein rincara: parla di «gravissima strumentalizzazione da parte della destra e di Piantedosi contro le opposizioni e contro i giudici per quel che è accaduto a Torino». Poi affonda sul terreno che fa più male a un governo che si è presentato come quello del “ripristino dell’ordine”: «La gestione dell’ordine pubblico spetta al Viminale. I reati sono aumentati. La sicurezza è il più grande fallimento del governo Meloni».
Nel frattempo, al Senato, la giornata si riempie di riunioni, telefonate e conciliaboli. È il classico rumore di fondo dei palazzi quando la politica finge di cucire e invece sta strappando. I progressisti si chiudono in una stanza per provare a concordare una bozza di risoluzione comune: sarebbe la prova che il tentativo della premier di dividere il campo largo è andato a vuoto.
Ma qui arriva la trappola del regolamento, quella che in aula pesa più di un talk show: si vota prima il testo della maggioranza. Se viene approvato, il resto decade. Dunque l’unità dell’opposizione diventa un esercizio teorico: bello, elegante, ma rischia di non arrivare mai al voto.
E come spesso accade nel campo largo, la crepa non è un’invenzione degli avversari: è una dinamica interna che scatta da sola. Giuseppe Conte torna a smarcarsi e lo fa nel modo più “conteiano” possibile, con una diretta social in cui lancia le proposte del M5S sulla sicurezza e invita il centrodestra a unirsi a lui dopo aver archiviato le sue.
Non è un dettaglio: è un gesto politico che, nella stessa giornata in cui le opposizioni provano a cucire, riapre la competizione di leadership. Conte boccia “tutte” le misure della maggioranza, dalla cauzione che, dice, «se confermata consentirà solo ai miliardari di organizzare una manifestazione pacifica», al fermo preventivo, «una legge abolita perché liberticida». Parole che incendiano anche il campo progressista.
Così, mentre La Russa cerca il testo condiviso e la premier spera di spaccare l’opposizione con una risoluzione “blanda”, il risultato più probabile diventa l’opposto della foto sognata: ognuno per sé. La risoluzione del Pd, raccontano, è già pronta ed è “stringatissima”: condanna ferma per gli incidenti di Torino, solidarietà alle forze dell’ordine, impegno del governo a non criminalizzare il dissenso con misure repressive e anticostituzionali.
Il centrodestra, invece, prepara una risoluzione unica, più morbida rispetto alle premesse, che chiede all’esecutivo di proseguire con gli sgomberi degli immobili occupati e di valutare l’aumento degli stipendi e più norme di protezione per gli agenti. Obiettivo dichiarato e sempre uguale: dividere le opposizioni, convincendo qualcuno a votare con la destra.
In questa storia, la scena del pranzo resta l’immagine più politica di tutte. Perché dice molto più di quanto sembri: racconta il tentativo di trasformare un conflitto in una parentesi di bon ton istituzionale. Ma non basta una tovaglia bianca a coprire un pomeriggio di accuse, di conteggi e di nervi scoperti. La Russa voleva una risoluzione unitaria “di principio”, un testo senza anticipo del decreto, una tregua verbale.
Gli è esploso tutto tra le mani, perché la sicurezza, in questo momento, è la parola con cui ognuno cerca di prendersi un pezzo di paese: la maggioranza per blindare la sua agenda e presentarsi come argine, le opposizioni per denunciare “scorciatoie autoritarie” e ricordare che la protezione non è solo piazza e manganello, ma anche case, territori, emergenze.
E intanto il vero punto resta sospeso sul tavolo, come un piatto che nessuno ha toccato: se oggi si vota prima la risoluzione della maggioranza e il resto rischia di decadere, l’unità delle opposizioni diventa un miraggio utile solo a chi, dall’altra parte, punta esattamente su questo: farle litigare mentre lui incassa il voto.
In mezzo a questo caos, l’unica certezza è che il pranzo di palazzo Giustiniani non ha raffreddato nulla. Ha solo certificato che la temperatura politica, ormai, non la abbassi con le buone maniere. La abbassi, semmai, cambiando davvero il copione. Ma oggi, in aula, il copione sembra già scritto.

