È morto Nitto Santapaola, uno tra i più potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa nostra e ritenuto il mandante di stragi e omicidi, incluse le stragi del 1992 di Capaci e di Via D'Amelio. Aveva 87 anni. Era detenuto al regime del 41bis, nel carcere duro ad Opera. È deceduto nel reparto di medicina penitenziaria dell'ospedale San Paolo di Milano, istituito per le cure dei detenuti del Nord Italia, dove era stato trasferito per le sue condizioni di salute. La procura di Milano ha disposto l'autopsia.

Santapaola è stato il capo indiscusso della mafia catanese e l'ha guidata nel redditizio settore degli appalti pubblici, delle estorsioni e del traffico di sostanze stupefacenti. Venne arrestato in un casolare di Mazzarrone, nel Catanese dopo 11 anni di latitanza: lo trovarono a letto con la moglie e non oppose resistenza. L'anziano boss era detenuto ormai da anni al 41 bis.

«Per fortuna Nitto Santapaola è morto in galera e non fuori come purtroppo rischia di succedere o sta già succedendo a molti altri boss di Cosa nostra». Non brinda, non esulta Salvatore Borsellino, il fratello di Palo ucciso con gli uomini della scorta in via D'Amelio il 19 luglio 1992. La morte di Nitto Santapaola «mi lascia assolutamente indifferente dal piano umano - aggiunge Borsellino - purtroppo ancora una volta non posso che prendere atto che se ne va un altro custode dei segreti di quella stagione di stragi e segreti». Così come Totò Riina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro anche Nitto Santapaola muore «portandosi nella tomba la verità sulle stragi, sui rapporti fra la mafia e lo Stato, su tutta quella zona grigia che ancora oggi è protagonista della vita siciliana ed italiana - continua Borsellino - Purtroppo se ne va quando ancora manca la verità».

Protagonista della stagione corleonese di Cosa nostra, capo indiscusso della mafia catanese, Santapaola è rimasto fino all'ultimo fedele alleato di Totò Riina. Stava scontando diversi ergastoli per l'omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984 e quelli per le stragi del 1992 a Capaci e in Via D'Amelio e per la morte dell'ispettore di polizia Giovanni Lizzio a Catania. Come il capo dei capi ne ha condiviso la scelta di non collaborare con la magistratura. «Anche perché - dice Borsellino - lo Stato sta progressivamente smantellando il sistema che portava i mafiosi a collaborare. Oggi anche senza benefici per i pentiti, gli ergastolani arrivano ad avere permessi premio».

I pentiti lo accusarono dell'omicidio del giornalista Pippo Fava. Ma soprattutto il boss catanese è stato condannato per essere stato uno dei mandanti della strage di Capaci, in cui erano morti Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. Santapaola trasformò la mafia catanese in una holding criminale capace di infiltrare l'economia legale e la politica.Non c'è soddisfazione anche nella voce di Maria Falcone: «Lasciamo lì a Catania, per me è morto il giorno in cui è stato arrestato e messo al 41bis, il resto è una questione umana di cui non mi interessa nulla - commenta la sorella del giudice ucciso a Capaci -. Io non aspetto la morte dei boss, la mafia non si combatte con i necrologi, si sconfigge continuando a comprendere come sta cambiando e dando ai magistrati gli strumenti più efficaci».