C’è un modo molto moderno di essere antichi: guardare l’attualità senza farsi ipnotizzare dal rumore e provare a chiamare le cose con il loro nome. Nell’intervista contenuta in una biografia, Leone XIV sceglie questa strada: non alza la voce, non fa il moralista, eppure mette in fila un paio di frasi che sembrano scritte con un evidenziatore.

Il punto di partenza, quasi una fotografia in controluce, è identitario. Gli chiedono se si riconosca di più nel primo Papa statunitense o nel “secondo con prospettiva latinoamericana”. Lui non scappa dalla domanda e, anzi, ci entra: «Sono, ovviamente, statunitense, e mi sento molto statunitense, ma amo anche tanto il Perù e il popolo peruviano, che fanno parte di ciò che sono. Ho trascorso metà della mia vita ministeriale in Perù, e per questo la prospettiva latinoamericana è per me preziosa». È già un’indicazione di metodo: non una bandiera, ma un incrocio.

Poi arriva il passaggio leggero, quasi da pausa di respiro, che però dice molto su come vuole stare in scena. Mondiali: Stati Uniti contro Perù. Per chi tifa? «Bella domanda. Probabilmente per il Perù, per ragioni affettive, se vogliamo. Ma sono anche un grande tifoso dell’Italia. Ai Mondiali di solito seguo tre squadre: ne hai citate due, l’Italia è la terza. Tutti sanno che sono tifoso dei White Sox, ma, da Papa, tifo per tutte le squadre». È l’unico momento davvero “pop” e funziona anche per questo: perché non è costruito per piacere, ma per essere umano, come direbbero i social.

La parte più delicata, inevitabile, riguarda Donald Trump. L’aspettativa è quella di sempre: “siete entrambi statunitensi, vi capite al volo”. Leone XIV, invece, smonta il luogo comune con una semplicità che non lascia appigli: «Non necessariamente. Sarebbe molto più opportuno che i vertici della Chiesa negli Stati Uniti si impegnassero con lui in modo serio e approfondito. Direi lo stesso di qualsiasi governo. Ripeto: ho incontrato molti leader mondiali e ci sono temi importanti che si possono affrontare, ma è impossibile che il Papa entri nelle questioni dei singoli Paesi per dire “dovreste far questo, dovreste pensare quello”». Il senso è chiaro: il Papa non è un consulente politico, e l’americanità non è un passepartout.

Ma l’intervista si accende davvero quando smette di parlare “di” politica e passa a parlare “del” mondo. Polarizzazione: la parola-feticcio che oggi spiega tutto e niente. Lui la tratta come un sintomo, non come un destino: «Una cosa è parlare del problema, un’altra è affrontarlo. È fondamentale avviare una riflessione più profonda, cercando di capire perché il mondo sia diventato così polarizzato. Che cosa sta accadendo? Le cause sono molteplici. La crisi del 2020 e la pandemia hanno certamente avuto un impatto, ma credo che tutto sia cominciato molto prima. Forse, in alcuni contesti, ha pesato anche la perdita di un senso più alto della vita umana: il valore della vita stessa, della famiglia, della società».

E qui entra in scena Elon Musk. Non come personaggio da gossip, né come simbolo da tifoseria tecnologica, ma come unità di misura di un tempo che valuta le persone a colpi di zeri. Leone XIV non gira intorno alla notizia: «Ieri ho letto che Elon Musk diventerà la prima persona al mondo con un patrimonio di 1000 miliardi di dollari. Che cosa significa questo, e che cosa ci dice?». E si risponde da solo con la frase che, in una biografia, suona come un avviso di garanzia morale depositato sulla scrivania del presente: «Se oggi il valore si misura soltanto in base a simili parametri, allora siamo davvero in guai seri».

Da lì in avanti il discorso non è più astratto. È concreto, quasi industriale. L’intelligenza artificiale non viene trattata come “tema”, ma come acceleratore che rischia di cambiare la geometria della società: «Dobbiamo affrontare con urgenza tali questioni: la crisi che si profila con la tecnologia, l’intelligenza artificiale, il mondo del lavoro, la possibilità di garantire posti di lavoro sufficienti per tutti. Se automatizziamo l’intero pianeta e solo pochi dispongono dei mezzi necessari per vivere bene e condurre un’esistenza piena di significato, allora sì, c’è un grande problema, un enorme problema che si staglia all’orizzonte». Non è un sermone: è una diagnosi.

Anche la scelta del nome, in questa chiave, non è un vezzo: «È stato uno dei pensieri che mi hanno guidato nella scelta del nome Leone, alla luce di ciò che sta accadendo oggi e delle sfide che abbiamo davanti». L’impressione è che Leone XIV voglia evitare l’illusione più pericolosa: che la tecnologia sia neutra e che l’economia, da sola, “aggiusti” le disuguaglianze che crea.

Sul fronte LGBTQ+ la linea è di equilibrio controllato: non alimentare lo scontro interno, non aprire fronti che diventano subito totem politici e, al tempo stesso, non cambiare dottrina a colpi di hashtag. Lo dice con una premessa che sembra scritta sapendo esattamente cosa scatena ogni parola: «Devo confessare che la questione rimane sullo sfondo dei miei pensieri perché, come abbiamo visto al Sinodo, all’interno della Chiesa qualunque tema legato alla realtà LGBTQ risulta altamente polarizzante. Per ora cerco di non alimentare la polarizzazione nella Chiesa».

Poi aggancia il “Todos, todos, todos” e lo traduce in accoglienza personale, non in ridefinizione dottrinale: «Invito una persona perché è figlio o figlia di Dio. Tutti sono i benvenuti, e possiamo conoscerci e rispettarci». E quando arriva al punto vero, non lo addolcisce: «Mi pare molto improbabile, almeno nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa cambi i propri insegnamenti sulla sessualità e sul matrimonio». E ancora: «L’insegnamento della Chiesa continuerà a rimanere com’è».

Infine torna sull’intelligenza artificiale con una frase che è forse la più onesta dell’intervista, perché ammette il limite: «Ogni volta che provo a dire qualcosa sull’intelligenza artificiale, il giorno dopo leggo le notizie e scopro che l’IA è già andata oltre. Lo sviluppo procede a un ritmo incredibile, il che è già di per sé motivo di preoccupazione». E chiude il cerchio: per la Chiesa il problema non è l’IA, ma l’uomo che smette di vedersi umano. «Se perdiamo di vista il valore dell’umanità e pensiamo che il mondo digitale sia la cosa più importante, allora la Chiesa deve far sentire la propria voce».

In mezzo a Trump, Musk e algoritmi che corrono, Leone XIV non promette miracoli. Fa una cosa più rara: tiene insieme la velocità del mondo e la lentezza necessaria per capirlo. E lascia un’immagine semplice, quasi disarmante, perché è lì che si decide tutto: «La nostra vita ha senso non grazie all’intelligenza artificiale, ma grazie agli altri esseri umani, all’incontro, allo stare insieme, al creare relazioni e al riconoscere, in quelle relazioni, anche la presenza di Dio».