Il docente cosentino dell’Università di Roma Tre spiega l’attuale situazione a Teheran: «È una protesta che riguarda soprattutto le zone rurali, maggiormente colpite dalla crisi economica»
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In Iran continuano le proteste contro il regime degli Ayatollah. Da quasi due settimane migliaia di cittadini scendono in piazza per protestare contro l’attuale governo persiano. Non una novità a quelle latitudini: già nel 2022 erano state fortissime le rimostranze dei cittadini contro Khameini e soci. Secondo il cosentino Gianfranco Bria, docente di storia dei paesi islamici all’Università di Roma Tre, però, la situazione rispetto a mille giorni fa è sostanzialmente diversa.
«Mentre le proteste del 2022 avevano una matrice civile e onnicomprensiva – spiega Bria – oggi sembra che solo alcuni settori della società siano coinvolti. Alcune minoranze consistenti, come quella azera, che rappresenta circa il 30% della popolazione, o quella arabofona, non appaiono in alcun modo mobilitate. Probabilmente perché la matrice di queste proteste è anzitutto provinciale, concentrata nelle aree rurali, maggiormente colpite dalla crisi economica».
Una protesta parziale? Bria: «Complessa la situazione geopolitica»
Al netto delle problematiche interne al Paese, che non sono assolutamente poche, anche l’origine di queste proteste non è la stessa delle altre: «Lo scorso 28 dicembre nel Gran Bazar di Teheran alcuni commercianti hanno iniziato a manifestare contro i problemi economici dell’Iran e la mente ovviamente è corsa indietro al 2022. In realtà – specifica Bria – c’è da considerare anche l’evoluzione della geopolitica locale». Che è cambiata enormemente, come spiega lo stesso docente.
«Mai come ora, infatti, l’Iran appare isolato a causa del progressivo disgregamento dell’Asse della Resistenza: Libano, Hezbollah, Assad, una risoluzione mai realmente arrivata con Israele dopo la guerra dei dodici giorni». E poi c’è la questione USA: «Dopo il Venezuela – aggiunge Bria – Trump potrebbe puntare proprio a Teheran, anche alla luce degli stretti rapporti con il regime di Maduro».
Le differenze politiche e sociali: «Istanze legate ai reali»
Non solo, perché le istanze di protesta sembrerebbero essere legate ai reali di Persia, scappati dopo la rivolta islamica di quasi cinquant’anni fa: «L’approccio dello Scià Palavi – spiega Bria – fu fortemente repressivo nei confronti delle minoranze e, proprio per questo, oggi la casata reale non riesce a coinvolgere l’intero spettro della società iraniana». Ed è questo il punto cruciale: le proteste attualmente in corso sembrano riguardare soltanto una parte della popolazione.
Proprio in virtù di questo, secondo il docente dell’Università di Roma Tre «il loro esito rimane incerto». Non solo però per questa ragione: «È evidente che manchi un’alternativa politica solida al regime attuale. È più probabile che lo stesso sistema di potere, al cui interno convivono diverse correnti e sensibilità, possa andare incontro a un’implosione quando morirà la Guida Suprema. Per ora, però – conclude Bria – bisogna osservare e in seguito verificare»


