L'operazione Inps-Guardia di finanza ha smascherato detenuti, titolari di partite Iva e di cariche societarie che non avrebbero dovuto usufruire del sussidio, con un tasso di irregolarità oltre l'82% tra le posizioni controllate
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Oltre 3.300 percettori del reddito di cittadinanza privi dei requisiti previsti dalla normativa, per un indebito che supera i 43 milioni di euro. È il bilancio dell’attività di analisi del rischio condotta dall’Inps, in collaborazione con la Guardia di finanza, nell’ambito del protocollo d’intesa finalizzato al contrasto delle indebite percezioni di prestazioni previdenziali e assistenziali.
L’operazione, avviata attraverso un articolato sistema di incrocio delle banche dati e di verifica delle posizioni considerate a rischio, ha consentito di individuare, a partire da gennaio 2025, migliaia di beneficiari che non avrebbero avuto diritto alla misura di sostegno economico.
I controlli su detenuti e condannati per reati ostativi
Una parte rilevante delle verifiche ha riguardato i soggetti che, al momento della richiesta del beneficio, non avevano dichiarato lo stato detentivo oppure la presenza di condanne per reati considerati ostativi all’accesso alla misura.
Per individuare queste situazioni, l’Inps ha avviato uno scambio informativo con il ministero della Giustizia, grazie al quale è stata ricostruita la platea dei richiedenti del reddito di cittadinanza nel periodo compreso tra il 2019 e il 2021. L’attività ha consentito di isolare «oltre 5.700 domande potenzialmente a rischio frode».
Le posizioni individuate sono state successivamente trasmesse al Nucleo speciale spesa pubblica e repressione frodi comunitarie della Guardia di finanza, che ha effettuato un ulteriore affinamento dei target investigativi, segnalando «4.374 posizioni ai reparti del Corpo sul territorio».
Le verifiche svolte hanno prodotto risultati particolarmente significativi. La Guardia di finanza ha infatti confermato, per le attività finora concluse, «un tasso di irregolarità superiore all’82%» e accertato «un indebito complessivo di oltre 8,7 milioni di euro».
Partite Iva e cariche societarie sotto la lente
Un secondo filone d’indagine si è concentrato sui beneficiari del reddito di cittadinanza risultati titolari di partite Iva oppure di cariche e partecipazioni societarie, condizioni ritenute potenzialmente incompatibili con la percezione del sussidio.
I controlli hanno interessato sia il comparto degli artigiani e dei commercianti sia quello delle imprese con dipendenti. Le verifiche effettuate dalla Guardia di finanza sull’intero territorio nazionale hanno riguardato le posizioni segnalate dall’Inps e rappresentano, allo stato attuale, circa un sesto della platea complessivamente individuata.
L’attività ispettiva ha consentito di accertare «oltre 2.600 irregolarità», pari a «più della metà delle posizioni controllate». Le anomalie riscontrate risultano riconducibili soprattutto «all’omessa dichiarazione della presenza delle cariche sociali o dell’attivazione della partita Iva».
Da questo secondo fronte investigativo è emerso un importo indebitamente percepito superiore a 36 milioni di euro, la quota più consistente dell’intero danno economico finora accertato.
Revoche, recuperi e segnalazioni alla magistratura
Per tutti i casi individuati sono già state attivate le procedure amministrative previste dalla normativa. In particolare, sono state avviate «le procedure di revoca del beneficio e di recupero delle somme indebitamente erogate», oltre alla segnalazione all’autorità giudiziaria per le situazioni che presentano anche profili di rilevanza penale.
L’operazione viene indicata da Inps e Guardia di finanza come la conferma dell’efficacia di un sistema fondato sull’integrazione delle informazioni e sulla cooperazione tra istituzioni.
I risultati ottenuti, sottolinea l’istituto, «confermano l’efficacia di un modello fondato sull’integrazione sistematica delle banche dati, sull’analisi del rischio mirata e sullo scambio informativo strutturato tra le istituzioni».
L’obiettivo, conclude l’Inps, resta quello di «garantire la corretta destinazione delle risorse pubbliche e la tutela dei cittadini che accedono legittimamente alle prestazioni del sistema di welfare nazionale», rafforzando gli strumenti di contrasto alle frodi e alle indebite percezioni delle prestazioni assistenziali.

