Depositato il ricorso sul conflitto di attribuzione con la Procura di Milano: si apre un iter che può congelare tutto per mesi. La vicenda giudiziaria rischia un nuovo stop lungo. Ecco perché
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La ministra del Turismo, Daniela Santanche', in visita alla 51esima edizione del Nauticsud nella Mostra d'Oltremare a Napoli, accolta da Gennaro Amato 12 febbraio 2025. ANSA / CIRO FUSCO
C’è un modo tutto italiano per cui “non succede niente, ma succede sempre qualcosa”: si chiama rinvio. E nel caso Santanchè sta diventando una disciplina olimpica. La ministra può restare imbullonata alla poltrona ancora un po’, perché la partita giudiziaria sulla presunta truffa aggravata all’Inps per la cassa integrazione Covid si avvia verso l’ennesima palude procedurale, con tanto di cartello luminoso: “riprendiamo tra qualche mese”.
Il punto principale è uno, secco: è stato depositato il ricorso del Senato alla Corte costituzionale sul conflitto di attribuzione con la Procura di Milano riguardo all’inutilizzabilità di alcuni atti. Tradotto: adesso la questione pende davvero davanti alla Consulta e l’effetto pratico, quasi automatico, è che l’udienza preliminare rischia di fermarsi di nuovo. Non giorni: mesi. È la differenza tra un processo che cammina e un procedimento che resta parcheggiato con le quattro frecce, mentre tutti fingono di essere sorpresi.
Domattina, intanto, è fissata un’udienza interlocutoria davanti alla gup Tiziana Gueli. Era stata proprio lei, lo scorso ottobre, a “congelare” il procedimento e a fissare una nuova data solo per verificare lo stato della pendenza davanti alla Consulta. Adesso il ricorso c’è: e quindi, realisticamente, la scena è già scritta. Altro rinvio. Altro stop. Altro giro di giostra.
Il fascicolo non riguarda solo la ministra, ovviamente. Con lei ci sono altri imputati, tra cui il compagno Dimitri Kunz, e due società del gruppo Visibilia. L’accusa, nella sostanza, è la presunta richiesta e ottenimento “indebito” della Cig in deroga a sostegno delle imprese colpite dalla pandemia: parliamo, secondo la ricostruzione, di 13 dipendenti e di una cifra che arriva a oltre 126mila euro. Il periodo contestato va da maggio 2020 a febbraio 2022. E qui c’è il dettaglio che pesa come un macigno sul piano dell’immagine pubblica: per l’accusa, mentre alcuni lavoratori risultavano in cassa integrazione, avrebbero continuato a lavorare. Punto principale: il cuore del procedimento è tutto lì, nella distanza tra ciò che veniva dichiarato e ciò che sarebbe accaduto nella realtà.
Ma adesso la battaglia si sposta sull’utilizzabilità degli atti, e non è un tecnicismo da addetti ai lavori: è la chiave che può cambiare tempi e perimetro del processo. La difesa di Santanchè, con gli avvocati Salvatore Pino e Nicolò Pelanda, aveva sollevato la questione già nell’udienza del 9 luglio: al centro ci sarebbero registrazioni di conversazioni private tra la senatrice e Eugenio Moschini, ex direttore di Pc Professionale (rivista del gruppo Visibilia), e anche messaggi di posta elettronica in cui compariva in copia per conoscenza. La linea difensiva: quegli elementi sarebbero inutilizzabili perché, a dire della difesa, non sarebbe stata richiesta dai pm l’autorizzazione a procedere del Parlamento per acquisirli.
Il Senato, il 24 settembre, ha approvato la proposta di sollevare davanti alla Corte costituzionale il conflitto di attribuzione con la Procura proprio su quegli atti. La Procura, con i pm Luigi Luzi e Marina Gravina, si era opposta allo stop con una memoria al gup, sostenendo che la valutazione complessiva del materiale acquisito poteva condurre al rinvio a giudizio. E aveva contestato anche la cornice: secondo i pm, allora, il conflitto non era nemmeno “pendente” perché c’era solo la delibera parlamentare, mancava il ricorso vero e proprio. Adesso, però, il ricorso è stato depositato: il semaforo è diventato rosso per davvero.
E qui entra in gioco il meccanismo della Consulta, che è il secondo punto principale: dopo il deposito, la Corte costituzionale farà un primo vaglio di ammissibilità senza contraddittorio. Se lo supera, fisserà un’udienza di discussione che potrebbe tenersi a distanza di diversi mesi. Nel frattempo, l’udienza preliminare resta sospesa o comunque rallentata, perché la questione che si discute non è “un dettaglio”, ma un pezzo di fondamenta dell’impianto probatorio.
La Procura, dal canto suo, contesta nel merito l’idea di inutilizzabilità: sostiene che quegli atti siano documenti entrati nel fascicolo e non intercettazioni disposte dai pm, e dunque sarebbero utilizzabili. In più, i pm hanno anche fatto notare che il conflitto di attribuzione è sollevato dal Senato, cioè da un potere diverso dall’autorità giudiziaria, e che non sarebbe prevista automaticamente la sospensione dei procedimenti come in altri casi celebri. È uno scontro frontale tra poteri, che nel frattempo produce l’effetto più comodo per chi vuole prendere tempo: il calendario si allunga.
E la verità, al netto delle opposte tesi, è un’altra: questa storia è ferma da troppo tempo. La richiesta di processo per Santanchè e gli altri risale a maggio 2024, quindi a quasi due anni fa. L’udienza preliminare, tra stop and go, non si è ancora chiusa. Adesso rischia di restare congelata ancora. Il paradosso è tutto politico: mentre si discute se un atto sia “documento” o “intercettazione”, la ministra resta lì, seduta, con la stessa tenacia di chi non ha mai visto una poltrona che non meriti di essere difesa fino all’ultima vite.
E così si torna al punto di partenza: non una sentenza, non un’udienza che entra nel vivo, non un chiarimento definitivo. Solo un altro passaggio procedurale che sposta la linea del traguardo. La giustizia, quando inciampa nei conflitti di attribuzione, diventa un gioco dell’oca: fai un passo, peschi una carta, torni indietro. E nel frattempo, chi deve rispondere politicamente non risponde: aspetta. E spera che la memoria pubblica faccia ciò che spesso fa: stancarsi prima della Consulta.



