Mentre il governo annuncia il limite del 30% di stranieri in classe, Eugenia Carfora racconta la sua scuola a Caivano: «Quando non ce la faccio creo soluzioni», senza lasciare indietro nessuno
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«Uno studente immigrato è un valore aggiunto per la scuola». Eugenia Carfora, dirigente dell’istituto Morano di Caivano, non usa mezze parole per raccontare dal palco del Festival di Open la sua idea di scuola. E soprattutto per spiegare cosa significa, nella realtà quotidiana di una periferia difficile, affrontare il tema dell’inclusione. «Noi prendiamo tutti quelli che vengono e quando non ce la faccio creo soluzioni. Ma non deve mai succedere che io debba cacciare qualcuno fuori».
Le sue parole arrivano mentre il governo torna a intervenire sul tema della presenza degli studenti stranieri nelle classi. Da Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, la premier Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione di introdurre per legge un tetto massimo del 30% di alunni stranieri per classe, insieme a corsi obbligatori di italiano per i genitori e al divieto del burqa a scuola.
«Non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare», ha detto Meloni.
Il limite del 30%, peraltro, non nasce con l'annuncio della premier: una soglia analoga esiste già dal 2010, ma nel corso degli anni è stata applicata con deroghe e criteri che ne hanno limitato l'effettiva rigidità.
La scuola di Caivano e la sfida dell'inclusione
Carfora porta nel dibattito un'esperienza maturata sul campo, in un territorio nel quale la scuola è chiamata a confrontarsi ogni giorno non soltanto con l'integrazione, ma anche con la dispersione scolastica e con il disagio sociale.
La dirigente è arrivata all'istituto superiore Morano nel 2013, dopo aver già lavorato per anni nel quartiere. Di fronte si è trovata una struttura descritta come un grande edificio di cemento abbandonato al «disordine» e agli abusi, con spazi sottratti alla comunità.
La sua risposta è stata quella di riportare i ragazzi al centro della scuola e, soprattutto, di andare a cercarli quando erano loro ad allontanarsi dalle aule.
Quando le sedie rimanevano vuote, Carfora è scesa in strada, fino al Parco Verde, bussando alle porte delle famiglie per riportare gli studenti dentro l'istituto. È diventata così simbolica l'immagine della preside con il megafono in mano, mentre pronuncia per strada i nomi dei ragazzi che non stanno andando a scuola.
«Ero mossa dalla disperazione, io sono andata in quelle case disperata», ha raccontato.
E ha spiegato così il senso di quella scelta: «Volevo strapparli alla strada e portare un messaggio chiaro: “Guarda, c’è qualcuno che ti pensa, per il quale tu sei importante”».
«Nessuno si senta invisibile»
Per la dirigente, il punto centrale non è stabilire soltanto quanti studenti possano entrare in una classe, ma fare in modo che nessuno venga lasciato ai margini.
La dispersione, nella sua esperienza, non coincide infatti soltanto con l'abbandono formale della scuola. Può iniziare molto prima, anche quando il ragazzo è ancora fisicamente seduto dietro un banco.
«I ragazzi ci abbandonano anche quando li troviamo a dormire sul banco», ha spiegato.
Da qui la sua idea di una scuola che non si limiti alle ore di lezione, ma diventi un presidio permanente, capace di offrire occasioni e relazioni.
«La scuola è un faro, è una luce, è il villaggio delle opportunità. Io sogno una scuola aperta tutto il giorno, anche di notte».
«Davanti a tutto questo controllo vedo una sconfitta dell'umanità»
La stessa impostazione ritorna quando il discorso si sposta sulla sicurezza dentro gli istituti, dopo i numerosi episodi di violenza e accoltellamenti che hanno riacceso il dibattito sui controlli nelle scuole.
Carfora non nega la necessità di affrontare le emergenze, ma mette in guardia dal rischio che la risposta si riduca esclusivamente alla sorveglianza.
«Io davanti a tutto questo controllo vedo una sconfitta dell’umanità».
La sua ricetta parte invece dalla relazione con gli studenti: «Bisogna osservare i ragazzi, capire come si muovono, leggere i segnali d’allarme, e poi accorciare le distanze, ripristinare il contatto. Prendiamoci il loro cuore, abbracciamoli».
La preside diventata simbolo delle periferie
Eugenia Carfora è diventata negli anni uno dei volti più riconoscibili della battaglia educativa nelle periferie. La sua esperienza è stata raccontata anche nel documentario Come figli miei di Domenico Iannacone ed è arrivata in televisione con la miniserie Rai La Preside, interpretata da Luisa Ranieri.
Ma proprio dal palco di Parma la dirigente prende le distanze dall'immagine della «preside-eroina» costruita intorno alla sua storia.
«Io non mi sento una preside, non mi sento “LA preside di Caivano” ma una formica nell’apparato scolastico».
È questa, in fondo, la distanza tra il dibattito sulle percentuali e la scuola vissuta ogni giorno: da una parte le regole pensate a livello nazionale, dall'altra una dirigente che racconta una realtà nella quale il problema non è soltanto stabilire chi può stare dentro una classe, ma fare in modo che nessun ragazzo finisca fuori dalla scuola e, prima ancora, fuori dalla possibilità di sentirsi parte di una comunità.


