A Genova i camalli scaricano casse di medicinali e viveri, caricandole con gesti lenti e precisi sui velieri. A Barcellona, tra le barche turistiche, compaiono vele bianche con la scritta “Sumud”, parola araba che significa resistenza, resilienza, forza di restare umani. A Tunisi i pescatori guardano curiosi i piccoli equipaggi che si preparano a salpare non per il mare aperto, ma per Gaza. Sono immagini di porti diversi, eppure unite da un unico filo. La Global Sumud Flotilla si prepara a partire: decine di barche, oltre quaranta Paesi coinvolti, centinaia di attivisti pronti a prendere il largo per raggiungere la Striscia. Non solo per portare aiuti umanitari, ma per rompere il muro del silenzio internazionale che da più di venti mesi avvolge il massacro in corso.

La finestra è già fissata: tra il 31 agosto e il 4 settembre le prime imbarcazioni lasceranno la Spagna e Genova, poi seguiranno Sicilia, Tunisia e Grecia. Piccole barche, non navi da guerra: imbarcazioni da diporto con al massimo dieci passeggeri, proprio per evitare qualsiasi equivoco. «La nostra è un’iniziativa non violenta», ripetono gli organizzatori. «Non siamo una minaccia, portiamo soltanto persone, farmaci, messaggi di solidarietà». Ma la consapevolezza è chiara: il rischio è altissimo. È già accaduto con la Handala e la Madleen, assaltate in acque internazionali, i volontari arrestati e rimpatriati con divieti di ingresso secolari. È accaduto anni fa con la Mavi Marmara, quando l’assalto notturno si trasformò in un bagno di sangue. Nessuno a bordo lo ignora. Eppure nessuno indietreggia.

Tra i nomi spicca quello di Greta Thunberg, pronta a salpare ancora da Barcellona, insieme ad altri attivisti già colpiti da provvedimenti arbitrari. «Illegali e illegittimi», hanno detto gli avvocati che hanno sporto denuncia contro il governo israeliano. Ma Greta e gli altri non hanno intenzione di arretrare. In mare ci saranno anche parlamentari, giornalisti, medici e avvocati, ognuno con la sua ragione personale e il suo bagaglio di memoria. C’è chi ha perso familiari a Gaza, chi ha visto amici morire sotto le bombe, chi ha già rischiato in precedenti missioni e torna a bordo senza esitazioni.

Il Mediterraneo diventerà il teatro di una sfida civile, pacifica e simbolica. La forza della Global Sumud Flotilla è nella sua composizione eterogenea. Dal Sud Est asiatico arriveranno delegazioni di Indonesia, Pakistan, Maldive, Sri Lanka, Bangladesh, Thailandia e Filippine, con il supporto diretto del governo indonesiano. Dal Maghreb si uniranno barche e attivisti che nei mesi scorsi avevano tentato di forzare i confini via terra. Dall’Europa, le organizzazioni della società civile hanno raccolto fondi, costruito reti, organizzato manifestazioni di sostegno. Chi non ha potuto armare una barca, avrà almeno un rappresentante a bordo. Quasi tutti i Paesi del mondo avranno una voce su quelle onde.

Dietro la preparazione ci sono mesi di lavoro silenzioso. A Genova il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e l’associazione Music for Peace hanno avviato una raccolta straordinaria di aiuti, puntando a superare le 45 tonnellate. Una quantità che non cambierà le sorti di una popolazione affamata e stremata, ma che serve come gesto concreto e visibile. A Barcellona si è scelto di trasformare il porto in un palco politico, con attivisti e cittadini che si sono alternati per spiegare le ragioni del viaggio. In Tunisia le reti di solidarietà hanno raccolto fondi per garantire carburante e scorte. E in Grecia, simbolo storico di altre flottiglie, i cantieri hanno lavorato giorno e notte per rendere navigabili le piccole imbarcazioni destinate a prendere il largo.

La parola “Sumud” è il collante. Non traduce solo resistenza, ma anche ostinazione a restare umani quando tutto sembra congiurare contro. Ogni barca ne porta una bandiera. Ogni equipaggio si prepara a navigare sapendo che potrebbe non arrivare mai a destinazione. Eppure è proprio la partenza, più che l’arrivo, il cuore dell’azione. Il messaggio è rivolto al mondo, non solo alle coste di Gaza.

Gli organizzatori hanno chiesto ai governi di garantire protezione ai partecipanti. «Navighiamo in acque internazionali, i nostri diritti sono tutelati dalle convenzioni», ricordano. «Ma è necessario che i governi ci sostengano. Non possiamo essere lasciati soli». Una richiesta che suona come un appello e come una denuncia: se gli Stati tacciono, se la politica resta immobile, sarà la società civile a salpare. Ancora una volta, più numerosa che mai.

Manca poco alla partenza. Le vele sono pronte, i carichi sono assicurati, gli equipaggi hanno già salutato famiglie e amici. Sanno che potrebbe essere un viaggio breve, interrotto da pattuglie militari o da arrembaggi. Sanno che la storia si potrebbe ripetere, con arresti, sequestri, violenze. In passato ci sono stati morti e feriti. Ma sanno anche che restare a terra sarebbe peggio. Perché significherebbe accettare l’assedio come normalità, la morte dei bambini di Gaza come un danno collaterale di un guerra assurda.

Quando tra il 31 agosto e il 4 settembre le prime barche solcheranno il Mediterraneo, non sarà una crociera né un viaggio turistico. Sarà un atto di resistenza civile, un segnale che la coscienza collettiva non si è spenta. Una flotta di piccole barche per sfidare un grande silenzio. Un messaggio che corre sulle onde: non si può rimanere inerti di fronte al massacro di Gaza.