Una tuta grigia, una bottiglia d’acqua in mano e degli occhiali neri. A bordo di un aereo militare americano diretto a Brooklyn, Stati Uniti. Una foto che è già storia. Nicolás Maduro e Cilia Flores, presidente del Venezuela e moglie del presidente, sono stati arrestati con l’accusa di possesso di droga e armi. Una notizia che da sola basterebbe ad aprire le prime pagine dei quotidiani nazionali e internazionali. A rendere l’operazione ancora più clamorosa è però il presunto “mandante”: Donald J. Trump.

Sono passati ormai alcuni giorni dall’attacco a Caracas, capitale del Venezuela. Resta ancora incerto il numero definitivo delle vittime: ad oggi quelle ufficiali sono 32, tutte di nazionalità cubana. Da tempo, infatti, il governo cubano collaborava con il Venezuela in operazioni di intelligence e di polizia, oltre che nella sicurezza personale del presidente.

Il destino di Maduro resta incerto. In un video diffuso in rete, con indosso gli abiti da detenuto, ha ribadito di essere ancora il presidente legittimo del Paese, definendosi «una persona per bene». Da Caracas a Brooklyn e, da lì, verso Manhattan, dove viene processato. Ma lui alla prima udienza si è subito dichiarato innocente: «Sono stato rapito. Sono il legittimo presidente del Venezuela». La prossima udienza il 17 marzo.

Le piazze sono divise. In Italia la Cgil ha già manifestato per la liberazione del presidente, mentre in molte altre parti del mondo — Venezuela compreso — si festeggia «la caduta di un regime».

Maria Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, ha ringraziato Trump e la sua amministrazione «per la fermezza e la determinazione nell’applicazione della legge», aggiungendo che «il Venezuela sarà il principale alleato degli Stati Uniti in materia di sicurezza, energia e diritti umani».

Ma qual è stata la reazione della politica italiana? Per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’azione degli Stati Uniti è da considerarsi legittima: «Un’azione di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statali che alimentano il narcotraffico». Meloni ha però precisato che il Governo ritiene che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine a regimi totalitari».

Di tutt’altro avviso la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, che definisce l’operazione di Trump «un attacco a uno Stato sovrano che viola il diritto internazionale. «La storia — aggiunge — ha dimostrato che la democrazia non si esporta con le bombe». Schlein sottolinea comunque che «il Partito democratico ha sempre condannato il regime brutale di Maduro e le sue azioni repressive».

Per Matteo Renzi, leader di Italia Viva, «il Venezuela è uno dei Paesi più belli e ricchi del mondo e senza Maduro sarebbe migliore». Pur criticando le modalità adottate da Trump, giudicate «discutibili», Renzi non nasconde una certa soddisfazione: «Il Venezuela oggi è un Paese migliore di ieri, non chiedetemi di essere triste».

Il vicepremier Matteo Salvini richiama invece alla diplomazia, definendola «la strada maestra per risolvere le controversie internazionali», ma aggiunge senza mezzi termini che «a nessuno mancherà Maduro».

Il fil rouge è chiaro, da destra a sinistra: tutti condannano Maduro e la sua dittatura. Nessuno ha mai riconosciuto la sua autoproclamazione a presidente del Venezuela. Lo spartiacque resta però nei modi — “poco diplomatici”, per usare un eufemismo — adottati dalla Casa Bianca.