A 18 anni la partenza, poi l’Erasmus in Francia e oggi una nuova esperienza professionale in Svizzera. La 26enne racconta partenze, sacrifici e ambizioni: «Non sono mai partita per allontanarmi da qualcosa, ma per andare verso qualcosa»
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A 18 anni ha lasciato Cosenza per andare a studiare a Bologna. Poi l’Erasmus a Bordeaux, in Francia, e oggi una nuova esperienza in Svizzera, a Lugano. Marika Colonna, 26 anni, ha scelto di costruire il proprio futuro attraversando città, Paesi e culture diverse, senza mai recidere il legame con la Calabria.
Un percorso di formazione, coraggio e crescita personale, nel quale ogni partenza rappresenta una nuova opportunità. La sua storia racconta quella di tanti giovani calabresi che vanno via per cercare opportunità, ma continuano a portare con sé le proprie radici, i valori e l’identità della terra in cui sono cresciuti.
Abbiamo intervistato Marika Colonna.
Marika, partiamo da Cosenza. Cosa ti ha spinto, già a 18 anni, a lasciare la Calabria e andare a Bologna?
«A diciotto anni non sapevo ancora bene chi fossi, ma avevo voglia di mettermi alla prova. A Cosenza avevo frequentato il liceo scientifico, diplomandomi con buoni risultati. Questo mi aveva dato fiducia, o forse semplicemente il coraggio, per compiere il passo successivo lontano da casa.
Ho scelto Bologna perché è una città con una lunga tradizione negli studi giuridici. Studiare mi ha sempre dato soddisfazione e volevo trovare un ambiente in cui poterlo fare al meglio.
È stata una partenza difficile: lasciare la famiglia, la mia terra, gli affetti e le abitudini di una vita non è mai semplice. Ma è stata anche la prima volta in cui ho capito che, con pazienza e tanta forza di volontà, potevo cavarmela da sola».
Dopo Bologna è arrivata l’esperienza in Francia. Cosa hai imparato da quel primo confronto con un altro Paese e con una cultura diversa dalla nostra?
«L’Erasmus a Bordeaux è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Dal punto di vista umano, la cosa più preziosa è stata incontrare persone con culture e provenienze molto diverse dalla mia.
Confrontarmi ogni giorno con storie, abitudini e modi di pensare differenti mi ha fatto scoprire quanto sia ricco guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri. Ho imparato ad ascoltare davvero, a incuriosirmi invece di giudicare e a trovare valore proprio in ciò che inizialmente mi sembrava distante.
È stata la prima volta in cui ho vissuto da straniera e, paradossalmente, proprio attraverso le differenze ho sentito più forte il senso di appartenenza a un gruppo.
Anche sul piano degli studi è stata un’esperienza fondamentale. Ho capito che il diritto non è mai neutro: cambia forma in base alla storia, alla cultura e al modo in cui una società guarda alle regole e alla giustizia. Studiare diritto internazionale insieme a persone provenienti da sistemi giuridici diversi mi ha insegnato a osservare le questioni complesse da più prospettive, rendendomi più umile e aperta».
Hai soltanto 26 anni e hai già cambiato più volte città e Paese. Che cosa cerchi ogni volta quando decidi di ripartire?
«Non cerco la fuga, cerco la crescita.
Ogni trasferimento è stato legato a una domanda precisa: dove posso imparare di più, mettermi davvero alla prova e diventare la professionista che desidero essere?
La Calabria mi ha dato le radici, i valori e il punto di partenza. Bologna mi ha offerto la formazione, la serietà dello studio e la prima vera esperienza lontano da casa. Bordeaux mi ha aperto lo sguardo sul mondo, insegnandomi il valore del confronto con culture diverse.
Adesso la Svizzera rappresenta il passo successivo: un ambiente internazionale e rigoroso nel quale spero di continuare a crescere professionalmente.
Ogni tappa è stata un mattone. Non sono mai partita per allontanarmi da qualcosa, ma per andare verso qualcosa, portando sempre con me ciò che l’esperienza precedente mi aveva lasciato».
Adesso sei a Lugano: perché hai scelto proprio la Svizzera e che cosa speri di trovare qui, soprattutto dal punto di vista lavorativo e personale?
«Ho scelto la Svizzera perché cercavo un ambiente internazionale e rigoroso, nel quale le competenze legali, soprattutto negli ambiti della compliance e del risk management, siano valorizzate secondo standard elevati. Dal punto di vista professionale, spero di crescere e di lavorare a contatto con realtà finanziarie e aziendali complesse. Sul piano personale, mi piacerebbe costruire qui qualcosa di stabile, senza perdere il legame con le mie radici».
Quanto è difficile ricominciare ogni volta da zero: cercare lavoro, costruire nuove relazioni, adattarsi a un ambiente diverso e, allo stesso tempo, mantenere le proprie radici?
«È faticoso, e sarebbe disonesto dire il contrario. Cercare lavoro in un posto nuovo, senza una rete di conoscenze già pronta, significa mettersi in gioco anche in situazioni scomode. Ho persino raccontato pubblicamente il mio percorso sui social, perché a volte bisogna uscire dagli schemi tradizionali per farsi notare. E ha funzionato: è nato un contatto, poi un colloquio e successivamente altre opportunità.
Le radici, però, non si perdono. Torno in Calabria ogni volta che posso e la famiglia resta il punto fermo a cui appoggiarmi quando tutto il resto cambia».
Guardando oggi alla tua esperienza, cosa diresti a un giovane calabrese che sente di voler andare via, ma ha paura di lasciare la propria terra e affrontare l’incertezza?
«Gli direi che la paura è legittima, ma non deve diventare una scusa. Non bisogna partire per rinnegare le proprie origini, ma per portarle con sé nel mondo, considerandole un valore aggiunto e non un peso.
La Calabria non si lascia mai davvero: si porta dentro, nel modo di lavorare, di trattare le persone e di restare umili anche quando si arriva lontano.
L’incertezza fa parte del percorso. Nessuno può garantire che andrà tutto bene, ma restare fermi per paura è l’unica scelta che garantisce di non crescere».
Infine, cosa rappresentano per te la Calabria, il tuo paese e le persone che hai lasciato?
«Rappresentano l’origine di tutto quello che sono, il luogo a cui ogni cosa, prima o poi, torna a fare riferimento.
È in Calabria che ho imparato il valore del sacrificio quotidiano, quello silenzioso di chi lavora senza chiedere nulla in cambio, pur di dare ai propri figli qualcosa in più. È lì che ho imparato il valore della parola data, il rispetto per gli altri e l’importanza di restare umili anche quando si vorrebbe correre verso qualcosa di nuovo.
La mia terra non è fatta soltanto di paesaggi bellissimi: è fatta soprattutto di persone. Dei volti di chi mi ha cresciuta, di chi ha creduto in me anche nei momenti in cui io stessa avevo dei dubbi, di chi mi ha insegnato, spesso semplicemente con l’esempio, che si può essere forti e gentili allo stesso tempo.
È il calore di una comunità che, nonostante le distanze e le difficoltà, non ti fa mai sentire davvero sola.
Ogni traguardo raggiunto porta dentro di sé un pezzo di quella terra e di quelle persone. Non considero le mie radici un peso del passato, ma la base più solida sulla quale ho potuto costruire tutto il resto.
Per questo, ovunque andrò, non smetterò mai di sentirmi calabrese prima di tutto. E ne andrò sempre profondamente fiera».

