Dopo una vita frenetica nel capoluogo lombardo si è trasferita con la famiglia a Isca sullo Ionio, nel Catanzarese: «Sentivo che quel tipo di progresso era una maschera: prometteva sviluppo, ma svuotava i territori»
Tutti gli articoli di Storie
PHOTO
Negli ultimi anni, sempre più persone scelgono di cambiare vita e tornare – o arrivare per la prima volta – in Calabria. Tra queste c’è Ginevra Dell’Orso che da qualche anno ha lasciato Milano dove era totalmente coinvolta in una vita frenetica e caotica. Si è trasferita con la famiglia a Isca sullo Ionio, un piccolo borgo calabrese che aveva scoperto nel corso di una vacanza e se ne era innamorata.
«Vivere in città è un investimento a perdere: con i soldi non si compra la salute e la pace interiore. I miei figli qui hanno scoperto la libertà. Così mi sono trasferita a Isca, un piccolo borgo del Catanzarese di circa 300 abitanti», le sue parole in una dichiarazione alla nostra testata.
Oggi con Ginevra parliamo di progresso, identità, modelli di sviluppo e dei rischi di una modernità che quasi sempre svuota più di quanto porti.
Ginevra, cosa ti ha spinto a lasciare il Nord e a scegliere la Calabria?
«C’è un’idea di progresso che negli ultimi anni ci viene raccontata come inevitabile: una narrazione patinata, fatta di paroloni stranieri, investimenti e “modernità”, quasi come se la Calabria dovesse rincorrere un modello esterno per essere considerata al passo. Io non ci credevo più. Sentivo che quel tipo di progresso era una maschera: prometteva sviluppo, ma svuotava i territori. Mi sono resa conto che cercavo l’opposto: autenticità, ritmo lento, identità. E qui l’ho trovata».
Cosa intendi quando dici che questo tipo di progresso rischia di essere una “maschera”?
«È un progresso che parla di innovazione, ma non ascolta chi vive davvero in questi luoghi. Porta luci scintillanti e grandi progetti, ma raramente lascia qualcosa alla comunità, se non il prezzo da pagare. In nome del “cambiare tutto”, spesso si cancella ciò che ci rende unici. Si rischia di trasformare la Calabria in una brutta copia di qualcos’altro, perdendo proprio ciò che altrove cercano».
Molti hanno considerato per anni la ruralità un segno di arretratezza. Tu ribalti completamente questo concetto.
«Sì, perché per anni ci hanno messo addosso etichette: “pecorari”, “pastori”, “campagnoli”, come se occuparsi degli ulivi, delle capre o del paesaggio fosse un mestiere da serie B. In realtà oggi è evidente che non è così: prendersi cura del territorio è il vero progresso. Senza la terra non si va da nessuna parte».
Usi un paragone molto forte: la Calabria come un talento raro.
«È così. La Calabria è come una persona con un talento unico per dipingere, che però viene spinta a fare calcoli matematici per “guadagnare di più”. Magari ci riesce, ma vivrà in competizione, sarà uno dei tanti. Invece investendo sul suo vero talento può diventare il numero uno. Questa regione ha un dono: autenticità, bellezza integra, identità, silenzio, tempo. È ciò che il mondo sta cercando e che qui c’è ancora».
Stai incontrando altre persone che fanno scelte simili alla tua?
«Tantissime. Conosco gente che ha lasciato Milano, Londra, Berlino per venire qui. Non vogliono micro metropoli sulle colline o copie della Lombardia. Vogliono la Calabria com’è. E quando persone del posto tornano dopo anni all’estero e mettono le proprie competenze a servizio di questa terra, nasce un vero progresso: dal basso, radicato, autentico».
Parli anche di chi arriva da fuori non come turista, ma come nuovo residente. È un fenomeno in crescita?
«Sì, e fa una differenza enorme. C’è chi compra una casa, paga le tasse, investe sul territorio, crea lavoro proporzionato ai luoghi. È un cambiamento reale, umano, lento. Non come quello delle grandi compagnie che arrivano, installano infrastrutture impattanti e poi si portano via tutto».
Uno degli esempi che porti è quello dei parchi eolici. Cosa non funziona secondo te?
«Ci vengono raccontati come “green”, “futuro”, “energia pulita”. Ma pulita per chi? Sicuramente non per chi vede il proprio paesaggio cambiare senza alcun beneficio. Se davvero quelle pale dessero luce gratuita ai calabresi, allora il discorso potrebbe essere diverso. Ma così non è. Le pale sono sulle nostre colline, il guadagno è altrove».
Qual è allora, secondo te, la vera modernità oggi?
«È saper dire “basta”. Essere meno disposti ad accogliere tutto ciò che brilla solo in superficie. Essere gelosi, orgogliosi della propria terra, del proprio paesaggio, della propria identità. La vera modernità è scegliere un modello che rispetta e valorizza, non che consuma».
Da dove può nascere il progresso che serve davvero alla Calabria?
«Non arriverà dall’alto né dall’esterno. Nasce da chi resta, da chi torna, da chi arriva e mette radici. Da chi conosce l’anima della Calabria perché la vive ogni giorno. È una ricchezza che nessuna multinazionale può comprare e che nessun “progresso mascherato” potrà cancellare».
E nel frattempo c’è ancora chi continua ad amare la “modernità” che tu critichi…
«Certo, e va bene. Ognuno sceglie ciò in cui crede. Io ho scelto la Calabria vera, quella che mi ha insegnato che il progresso non è correre più veloce, ma tornare ad ascoltare la terra».
E però una città offre tante possibilità. Tanti svaghi e opportunità…
«In città puoi bere l’aperitivo nel locale più trendy del momento. Qui in Calabria, basta sederti in un lido qualunque, davanti al mare, mentre la luna rossa sale lenta sull’acqua… e all’improvviso sei in un altro mondo. Niente moda, niente filtri. Solo bellezza vera, quella che non ha bisogno di essere annunciata. Perché a volte basta pochissimo per sentirsi altrove. E quel “pochissimo”, qui, è tutto».



