Dopo lo sbarco, avvenuto nel settembre del 2023, il giovane gambiano viene soccorso e trasferito in una casa famiglia; l’amico che era arrivato con lui è costretto a tornare indietro. Ma Ebra non si dà per vinto e trasforma il suo dolore in fame di riscatto, riscrivendo il suo futuro
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Ebrahima Jatta ha compiuto 17 anni un mese fa e come regalo di compleanno si è regalato un sogno: l’ingaggio nel settore giovanile del Verona Calcio, società che milita nella massima serie del campionato italiano. Ma il suo è un traguardo che vale doppio, perché il giovane, prima di gioire, ha dovuto attraversare l’inferno delle sofferenze. Ebrahima, Ebra per gli amici, è un giovanissimo immigrato, arrivato sulle coste calabresi su un barcone, solo e senza nulla con sé, tranne che un grande peso sul cuore e un talento per il calcio che aspettava solo di fiorire.
L’arrivo in Calabria
Ebrahima Jatta nasce e cresce nel Gambia, Stato dell’Africa occidentale che, in alcune zone, fa registrare una povertà diffusa. Al giovane piace giocare a calcio, lo fa in strada quando può, ma poi capisce che lì, nel posto che gli ha dato i natali, per lui non c’è futuro. Ebra saluta la sua mamma, il suo papà e sua sorella e comunica loro la decisione di andare via insieme a un amico. Il distacco è traumatico. Ha appena 15 anni quando sale su uno di quei barconi che attraversano il Mediterraneo tra mille difficoltà, correndo il rischio di non arrivare mai a destinazione. E, invece, per fortuna, il natante tocca terra. È il settembre del 2023. Arrivano i soccorsi, lui passa e viene trasferito in una casa famiglia; l’amico no, è costretto a tornare indietro e così deve rinunciare anche all’ultimo pezzo della sua vita precedente.
L’accoglienza
Ebra viene accolto nella Cooperativa Sociale Progetto Enea di Catanzaro, coordinato dall’avvocato Maria Teresa Stranges, e viene seguito dal tutor Antonio Nirello. Qui, finalmente, ha sempre un piatto caldo in tavola e un tetto sulla testa, ma la sua mente vaga e sogna il riscatto ad ogni aperti. Un anno fa, dice al suo tutore che vuole giocare a calcio, ma in una squadra vera, come non aveva mai fatto prima. Poco dopo, grazie all’impegno del dottor Nirello, Ebra entra nella squadra del Kennedy Catanzaro, presieduta da Rocco Iozzo, che lo accoglie a braccia aperte.
Il giovane gambiano continua a giocare nella compagine catanzarese anche quando, dopo qualche mese, viene trasferito al Centro SAI Catanzaro Minori, gestito dalla Fondazione Città Solidale ETS del presidente padre Piero Puglisi. Il responsabile Maurizio Chiaravalloti e l’operatore dell'integrazione del centro, Francesco Lamanna, continuano a sostenere il suo sogno.
Quando Ebra entra in campo, le sue sofferenze sembrano svanire per un po’. Ma per lui non è solo svago. Quando tocca il pallone, sembra un calciatore navigato. Ben presto tutti si accorgono del suo talento e restano affascinati dalla sua bravura.
Un nuovo inizio
Tra coloro che lo notano c’è Roberto Mantuano, allenatore della Rappresentativa Regionale della Calabria, che lo convoca in Sicilia per il Torneo delle regioni, una vetrina importante per i giovani talenti. Nel frattempo, lo ingaggia anche la Junic Football Agency, fondata da Andrea Tacconi, figlio della leggenda juventina Stefano Tacconi, che ne vuole curare gli interessi per spianare la strada del successo. Le operazioni sono svolte dal manager della società, Mauro Limongi, e dall’avvocato Andrea Ferrara, nelle vesti di procuratore.
Il torneo della Sicilia
Ebra è tra i convocati della Rappresentativa calabrese e mister Mantuano non vede l’ora di vederlo in campo. Ma qualcosa va storto. Nella prima partita, il giovane sembra avere le batterie scariche, le sue gambe sembrano non rispondere ai comandi. Del talento che aveva mostrato fino a quel momento, nemmeno l’ombra. L’allenatore lo scuote, lo guarda negli occhi. «Ebra, ma che ti succede?», gli chiede preoccupato. «Non lo so, mister». Forse il giovane ha sentito forte il peso della pressione. O forse ha paura che la sua vita cambi di nuovo. Sugli spalti, gli osservatori sportivi delle squadre più blasonate a caccia di talenti pullunano.
Le persone a lui vicine provano a capire che cosa lo stia turbando. Mister Manutano, che è lì con lui, e Andrea Tacconi e Mauro Limongi, che lo contattano da remoto in video chiamata, gli ricordano che deve trovare la forza di reagire, perché una buona prestazione potrebbe cambiare il finale della sua storia.
Ebra annuisce, si guarda dentro e fa i conti con sé stesso. E chiede al mister di poter giocare ancora. Mister Mantuano è titubante, a lui e alla squadra serve vincere. Ma qualcosa gli dice che si può ancora fidare.
Ebra torna in campo e ricambia la fiducia, sembra una scheggia impazzita, gli avversari fanno fatica a contenerlo. Ogni volta che tocca la palla, dagli spalti qualcuno spalanca la bocca per la meraviglia. La squadra perde, lui no. Esce dal campo esausto, ma a testa alta.
La firma con il Verona Calcio
Passa soltanto qualche ora e arriva una telefonata. «Siamo interessati a Ebrahima Jatta, vorremmo sottoporlo a un provino». Dall’altro capo del telefono è Massimo Margiotta, direttore sportivo del settore giovanile del Verona Calcio. Ebra esulta, la Junic con lui, mister Manutano scoppia in lacrime. Rocco Iozzo, che ha imparato a volergli bene come a un figlio, esplode di gioia e la società che presiede si propone di finanziare tutti i suoi spostamenti. Non resta che fare le valigie e preparare i documenti.
La Prefettura di Catanzaro colloquia per giorni con la Prefettura di Verona, c’è il via libera. Il provino è un successo e il Verona Calcio scioglie le riserve dopo qualche settimana e una serie di controlli: Ebra firma il contratto. La sua nuova storia sta per cominciare e a scriverla, stavolta, sarà soltanto lui. Ed è intenzionato a prendersi tutto: non solo, in futuro, la Serie A, ma anche la laurea in Odontoiatria, perché, in attesa di riabbracciare la sua famiglia, l’altro sogno nel cassetto è quello di diventare un dentista. Ora, il ricordo di quel viaggio della speranza tra le acque agitate del Mediterraneo, fa un po’ meno male.