Sull'alluvione nella piana di Piana di Sibari se ne sono dette tantissime. Ho pensato, allora, che fosse il caso di consultare Giuseppe Ferraro, un bravissimo geologo, anche per comprendere le cause del fenomeno e le prospettive che attendono l'area alluvionata. Le risposte che mi sono pervenute sono chiarissime e allarmanti, anche solo considerando la mappa che si allega.

A sinistra dell'immagine c'è tutta la Piana, con il percorso degli alvei antichi del Crati e del Coscile che nel periodo di insediamento della città greca scorrevano separatamente: dalle loro variazioni si capisce che la Piana alluvionale è molto attiva e che si evolve e si trasforma rapidamente.

A destra vi è il dettaglio dell’area compresa tra gli scavi archeologici e il mare; sulla mappa viene riportata l’altimetria, cioè le quote del terreno rispetto al livello del mare con una scala cromatica, e poi, con i pallini colorati, sono indicate le velocità con le quali il suolo si abbassa: la cosiddetta subsidenza. Si vede molto bene che la velocità di abbassamento del suolo ha il suo massimo proprio ai Laghi di Sibari ed è di circa 15 mm all’anno.

Questo significa che tutta quell’area, siccome si abbassa velocemente, creando una depressione, fa da richiamo per le piene. Poi, se si pensa che il livello del mare si solleva a causa dei cambiamenti climatici (circa 3.5 mm/anno), le prospettive diventano davvero drammatiche: tra una trentina di anni al massimo, l’area è destinata a portarsi al di sotto del livello del mare.

È poi evidente, e non è una notazione di poco conto, che dove non c’è antropizzazione, o è minima, la subsidenza si riduce drasticamente (1-4 mm all’anno). Riprende al villaggio di Marina di Sibari, più a nord (tra 4 e 8 mm/anno circa), ma in minor misura rispetto ai Laghi, soprattutto a causa dei numerosi pozzi di estrazione (incontrollata!) di acqua.

L'altra cosa che si percepisce è che all’interno dell’area degli scavi del parco archeologico non vi è subsidenza. Evidentemente, spiega Ferraro, per due motivi: perché l’orizzonte di terreno più superficiale è stato asportato ed è quello che, in condizioni naturali, dà il maggior contributo al cedimento del terreno, essendo più soffice; e perché non vi sono di pozzi di estrazione di acqua profondi. Da notare che la “posizione geomorfologica” dei Laghi di Sibari è praticamente la stessa di quella adottata dai greci nella fondazione di Sybaris alla fine dell'VIII secolo a.C. quando la linea di riva era molto più all’interno di quella attuale, con l’aggravante che mentre la città arcaica si elevava leggermente rispetto alla Piana, fondandosi sulle dune costiere, i nostri contemporanei hanno deciso di eliminare la fascia dunare per la costruzione del bacino interno dei Laghi, aggravando le condizioni di rischio e impattando pesantemente sulle dinamiche costiere e della foce del Crati.

Le osservazioni di Ferraro non riguardano soltanto un territorio specifico, ma parlano con forza al presente: ci ricordano che ignorare la storia naturale dei luoghi, alterare equilibri fragili e sottovalutare i segnali della geologia e del clima significa esporsi consapevolmente a rischi sempre maggiori. Il caso della Piana di Sibari insegna che sviluppo e memoria devono procedere insieme, perché ogni scelta che dimentica i limiti imposti dall’ambiente finisce, prima o poi, per presentare il conto.