Lettera aperta a Lenin Montesanto, una replica all’analisi sui cliché legati alla regione: «I calabresi non chiedono di restare nella propria disgrazia, ma di uscirne»
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Caro Lenin,
ti rispondo con l’affetto di sempre e con la franchezza che la nostra amicizia ci consente. Mi conosci troppo bene per pensare che io abbia bisogno di vedere la Calabria ultima. Sai quanto ci credo, quanto della mia vita ho scelto di investirci e quanto sarei felice di vedere risolti i suoi problemi.
Tu rispondi a un altro editoriale, di cui richiami alcuni passaggi. Io vorrei discutere del tuo intervento. Perché parti dicendo che Occhiuto non ha bisogno di essere difeso e poi gli dedichi una difesa appassionata. Legittima, naturalmente. Ma perché accompagnarla con un giudizio così severo sui calabresi?
Oicofobia: chi chiede soluzioni crede nella Calabria
La tua idea che avremmo bisogno di riconoscerci nella nostra disgrazia mi lascia davvero perplessa. Quasi che uscire dall’ultimo posto potesse essere vissuto come un tradimento. Ma chi vorrebbe restare ultimo? Quale genitore preferirebbe continuare a vedere i figli lontani? Quale malato vorrebbe ancora partire per curarsi? Quale imprenditore sceglierebbe di lavorare tra difficoltà che altri non devono affrontare?
I cliché vanno superati. Anche quello dei calabresi che si lamentano per abitudine e non sanno apprezzare ciò che viene fatto per loro.
«Oicofobia» significa avversione verso la propria casa, la propria terra. Ma chiedere un ospedale funzionante o un collegamento affidabile esprime un bisogno. Chi segnala una difficoltà può farlo proprio perché crede che questa terra meriti di più e che da quella difficoltà si possa uscire.
La povertà non deve finire per strada per essere riconosciuta
Prendiamo la povertà. Tu cerchi quella visibile davanti alle stazioni delle grandi città e ti domandi perché qui si veda meno. Ma nella povertà c’è spesso molta dignità. Ci sono persone che fanno di tutto per nascondere le proprie difficoltà. E ci sono nuovi poveri che non chiedono aiuto per vergogna, perché fino a ieri riuscivano a mantenersi e magari erano loro ad aiutare qualcun altro. Una casa può nascondere una pensione divisa tra più persone, una bolletta non pagata, una visita rimandata. Non occorre finire per strada per essere poveri. Accanto ai ristoranti pieni, guardiamo quante persone ricorrono alla Caritas e ai banchi alimentari. Guardiamo chi ritarda l’affitto, rinuncia al riscaldamento, alle spese scolastiche o allo sport dei figli. E chi non si cura perché non può pagare una visita privata e nel pubblico deve aspettare troppo. Se vogliamo guardare oltre le statistiche, dobbiamo vedere anche loro.
Istat: una famiglia in difficoltà non scompare perché il bar è pieno
Lenin, un ristorante pieno ci mostra chi può permettersi di andarci, non chi deve rinunciarvi. Una famiglia che rinuncia alle cure non diventa meno povera perché un’altra può cenare fuori. La povertà relativa misurata dall’Istat riguarda il livello dei consumi delle famiglie rispetto a quello medio del Paese. Non si ricava semplicemente dai redditi dichiarati al fisco. Nel calcolo dei consumi vengono considerati anche i prodotti coltivati e consumati in famiglia e il vantaggio di abitare senza pagare un affitto. La casa, l’olio e i pomodori che richiami, dunque, non sono semplicemente dimenticati.
Possiamo discutere i dati, ma non basta osservare chi spende per mettere in dubbio le difficoltà di chi rinuncia. Possedere ancora una casa o aiutare un figlio può convivere con sacrifici enormi. Mi colpisce anche il richiamo a economia informale, lavoro irregolare ed evasione. Precisi che non sono virtù. Ma una Calabria che sembrerebbe meno povera grazie a guadagni sommersi ed espedienti è un’immagine più penalizzante di quella che emerge dalle critiche ai servizi. E mette in ombra chi lavora regolarmente e paga le tasse. Il lavoro nero, inoltre, può significare persone senza tutele, contributi e sicurezza. È un problema da risolvere, non una ragione per ridimensionare il disagio di chi lo subisce.
Gioco d’azzardo: le puntate non dimostrano il benessere
Il totale delle puntate non coincide con il denaro perso: le vincite possono essere rigiocate e contate più volte. Dieci euro puntati, otto vinti e poi rigiocati producono diciotto euro di puntate, pur partendo da dieci. Per conoscere la spesa effettiva bisogna sottrarre le vincite. Ma neppure questo dimostra il benessere delle famiglie: occorre capire chi perde e quanto quelle perdite pesino sulla sua vita. Il gioco può diventare proprio il rifugio di chi spera di uscire dalla povertà: una vincita per pagare i debiti, sistemare le bollette, cambiare finalmente vita. Una speranza che può aggravare la difficoltà da cui nasce. Studiamo quei flussi, certamente. Senza scambiare la speranza di arricchirsi per una prova di ricchezza.
I bonifici delle famiglie: sacrifici per i figli lontani
Quanto ai bonifici dei genitori e dei nonni, sai bene perché tante famiglie li fanno. Aiutano i giovani lontani perché pensano che altrove possano trovare maggiori opportunità di studiare, lavorare e mettere a frutto le proprie competenze. Spesso rinunciano a qualcosa per sé pur di sostenerli. Non li aiutano perché vogliono tenerli lontani. Vorrebbero averli vicini. E tanti di quei ragazzi vorrebbero tornare. Dovremmo domandarci quali condizioni stiamo creando perché questo sia possibile. E quali opportunità abbiano i giovani che non possono contare sui risparmi di famiglia.
Automobili e lavoro: guardiamo i costi e le condizioni reali
Sulle automobili, tu stesso riconosci l’insufficienza del trasporto pubblico. Allora perché il numero delle macchine dovrebbe far dubitare delle difficoltà economiche?
Quando l’auto serve per lavorare, accompagnare i figli o raggiungere un ospedale, è una spesa obbligata. Contiamo le macchine, ma guardiamo anche quanto sono vecchie e chi fatica a pagare l’assicurazione, rimanda una riparazione o le lascia ferme. Nelle aree interne, la mancanza di collegamenti limita lavoro, studio e cure. Alle imprese impone costi maggiori, che incidono anche sul prezzo dei prodotti. Lo stesso vale per connessioni Internet insufficienti e servizi inaffidabili.
E desiderare un lavoro stabile non è una fissazione da ridicolizzare. Uno stipendio dignitoso, un contratto regolare e i contributi permettono di programmare la vita, assumersi impegni, avere figli. Non tutti devono diventare imprenditori: servono imprese e lavoratori con competenze e diritti. Dove manca un servizio può nascere un’attività, ma occorre che abbastanza persone possano pagarlo. Il bisogno, da solo, non paga affitti e stipendi. Anche le imprese hanno bisogno di credito, servizi e collegamenti. Se un’azienda non trova personale, esaminiamo competenze richieste, retribuzioni, orari, contratti e costi per raggiungerla, prima di attribuire il problema all’atteggiamento dei giovani.
Finanziamenti e MID: dopo la spesa, che cosa rimane?
Veniamo ai finanziamenti. La domanda non può fermarsi a quanti milioni arrivano. Bisogna chiedersi cosa producano. Nel 2026 vengono ancora rimodulate risorse del POC 2014–2020. Accanto a queste ci sono PNRR, FESR e altri programmi. Non sono tutte risorse nuove ottenute dall’attuale governo regionale: una parte deriva da programmi europei e nazionali e dai relativi criteri di ripartizione. Servono capacità amministrativa e progetti per utilizzarle; il merito si misura soprattutto nel lavoro, nei servizi e nello sviluppo duraturo che producono.
Quali interventi scegliamo tra quelli consentiti? Quelli più facili da finanziare e spendere, oppure quelli che, messi insieme, possono creare sviluppo duraturo? Un trattore nuovo può ridurre i costi, ma da solo non rende redditizia un’azienda agricola: servono acqua, trasformazione, collegamenti, accesso ai mercati e prezzi adeguati per chi produce. Centomila euro per ristrutturare una casa non bastano a ripopolare un borgo senza lavoro, scuole, assistenza sanitaria, trasporti e connessioni. Piazze e facciate possono essere recuperate; concerti e sagre possono richiamare visitatori. Ma dentro quale progetto? Dopo la festa del fungo o della castagna, aumentano le vendite? Nascono attività di trasformazione e commercializzazione? Si verificano le ricadute durante il resto dell’anno?
Una serie di finanziamenti sparsi non diventa una strategia soltanto perché siamo riusciti a spenderli. È proprio qui che si incontrano l’uso dei fondi e il racconto della Calabria. Possiamo finanziare singoli appuntamenti, oppure costruire un progetto che faccia conoscere ciò che abbiamo di unico e dia alle persone una ragione per raggiungere i nostri territori durante tutto l’anno.
Per questo avevo creduto molto nei Marcatori identitari distintivi, i MID. Tu lo sai. La Calabria custodisce storie, luoghi, tradizioni e patrimoni culturali che non si trovano altrove. Metterli in relazione, renderli visitabili e farli conoscere avrebbe potuto cambiare davvero il nostro racconto: mostrare una regione da scoprire ben oltre il mare e l’estate, portando visitatori anche nei borghi e nelle aree interne.
Quel racconto avrebbe potuto diventare lavoro per guide, artigiani, produttori, ristoratori e strutture ricettive. Ma servivano percorsi organizzati, collegamenti e attività capaci di accogliere chi arrivava.
Ecco perché chiedo a che punto siamo e, soprattutto, come siano stati utilizzati i fondi destinati al progetto: quanto è stato speso, per quali attività e con quali risultati? Quali percorsi sono oggi fruibili e prenotabili? Quali imprese ci lavorano? Quali risultati abbiamo ottenuto nei mesi meno frequentati? Ci ho creduto e proprio per questo vorrei capire che cosa quelle risorse abbiano concretamente prodotto per i territori.
Infrastrutture e Roma: al Sud spettano opere e diritti
Il tuo riferimento al ministro del Nord sembra riguardare Salvini. Indichiamo allora opere, risorse effettivamente assegnate e tempi, distinguendo ciò che è annunciato, finanziato e già utilizzabile. Per l’alta velocità, quali tratte e quali scadenze? E per la ferrovia ionica, le strade e i collegamenti con i paesi dell’interno? Chi si sposta oggi ha bisogno di sapere quando cambieranno tempi e costi del viaggio. Anche parlare direttamente con il CEO di una compagnia aerea può essere utile. Ma il risultato per la Calabria si misura nella continuità delle rotte, nelle tariffe, nei collegamenti con gli aeroporti e nelle opportunità di lavoro. Quali impegni restano sul territorio quando finiscono gli incentivi? Quante risorse pubbliche vengono impiegate e con quali risultati duraturi?
Il Nord non dovrebbe lamentarsi degli investimenti in Calabria. Colmare le distanze nei servizi e nei collegamenti è un dovere dello Stato. Un Sud che non cresce frena tutta l’Italia. La clausola del 40% destina al Mezzogiorno quella quota delle risorse statali ordinarie in conto capitale. Chiediamo se venga rispettata e come recuperare gli eventuali scostamenti. I fondi europei e straordinari non devono sostituire gli investimenti ordinari dovuti al Sud. È la battaglia che sto portando avanti: conoscere e difendere i diritti del Sud e della Calabria, senza doverli presentare come concessioni.
E mentre celebriamo gli investimenti del ministero guidato da Salvini, discutiamo anche l’autonomia differenziata sostenuta dallo stesso Governo e dalla Lega. Le pre-intese sottoscritte da Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria quali garanzie lasciano al Sud sui servizi essenziali e sulle risorse necessarie a superare le disparità?
Lunedì, in Consiglio, ho auspicato che l’autorevolezza nazionale di Occhiuto aiuti la Calabria. Chiedere risultati e garanzie è coerente con quell’auspicio.
Ospedale della Sibaritide: i passi avanti non cancellano gli impegni
Veniamo all’ospedale della Sibaritide. È vero, sta andando avanti, ed è una buona notizia. Ma la sua storia non comincia con questa presidenza. Il contratto di concessione risale al 2014 e il progetto esecutivo fu approvato nel 2019. Prima c’erano dunque anche atti e passaggi concreti, insieme ai ritardi e alle responsabilità che nessuno deve cancellare. Riconoscere il lavoro dell’attuale governo non richiede di ridurre tutto ciò che lo precede a un rendering. E dopo quasi cinque anni di presidenza è ragionevole chiedere quando l’ospedale sarà pienamente operativo.
Le scadenze, del resto, non le hanno inventate i cittadini. Nel maggio 2022 Occhiuto indicava dicembre 2023 per la conclusione dei lavori. Alla ripartenza del cantiere, nell’aprile 2024, fu poi annunciata la consegna dell’opera per il 7 ottobre 2026, completa di arredi e apparecchiature. Oggi sono stati inaugurati i poliambulatori e l’ospedale non è ancora pienamente operativo.
È giusto riconoscere il passo avanti. È altrettanto giusto chiedere perché le scadenze siano cambiate, che cosa manchi e quando saranno disponibili tutti i servizi. Se si indicano date ai cittadini, bisogna anche spiegare perché non vengono rispettate.
Gli ambulatori sono un passo avanti. Ma il sindaco Stasi ha segnalato che l’approvvigionamento d’acqua avviene mediante autobotte e che i reflui vengono raccolti in una vasca, in attesa delle soluzioni definitive. Sono segnalazioni che meritano risposte documentate. Quali verifiche sono state effettuate prima dell’apertura? Quali autorizzazioni la consentono? Come vengono garantiti continuità dell’acqua, igiene e sicurezza per pazienti e personale? Le condizioni richieste per aprire una struttura sanitaria devono essere controllate con lo stesso rigore per tutti. Se emergessero carenze nei requisiti obbligatori, andrebbero accertate anche le responsabilità di chi ha disposto l’apertura. E resta il bisogno di reparti, ricoveri, personale e risposte ai pazienti. L’apertura dei poliambulatori non lo esaurisce.
Possiamo esserne contenti e continuare a chiedere ciò che manca. Anche considerando il peso della mobilità sanitaria: secondo GIMBE, il saldo economico negativo della Calabria è passato da circa 252 milioni nel 2021 a circa 327 milioni nel 2023. Alle spese del sistema sanitario si aggiungono quelle delle famiglie: viaggi, soggiorni, accompagnamento dei malati e giornate di lavoro perse. Quel «però» che ti infastidisce può essere la voce di un paziente che aspetta ancora una risposta.
L’immagine cambia: quanto cambia la vita dei calabresi?
Sì, Lenin, l’immagine della Calabria fuori dai suoi confini può essere cambiata. Ma proprio perché attribuisci tanta importanza al racconto, dobbiamo chiederci quanto sia costato cambiarlo e quali risultati abbia prodotto.
Quante risorse pubbliche sono state destinate alla promozione, agli eventi, alle produzioni e ai programmi televisivi? Quali ricadute hanno avuto sulle attività economiche e sul lavoro? E, rispetto al 2020, come sono cambiate le condizioni di vita dei calabresi? Su quali aspetti stanno meglio e su quali continuano a fare fatica? Non basta che la Calabria venga percepita diversamente. Dobbiamo verificare quanto sia cambiata anche per chi ci vive.
E poi c’è l’esperienza di chi arriva. Una persona atterra a Lamezia: riesce a trovare un taxi quando ne ha bisogno? Ha un collegamento pubblico per raggiungere la sua destinazione? Può visitare un borgo dell’interno senza dover noleggiare un’automobile?
La promozione crea aspettative. I servizi devono essere in grado di mantenerle. Altrimenti spendiamo per invitare le persone e lasciamo irrisolte le difficoltà che incontrano una volta arrivate.
Ma c’è anche un aspetto della tua riflessione che mi preoccupa sul piano del confronto pubblico. Se ogni critica viene vista come incapacità di riconoscere i progressi, se ogni richiesta di chiarimento viene letta come un modo di screditare la Calabria, quale spazio rimane per discutere le scelte di chi governa?
Il Consiglio regionale deve essere un luogo in cui si fanno domande, si confrontano priorità e si chiede conto delle risorse. Il consenso elettorale dà il diritto di governare e comporta il dovere di rispondere. Non rende superfluo il confronto con chi rappresenta opinioni diverse. E questo vale anche fuori dall’Aula. Un cittadino può riconoscere una buona iniziativa e lamentare un servizio che manca. Un imprenditore può apprezzare la promozione e chiedere collegamenti migliori. Una famiglia può essere contenta di una nuova apertura e continuare ad avere difficoltà a curarsi. Non devono dimostrare gratitudine a prescindere.
Lenin, il rischio è che, per liberare la Calabria dai vecchi cliché, si finisca per accettare soltanto il racconto favorevole. Ma una regione cresce anche quando sa ascoltare ciò che disturba, verificare le critiche e correggere le proprie scelte. È così che la fiducia nella Calabria può diventare qualcosa di concreto per chi ci vive e per chi viene a conoscerla. La Calabria è prima di tutto di chi ci vive e deve saper accogliere chi la visita. Il suo successo si misura anche da quanti possono restare, da quanti possono tornare e dalle condizioni in cui vivono durante tutto l’anno.
Tu conosci il valore che attribuisco alla bellezza e alla gentilezza. Sostengo da sempre che insieme generino benessere, anche attraverso le scelte pubbliche: tutelare un paesaggio, curare un paese, trasformare una storia in lavoro; ascoltare chi è in difficoltà, rendere accessibili i servizi, rispettare chi chiede una risposta. È così che quelle parole diventano possibilità di lavorare, curarsi, crescere figli e scegliere dove vivere.
I calabresi non si lamentano a vanvera quando raccontano un servizio che manca o una risposta che aspettano. Portano problemi concreti all’attenzione di chi ha il dovere e il potere di risolverli. Non chiedono di restare nella propria disgrazia, chiedono semmai di uscirne.
Caro Lenin, sono certa che su questo possiamo ritrovarci: i calabresi non hanno bisogno di sentirsi ultimi. Hanno bisogno di vedere le proprie possibilità diventare realtà. E sarebbero felicissimi di avere finalmente meno problemi da raccontare.

