S’è alzato un polverone intorno a Francesco De Gregori in seguito alle dichiarazioni rilasciate in un’intervista al “Corriere della Sera” in cui ha detto cose che ripete da sempre: la figura dell'artista, a suo avviso, deve rimanere neutra rispetto ai fatti del mondo perché per un cantante parlano esclusivamente le canzoni, per chi fa cinema parlano i film e via dicendo.

Questo il passaggio dell’intervista incriminata: «C'è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump? Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica. È un ruolo che sento di non condividere. Non mi sento superiore a nessuno, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull'Iran. Per citare Whitman, “contengo moltitudini”: il mio pensiero non è totalitario e, quindi, non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da un uomo di cinema».

A differenza di Erri De Luca, al quale pure è stato forzatamente accostato, De Gregori sostiene la necessità che l'artista sia distaccato. Ora, per quanto a mio avviso la posizione espressa da De Luca su Gaza sia incondivisibile, a me l’artista che sceglie di esporsi piace. Non certamente il cantante-guida o quello che grida da un palco uno slogan o un appello e, sin qui, sono anche d'accordo con De Gregori. Poi, però, apprezzo anche l'artista che, avendo maturato una riflessione, la proponga al pubblico. E non si tratta di discutere di militanza, di impegno o di altre etichette simili, né di produrre una sterile contrapposizione tra l'artista romano e Springsteen; la questione riguarda, piuttosto, la possibilità (di certo non l'obbligo), da sempre appannaggio dell'arte e di chi la fa, di mostrare un aspetto inedito della realtà, un punto di vista che, per quanto irrilevante o marginale, riveli una piega di questo mondo che, fino a quel momento, era sfuggita ai più.

La posizione di un artista, proprio nella misura in cui riesca a eludere univocità e integralismo, è necessaria, ancor più in un mondo così complesso, disorientato e che, nonostante De Gregori sia convinto del contrario, fa fatica a sensibilizzarsi da solo. Se, però, il pensiero del cantautore romano fruisce della stessa disposizione mentale che lo ha indotto a leggere in maniera così superficiale e approssimativa il Walt Whitman di Foglie d'erba in chiave disimpegnata, allora preferisco che si astenga.